Precari a vita. La denuncia dei giovani universitari

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di Sara Capolungo per l’Altracittà

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Ilaria Agostini

“Con 56 milioni di euro di tagli da parte del governo non siamo in grado di garantire nemmeno la copertura degli stipendi” è il grido di allarme lanciato dal Consiglio della facoltà di Architettura di Firenze, pochi giorni fa e che si è concluso con l’approvazione di una mozione che prende atto dell’estrema gravità in cui versa l’università fiorentina, e chiede, pertanto, di attivare le necessarie ed urgenti iniziative per garantire uno svolgimento regolare del prossimo anno accademico 2010/2011.

Nel giorno in cui è stato diffuso il tasso di disoccupazione giovanile registrato a maggio, salito al 29,2%, il dato più elevato dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 2004, l’aspetto più drammatico che emerge da un’attenta lettura della mozione è che più del 50 per cento del corpo docente è costituito da precari. Quindi insegnanti sottopagati o addirittura non pagati. E’ la cosiddetta docenza a contratto. “Questa forma di precariato intellettuale è il risultato di una serie di riforme dell’università”, come ha spiegato a l’Altracittà una combattiva ricercatrice del dipartimento di urbanistica, Ilaria Agostini, del Coordinamento Docenti Precari Unifi, che abbiamo già conosciuto in occasione della presentazione del piano strutturale di Firenze.

“Tutto è iniziato nel ’97 con il pacchetto Treu che ha introdotto i contratti a termine, per poi proseguire con la riforma dell’università di Berlinguer- spiega Ilaria Agostini – che ha aperto le porte ai lavoratori esterni, una sorta di professionisti della docenza in appalto, attinti dal serbatoio dei dottorandi e dei neolaureati più meritevoli”. Quindi si offriva un primo accesso al mondo accademico al costo di qualche anno di gavetta.

Giusto, penserete voi. In realtà, no. “I contratti offerti a questi giovani meritevoli erano, e sono, una sorta di ricatto – continua Ilaria. Nella speranza di un futuro stabile e garantito, e spinti dalla passione per lo studio, i giovani dell’università sono costretti ad accettare qualsiasi tipo di proposta. Contratti che assumono il nome giuridico più disparato: assegno di ricerca, co.co.co, co-docenza, ricercatore a contratto. Tutti accumunati dalla mancanza delle tutele sindacali basilari: nessun riconoscimento dei diritti previdenziali, dei diritti sindacali in genere, e men che meno, nessun sostegno per la maternità. I più fortunati, inoltre, firmano un contratto a titolo gratuito. Se la passione per lo studio c’è, di certo però, questa, non può sfamare”.

Ma come siamo arrivati al numero di circa 50 mila docenti a contratto, in Italia? La situazione è definitivamente sfuggita di mano con le successive riforme, dalla Moratti alla Gelmini, che hanno operato verso quella che la ricercatrice definisce “l’aziendalizzazione dell’università”: gli atenei devono ispirarsi ai principi del libero mercato ed operare per incrementare il budget, proprio come un’azienda. Se a tutto ciò, si aggiunge la cronica mancanza di fondi, è facile capire il motivo dell’esplosione del fenomeno.

E qui sorge un ulteriore problema, quello della trasparenza e della meritocrazia: quando i numeri sono così elevati, diventa difficile garantire la bontà e la preparazione di tutti i giovani docenti.

In questo deserto di prospettive, nella paura perenne del mancato rinnovo del contratto, lo studioso precario assume le sembianze del “disadattato sociale”, come è stato definito dalla ricercatrice Agostini. Da un lato gli è preclusa la possibilità di costruirsi una vita normale con una casa e una famiglia; dall’altro, egli è esclusivamente interessato alla propria sopravvivenza, non cerca la solidarietà e l’appoggio dei suoi sventurati colleghi e tanto meno dà vita ad una protesta, che potremmo definire, di dignità.

È triste pensare a questi giovani, che dovrebbero essere i più consapevoli nel rivendicare ciò che è proprio, come a una generazione in realtà silenziosa e timorosa di gridare lo scandalo dei diritti negati.

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