Prima il sangue delle stragi poi l'azzurro di Forza Italia

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La strage di Via D'Amelio

di Antonio Condorelli*

Lo rivela l’Espresso in edicola. Giuseppe Graviano aveva le mani fresche del sangue di via D’Amelio, quando, secondo Gaspare Spatuzza, avrebbe trattato direttamente con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

Mentre la Procura di Caltanissetta, guidata da Sergio Lari, chiude le indagini sull’uccisione del giudice Paolo Borsellino e degli agenti di scorta, il rosso del sangue sembra ancor di più l’antefatto dell’azzurro politico.

Tre anni d’indagine della Dia di Caltanissetta e l’istanza di revisione di sentenze condite da falsi pentiti come Vincenzo Scarantino, avvicinano il fermento politico precedente al 1994 a quei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio. Cinquantasette giorni pieni dell’ansia di fermare Borsellino, lo stesso che poteva ostacolare la trattativa in corso tra corleonesi e uomini dello Stato, tanto che l’atto fondativo della “nuova era”, sembra coincidere, secondo l’istanza di revisione nelle mani del procuratore generale Roberto Scarpinato, con nuovi elementi in grado di ristabilire l’ordine dei fatti.

È STATO accertato chi ha rubato l’auto, chi l’ha imbottita di tritolo e poi sistemata davanti al palazzo in cui abitava la madre di Borsellino. E poi quell’uomo, Giuseppe Graviano, era lui appostato dietro al muro che separa via D’Amelio da un giardino. La storia adesso fila, senza però il castello Utveggio, senza servizi segreti . Meno misteri, più certezze. Graviano avrebbe concretizzato il volere di Totò Riina assieme a qualche picciotto fidato. Saranno i pm, con apposite indagini in corso, a dire a chi giovavano quelle stragi. Le piste sono quelle dell’agenda “sparita”, dei “soggetti esterni” a Cosa Nostra, dei viottoli e vicoli che possono portare a Matteo Messina Denaro.

Per concludere la nuova inchiesta, i magistrati hanno riscontrato parola per parola le dichiarazioni frutto della collaborazione di Gaspare Spatuzza, e di Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano arrestato di recente. In questo modo, attraverso parole e riscontri, i pm hanno trovato le tessere che mancavano da 19 anni alla trama dell’attentato di via D’Amelio.

Parlano i protagonisti. Ricordi più o meno nitidi di un’epoca dalle tinte ancora fosche. Forse per poco. Lirio Abbate, su l’Espresso in edicola, riporta le dichiarazioni dei vertici dello Stato rilasciate ai pm di Caltanissetta. A partire da Nicola Mancino, che nega di essere stato nominato ministro dell’Interno perché ritenuto più malleabile di Vincenzo Scotti. Non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino, il giorno del suo insediamento: “Non escludo – ha detto Mancino ai pm nisseni – di avergli stretto la mano il giorno del mio insediamento… Escludo tuttavia di essermi intrattenuto con il dottor Borsellino a colloquio”. Nega, Mancino, di esser venuto a conoscenza di “iniziative parallele” intraprese dai carabinieri del Ros.

GIULIANO Amato, invece, ha detto ai pm che durante la formazione del nuovo governo, dopo la strage di Capaci, la priorità non era la lotta alla mafia, ma evitare che l’economia italiana fosse travolta dal debito pubblico. Amato sostiene di non essere mai venuto a sapere di trattative tra la mafia e uomini delle istituzioni. E di non avere mai sentito parlare di “Carlo” o “Franco”, gli uomini dei servizi che avrebbero tenuto i contatti con Cosa Nostra. Oscar Luigi Scalfaro sostiene di non sapere alcunché dei provvedimenti per revocare il carcere duro a 300 detenuti voluti da Giovanni Conso, il guardasigilli che sostituì Martelli, “posso solo supporre che quella decisione sia stata presa per ragioni di umanità nei confronti dei reclusi”.

Vincenzo Scotti ha detto ai pm che “dopo la strage di Capaci” era preoccupato, e voleva che la nomina del procuratore nazionale antimafia, fosse in continuità con l’opera di Giovanni Falcone. “Per questo motivo proposi a Borsellino la candidatura. Lui rimase turbato, e dopo poco tempo mi scrisse una lettera con la quale declinava il mio invito”.

*Il Fatto Quotidiano

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