Porto Alegre, dove sta andando il Forum Sociale Mondiale?

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Con Cristiano Lucchi, di ritorno da Porto Alegre, abbiamo l’occasione per puntualizzare il significato del Forum sociale mondiale. Uno dei risultati più importanti scaturiti dal Forum di Porto Alegre è sicuramente l’estensione a livello mondiale di uno degli impegni del Forum sociale europeo di Firenze: la mobilitazione contro la guerra preventiva che gli Stati Uniti stanno per scatenare in Iraq.

Quando il Forum sociale europeo ha proposto all’assemblea dei movimenti sociali riuniti a Porto Alegre di estendere l’appello di Firenze, che invitava a manifestare in tutte le capitali europee il 15 febbraio, l’invito è stato accolto da una vera e propria ovazione e subito si è cercato di organizzare questa manifestazione in tutto il mondo. A Porto Alegre si è riflettuto molto sulle cause della guerra: una guerra per le risorse energetiche, frutto di un’economia di ingiustizia nei rapporti tra nord e sud del mondo. Una guerra che può essere evitata, forse per la prima volta nella storia, grazie alla pressione esercitata dal basso, dall’opinione pubblica di tutto il mondo. Come ha ben scritto il New York Times il 15 febbraio è nata la seconda superpotenza dopo gli Stati Uniti: l’opinione pubblica mondiale.

Riccardo Petrella, lo studioso italiano che è uno dei responsabili del Contratto Mondiale sull’Acqua, ha paventato, proprio in apertura del Forum, che il tema della guerra potesse mettere in ombra tutto il resto e quindi appiattire la ricchezza di apporti e di molteplicità di espressioni del movimento. E’ stato veramente così o questo pericolo è stato scongiurato?

E’ stato sicuramente scongiurato anche perché il “gigantismo” (se possiamo usare questo termine) di questo Forum mondiale, che ha visto 100.000 partecipanti, 1.800 tra incontri, seminari, workshop, conferenze, ha fatto sì che si mantenesse vivo il filo rosso della guerra, ma si riuscisse anche ad affrontare molti temi di importanza vitale per il futuro dell’umanità. Petrella, fra l’altro, ha lanciato anche un forte appello affinché il movimento riesca finalmente, dopo tre anni durante i quali le persone si sono conosciute e i gruppi si sono affiatati, a produrre delle alternative possibili e soprattutto credibili per il maggior numero possibile di cittadini. Questa sfida è stata raccolta e sono state costituite le prime reti tematiche, sull’economia solidale, sulla nonviolenza, sulle forme di lotta. Ci sono stati tanti incontri produttivi che hanno visto lavorare insieme persone provenienti da ogni parte del mondo, con l’obiettivo non tanto di conoscersi, quanto di studiare e dare il via a delle possibili alternative.

Vediamo quali sono stati i commenti al Forum, iniziando da quelli negativi. Diversi osservatori hanno sottolineato questo “gigantismo” che prima ricordavi, e una sorta di “degenerazione commerciale”: la presenza degli sponsor, tra i quali alcune banche, e un aspetto di “passerella”. Un altro aspetto, notato in sede consuntiva anche da Piero Sansonetti (inviato de “L’Unità”), sicuramente uno degli osservatori più acuti e attenti del movimento no global fin dai suoi esordi, riguarda la dispersività, la fatica enorme per seguire le migliaia di eventi spesso in contemporanea e la difficoltà di scegliere tra tante proposte tutte estremamente interessanti. Questo rischio credo sia strutturale, cioè sta dentro alla natura stessa, a “rete”, di questo movimento.

Sansonetti ha ragione nel senso che i giornalisti italiani e non solo hanno seguito forse più la parte di “passerella” come l’hai definita tu: Vandana Shiva, Chomsky etc.. E’ altrettanto evidente che centinaia di migliaia di persone sono intervenute, hanno riempito le aule, anche per piccoli seminari e conferenze. Ma non ci siamo posti l’obiettivo di riassumere e di fare una sintesi complessiva del Forum. E’ un dato di fatto che le persone che sono intervenute a Porto Alegre, interessate a determinati temi per cultura, esperienza, storia personale, hanno potuto confrontarsi all’interno del Forum sociale mondiale e questo è sicuramente positivo. Per quanto riguarda le sponsorizzazioni posso dirti che ce ne sono due fondamentali, quella della compagnia petrolifera di Stato e quella della Banca di Stato (brasiliane), e si sono rese necessarie – anche se non le giustifico – poiché la Regione del Rio Grande do Sul, che ha come capitale Porto Alegre, quest’anno ha tagliato i fondi.

Ti sei chiesto come mai in quella terra che è il modello del bilancio partecipativo, proposta universalmente come un vero e proprio laboratorio politico, ha finito per vincere la destra?

Secondo me questa non è una contraddizione, nel senso che chi ha veramente a cuore i temi del bilancio partecipativo, della partecipazione dal basso, non si pone un problema destra-sinistra. Semplicemente si pone l’esigenza fortissima di far partecipare tutti alla vita politica della città, dello Stato, della Regione e questa è una grande novità. Evidentemente quando si creano degli strumenti per far partecipare tutti è lì che nasce il dibattito politico; si può essere di destra o di sinistra, può vincere anche la destra, però almeno siamo usciti dal circolo vizioso attuale dove la politica della rappresentanza non si mescola affatto con la politica della partecipazione.

A proposito dei paragoni con l’anno scorso. Mi ricordo che da questi microfoni, commentando la seconda edizione di Porto Alegre, convenivamo nel constatare che il Forum mondiale “difettava” di eccessivo spostamento verso l’Europa e verso l’America Latina. L’edizione di quest’anno mi è parsa molto più equilibrata. Le novità, in particolare, le ho notate in una maggiore partecipazione del continente asiatico e soprattutto del Nord America.

Sì, certo. Il risveglio della società civile dopo l’11 settembre ha fatto sì che a Porto Alegre quest’anno la delegazione più numerosa dopo quella brasiliana fosse proprio quella statunitense. Aggiungiamo che un paio di mesi prima del Forum di Porto Alegre si erano tenuti il Forum europeo e quello asiatico, svoltosi in India con un successo strepitoso: molti dei delegati asiatici sono poi venuti a Porto Alegre e questo vuol dire che in qualche modo si sta riequilibrando la partecipazione. Un altro dato oggettivo, che fa molto piacere a chi crede davvero nella globalizzazione del movimento, è che il prossimo World Social Forum si terrà in India e non più a Porto Alegre. Questo è indicativo del fatto che si crede davvero ad un sud protagonista di scelte alternative a livello mondiale.

La scelta di andare il prossimo anno in India e quindi di interrompere la “serie” di Porto Alegre non è stata una indolore, anzi, è stata il frutto di un grande travaglio all’interno del movimento; c’è stato un dibattito politico molto serrato nel comitato mondiale che guida il Forum sociale mondiale dove sarebbero emerse alcune critiche ad un presunto protagonismo del Brasile, ad una sorta di neo-centralismo brasiliano legato anche alla straordinaria vittoria elettorale di Lula e al ruolo di capitale mondiale del movimento che Porto Alegre si è legittimamente conquistata in questi anni. Addirittura è stato paventato il rischio che il Brasile potesse in un certo qual modo svolgere quel ruolo che l’URSS aveva assunto rispetto alla Terza internazionale, un neo stato-guida che manipolava a propri fini politici un movimento mondiale. Esiste veramente una contraddizione di questo tipo o è solo una forzatura giornalistica?

Io credo che sia una speculazione giornalistica. E’ evidente che il Brasile teneva ad ospitare la quarta edizione del Forum, ma non credo che sia disdicevole voler essere protagonisti, almeno in questo caso. In realtà si introduce un altro tema di fondamentale importanza che è l’egemonia politica sul movimento; da questa edizione del World Social Forum emerge con chiarezza che non potrà esistere l’opzione di un soggetto politico unico. Questo è di fondamentale importanza perché permette ai contenuti e ai temi del Forum mondiale di espandersi ad altri strati della società civile. Questa volta, ad esempio, c’è stata una forte presenza dei sindacati, che l’anno scorso erano scarsamente presenti e che ora partecipano proprio perché nel movimento non è possibile l’egemonia di un unico soggetto politico. Direi che, se il problema si era posto in passato, con questa edizione del Forum il rischio è stato completamente cancellato. A Porto Alegre c’è stato un grande incontro costruttivo, anche se, per Statuto, il Forum non emette mai documenti conclusivi, proprio per lasciare libertà di confronto a tutti quelli che intervengono.
Per quanto riguarda il Brasile, Lula ha parlato di fronte a circa 30-40mila persone: il suo discorso è stato molto bello perché ha riconosciuto che la sua vittoria deriva in gran parte dalla spinta dei movimenti sociali brasiliani, verso i quali non vi è stato nessun tentativo di egemonia da parte del PT (Partito dei lavoratori). Si è affermato invece con forza che il modello politico di riferimento è quello che vede protagoniste le classi più povere ed emarginate; l’intenzione è quella di lavorare “dal basso”, senza ricette precostituite, ma sperimentando tema per tema le soluzioni proposte dalle comunità di base.

Lula non ha comunque risparmiato qualche strale polemico alla sinistra italiana. In particolare ha fatto il paragone con il Brasile, dove ci sono milioni di analfabeti, mentre in Italia c’è un grado di istruzione molto più elevato e quindi forti strumenti culturali. Eppure in Brasile la sinistra ha vinto mentre in Italia c’è un governo di centro destra che la sinistra ha aiutato a vincere con le sue divisioni…

Questa “litigiosità” della sinistra italiana, che in questi giorni sta cercando a fatica una posizione comune sulla guerra, è ben conosciuto anche in Brasile. Possiamo sperare che, anche grazie a Porto Alegre e alla spinta dei movimenti sociali, forse riusciremo ad avere anche in Italia una sinistra legata da un progetto comune.

A proposito di contenuti, strettamente intrecciato con quello della guerra, c’è l’altro grande tema rilanciato da Porto Alegre: il problema degli accordi commerciali, che è stato lo spunto di partenza per questo movimento nel ’99 a Seattle. Il prossimo 13 settembre a Cancun, in Messico, si terrà un nuovo incontro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dove saranno all’ordine del giorno proposte devastanti non solo per il sud del mondo ma anche per noi cittadini occidentali come la liberalizzazione dei servizi pubblici e la brevettabilità dei beni comuni.

Intanto proprio il 30 gennaio è stata lanciata a livello mondiale la campagna “Questo mondo non è in vendita” (per chi volesse saperne di più è possibile visitare il sito www.campagnawto.org). Questa campagna vuole sollecitare i cittadini, le istituzioni locali e i politici che lo vorranno, a riflettere su questo incontro di Cancun durante il quale il WTO obbligherà i paesi membri (e quindi anche l’ Italia) a privatizzare 160 servizi tra i quali la scuola, l’istruzione, la sanità, le poste ecc. Nessuno in Parlamento ne sta parlando e anche a livello di Unione Europea se ne sta occupando in via esclusiva il Commissario responsabile, il francese Pascal Lamy. Ci troveremo quindi tra qualche mese a privatizzare tutto o quasi, senza neppure venirne a conoscenza. Uno scopo della campagna è quello di riuscire a fare pressione in modo da ottenere la massima trasparenza su questi temi.

Anche questo evento conferma il provincialismo non solo del nostro Governo ma anche dell’opposizione. Ricordiamo l’intervento di Ugo Biggeri (Mani Tese) quando, di ritorno da Seattle, fu nostro ospite e ci raccontò delle difficoltà che aveva il capo delegazione Fassino, ora segretario DS, allora Ministro del commercio estero, nel cercare di padroneggiare temi che dovrebbero essere pane quotidiano per la classe politica e che hanno una importanza fondamentale per la vita di un intero paese. Il rischio oggi è lo stesso: si corre il rischio di arrivare completamente impreparati anche a questo appuntamento.

C’è una tendenza, nella sinistra riformista e socialdemocratica, a insistere nel legittimare organizzazioni come il WTO che finora hanno provocato solo tragedie. Non scordiamoci che le scelte del WTO in questo momento portano disoccupazione e flessibilità nel nord del mondo, ma nel sud del mondo uccidono, in molti casi le persone non hanno letteralmente di che nutrirsi; questo a causa delle scelte di organizzazioni che si muovono in maniera assai poco trasparente e che fanno parte del WTO. L’invito dunque è quello di impegnarsi fortemente affinché i temi del commercio estero e degli accordi commerciali siano alla portati di tutti e tutti possano farsi sentire dai rispettivi governi.

A Cancun si parlerà dunque di privatizzazione dell’acqua, un bene essenziale. Questo già avviene, purtroppo, nel nostro paese e anche nella nostra regione. Una delle decisioni scaturite da Porto Alegre è quella di tenere un Forum mondiale alternativo dedicato al problema dell’acqua proprio a Firenze. Si sono subito scatenate polemiche perché qualcuno ha rilevato che chi ospita questo Forum alternativo in realtà non ha le carte in regole per quanto riguarda l’acqua, il rispetto dell’ambiente e anche un certo tipo di tutela dei servizi pubblici.

Infatti la prima reazione all’annuncio di questo Forum fiorentino è venuta dall’associazione Idra che da tempo denuncia il vero e proprio “massacro” delle sorgenti e delle falde acquifere del Mugello a causa dei lavori per l’Alta velocità. E’ importante far emergere le contraddizioni e nello stesso tempo il movimento deve esercitare una forte pressione, pacifica, nonviolenta, coerente e duratura. Nessuno ha un’alternativa già pronta, l’importante è discutere, riflettere, progettare. Uno degli eventi importanti del Forum mondiale è stato proprio il confronto con sindacati, religioni, istituzioni e partiti; perché o c’è una tensione comune verso il cambiamento, verso alternative praticabili oppure resteremo sempre auto segregati nella sola protesta.

Di fronte all’approssimarsi della guerra ci si chiede come far valere le ragioni di chi lotta contro l’ingiustizia, contro questo divario insopportabile tra nord e sud del mondo? Quali saranno le forme di lotta? Cosa ha detto su questo Porto Alegre?

Il movimento mondiale ha scelto decisamente il metodo della non violenza per portare avanti le proprie battaglie. Basti pensare all’episodio dell’aereoporto di Fiumicino, dove i disobbedienti hanno invaso pacificamente la pista militare con le bandiere della pace. Sono modi di protestare pacifici, che certo disturbano il “manovratore”, cioè gli Stati che fanno scelte di guerra e distruzione. Credo che da Genova in poi di passi in avanti ne sono stati fatti molti; il movimento deve forse trovare delle opzioni di lotta comuni che per il momento non vanno oltre le manifestazioni.

La proposta che trova sempre più consenso in una gran parte della società civile è quella di dare il via ad uno sciopero generale nell’eventualità dell’inizio di operazioni belliche in Iraq. Ma anche l’adesione alla campagna che è stata lanciata contro la Esso può essere un passo ulteriore nella protesta contro la guerra.

Lo sciopero generale è auspicabile, è un segnale forte ma limitato nel tempo; i boicottaggi commerciali forse hanno più senso perché questa guerra viene fatta essenzialmente per mantenere e sostenere lo stile di vita di coloro che vivono nel nord del mondo. E questo lo ha detto chiaramente Bush e anche il suo ministro Rumsfield, nel settembre scorso.Dunque se noi riuscissimo a cambiare davvero i nostri stili di vita (per esempio consumando meno benzina, meno energia ecc.) potremmo creare dei grossi ostacoli a questo tipo di sistema economico. Se poi riuscissimo ad individuare alternative possibili, fattibili, allora sarebbe possibile vincere questa partita. Per quanto riguarda la guerra, io credo che le divisioni all’interno dell’Unione europea possono solo giovare agli Stati Uniti. Tuttavia, nello stesso tempo, c’è una presa

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