Porto Alegre andata e ritorno

image_pdfimage_print

Se il Brasile è lontano, non lo sono affatto le suggestioni che hanno visto 50.000 persone provenienti da tutto il mondo discutere per una settimana sugli effetti perversi della globalizzazione neoliberista, cercando di trovare delle soluzioni alternative per costruire un altro mondo possibile. Giusto, solidale, senza violenza, basato sulle relazioni umane e non sulla merce.
Firenze, la nostra città, sta vivendo un felicissimo momento di dibattito politico. Una fertilità nuova, ricca di confronti, di dibattiti e carica di aspettative. Gli attori di tale dibattito non sono più solo quei “delinquenti/terroristi di Genova” (ricordate i disinteressati editoriali della stampa confindustriale prima dell’11 settembre?) che da allora lavorano nel perimetro del Social Forum. Ad essi si sono aggiunte molte persone, alcune perché colpite dalle immagini della repressione poliziesca durante il G8 di luglio, molte perché hanno aperto gli occhi e hanno deciso di impegnarsi attivamente nella costruzione di una speranza capace di futuro.
Viviamo un momento in cui tante persone si rendono conto che la rappresentanza politica vive la sua peggiore stagione di crisi. Ci si accorge che non basta votare ogni cinque anni per essere protagonisti del proprio futuro. I partiti vivono uno stato di dissociazione dalla realtà del paese. Il Parlamento, oltre a tessere una grande rete di salvataggio necessaria per tutelare il primo ministro Berlusconi dal suo stesso passato, segue meramente le direttive di organismi sovranazionali che non hanno e mai hanno avuto una legittimità democratica. Avete mai eletto i membri del G8? Avete mai votato per rinnovare le cariche all’interno di Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale? Eppure le scelte politico/economiche dei nostri amministratori, anche locali, dipendono esclusivamente dalle direttive emanate da questi organi. In nome del profitto, non della dignità umana.
Nonostante il regime vigente esiste una grande volontà di ribaltare questa concezione della politica. Regime, parola che qualcuno ancora ha timore a pronunciare. Eppure…
Non viviamo naturalmente in un regime poliziesco di origine fascista o sovietica. Tutti abbiamo il passaporto in tasca e giornali come il nostro possono liberamente circolare (a proposito se tenete alla nostra sopravvivenza abbonatevi, bastano 10 euro). Evidentemente si tratta di un regime mediatico che qualcuno ha definito Berlusconismo. Un regime che cerca di convincerci che tutto è normale. Esiste un governo eletto democraticamente, possiamo consumare liberamente quello che vogliamo, le vacanze ce le possiamo permettere, discutiamo una settimana sull’opportunità di un intervento di Benigni al Festival dei Festival. Dov’è il problema? La globalizzazione? È lontana. Sta in Africa. È lì che si muore di Aids. Anzi se volete vi offriamo la possibilità, con soli 5 euro al mese di sfamare un bambino del Burundi, 10 euro se lo volete mandare anche a scuola. Amen.
È questo il regime. Tutto è normale. Tutto è sotto controllo. I cittadini, mai termine fu più adatto, stanno per fortuna aprendo gli occhi, stanno rendendosi conto che la globalizzazione neoliberista colpisce anche qui, nel nord del mondo. Vogliono riappropriarsi dunque del loro diritto di cittadinanza, della capacità di poter influire sul loro futuro. Hanno bene in mente ciò che è successo in Argentina, dieci anni di privatizzazioni esasperate che hanno contribuito a mandare sul lastrico il 90% della popolazione, compresa la classe media, accondiscendente da sempre alle moderate (per chi?) politiche governative. Hanno ben presente che anche nel nostro paese questa strada è ormai presa. Vi siete accorti, voi, fiorentini, di quante aziende pubbliche sono state privatizzate o sono in corso di privatizzazione negli ultimi mesi? Dalle farmacie al gas, dal latte all’acqua, fino ad arrivare alle case popolari.
Molti allora reagiscono. Nel modo forse più semplice, meno raffinato, ma storicamente più immediato e che in Argentina ultimamente ha mandato a casa 2 governi nel giro di 24 ore. Si scende in piazza. Si protesta. Si battono le pentole o si fanno i girotondi, stretti per mano alla ricerca di una nuova fratellanza. Si manifesta il proprio dissenso verso un sistema che va a rotoli e che trascina con sé i diritti fondamentali dell’uomo conquistati in secoli di lotte e sofferenze. Centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza contro la guerra, il terrorismo, l’abolizione dell’articolo 18 dallo statuto dei lavoratori, contro l’incapacità di fare politica delle forze del centrosinistra, contro l’occupazione della Rai, contro la forte volontà di subordinare la magistratura al governo Berlusconi.
“Contro, contro, contro. Ma le proposte?”. È questa l’obiezione più comune che viene fatta a chi cerca di impegnarsi per cambiare le cose.
Parliamone partendo dal fatto che va riconosciuto che molto spesso nel passato all’indignazione generalizzata non corrispondeva quasi mai la capacità di costruire processi davvero alternativi al sistema vigente. Ma oggi non è più così. Grazie anche a Porto Alegre, grazie anche ai Social Forum e ai Girotondi che stanno nascendo un po’ ovunque. E che stanno lavorando sodo.
La novità infatti è questa. Per la prima volta nella storia del nostro paese persone con volti, storie, culture, provenienze diverse decidono di lavorare insieme con la forte volontà di ricercare un’alternativa possibile. Nel “perimetro” dell’impegno c’è posto per tutti coloro che hanno voglia di confrontarsi per il cambiamento. Culture e appartenenze diverse si fondono e costruiscono forme di protesta/proposta di alto profilo.
Alcuni esempi:
a) Iniziativa di legge popolare per introdurre la Tobin Tax, ovvero una forma di tassazione sulle speculazioni sui cambi monetari. È stata definita la tassa di Robin Hood perché toglie a chi specula sulle fluttuazioni monetarie mandando sul lastrico intere popolazioni e reinveste il denaro ottenuto per la cooperazione e per lo sviluppo delle popolazioni del Sud del mondo. (www.attac.org)
b) Introduzione della democrazia partecipativa all’interno delle nostre ingessate istituzioni (ne abbiamo parlato diffusamente nello scorso numero, consultabile su www.altracitta.org). Si tratta di inventare modalità di partecipazione ai processi decisionali che permettano all’elettore di essere preso in considerazione costantemente e non soltanto durante la campagna elettorale.
c) Sostegno forte alle campagne di sensibilizzazione e boicottaggio delle aziende che adottano sistemi di produzione non eticamente sostenibili. Aziende per le quali l’imperativo del profitto va oltre ogni rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.
d) Costituzione di un marchio etico che garantisca il consumatore nelle sue scelte. Su questo tema Lilliput, Cgil e Arci stanno portando avanti un laboratorio comune che responsabilizzi aziende e consumatori.
e) …e decine di altri esempi. Se potete, date un’occhiata a siti internet come Unimondo.org, Carta.org, Manitese.it, Msf.it oppure inserite “Social Forum” in un qualsiasi motore di ricerca.
Se siamo consapevoli che i veri estremisti stanno in Parlamento o a Palazzo Chigi; se abbiamo capito che i palazzi di vetro non sono trasparenti come vogliono farci credere; se abbiamo compreso che la guerra è solo una delle “attività” del neoliberismo per garantire profitti futuri e aprire nuovi mercati; se siamo convinti che bisogna lavorare sulle cause di questo disastro globale, il momento è quello buono.
Se non ora… quando?

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *