Prigionieri di guerra

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Il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) attivo in Perù dal 1984, vive oggi un momento di profonda crisi. Dopo l’occupazione dell’ambasciata giapponese, che vide la morte dei quattordici componenti del commando e che riportò l’attenzione internazionale sul caso peruviano, la sua attività è cessata. Oggi lo scopo è quello di liberare i militanti incarcerati, che subiscono condizioni deprimenti sia dal punto di vista fisico che a livello psicologico. Anche noi vogliamo dare un piccolo contributo alla campagna di sensibilizzazione che deve spingere la comunità internazionale a mobilitarsi per le condizioni carcerarie peruviane. A questo scopo abbiamo intervistato Thomas, un guerrigliero del MRTA, che ha già scontato sette anni di prigione.
Quali erano le condizioni fisiche e psicologiche a cui eri sottoposto nei sette anni in cui sei stato in carcere?
La vita in carcere è stata dura. La cella è circa 1,5 metri per 2,5 con due gradini di cemento. Si stava chiusi lì dentro in tre persone per ventitrè ore e mezzo al giorno. Avevamo diritto soltanto a mezz’ora d’aria all’aperto in un cortile del carcere tra mura altissime. A volte per settimane o mesi interi non ci facevano uscire. Non c’era luce elettrica, la luce del giorno entrava solo nelle ore centrali da una finestra in alto. Anche quando c’era la luce l’unico libro consentito era la Bibbia. Pulivo l’osso bianco centrale del mais che trovavo nella zuppa, lo pulivo piano piano e ci facevo delle sculture. Non sapevo cos’altro fare, non avevamo nulla. Scrivevamo storie sulle bustine del thè o sulla carta igienica, con una mina da lapis, che poi nascondevamo. Avere una mina da lapis era un grandissimo privilegio, potevi scrivere esprimere le tue idee, i tuoi pensieri, era liberatorio. Poco a poco ottenemmo qualcosa di più, una radio, nel 1995 circa. Due anni dopo ottenemmo i giornali. La polizia carceraria poteva essere facilmente corrotta per ottenere qualcosa. Nel 1998 potevamo anche fumare. Una volta al mese avevamo diritto a mezz’ora di visita. Veniva quasi sempre mia madre, non potevano entrare amici o altri parenti, solo i familiari di primo grado. Un’altra cosa molto terribile era il fatto che ci impedissero di vedere i colori forti, i colori vivaci. Pelavano il limone affinchè non vedessimo il colore giallo della sua buccia e una volta mi vietarono di portare in cella ketchup e mostarda che mi erano stati portati dalla mia famiglia. I colori sono la vita e quindi erano illegali, vietati.
Qual’è stato il momento più difficile in sette anni di carcere?
Il momento più duro fu nel 1994 quando avevamo urlato delle frasi del partito. Quella volta mi picchiarono e mi misero all’ultimo piano, in una cella con due senderisti. Non mi rivolsero mai la parola, trascorsi un anno senza parlare mai con nessuno, mi stavo dimenticando come si faceva a parlare. Fu molto dura. Ogni giorno uscivamo dalle cella per l’ora d’aria, ma i senderisti non mi facevano neanche giocare a calcetto. Ho avuto anche problemi per andare in bagno dato che in un angolo della cella c’era il cesso e loro non volevano che io lo usassi quando mi scappava ma solo se loro lo consentivano. Io non esistevo ero diventato un fantasma nessuno si relazionava con me. Era molto deprimente. Era una forma di severo castigo psicologico, detta ‘la legge del gelo’.

Per approfondimenti segnaliamo: il libro di Gabriella Guarino ‘Per amore di un popolo, per amore di un uomo’ edizione Rizzoli; e il sito dell’associazione per gli aiuti ai prigionieri politici MRTA incarcerati in Perù www.amnesty193.it/yanamayo.htm

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