Più coscienti, più liberi

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Riconoscere l’oppressione sociale per liberarsene. È questa la finalità, o perlomeno la speranza, del Teatro dell’Oppresso (TdO). è un metodo teatrale inventato in Brasile da Augusto Boal negli anni ’60 e ora diffuso in tutto il mondo. Il pubblico viene chiamato in causa, diventa “spett-attore” e determina dinamiche alternative, che nel migliore dei casi, diventano soluzioni propositive alle problematiche sociali messe in scena.
Come precisa Michele Redaelli, conduttore insieme a Fabrizio Martini del Teatro dell’Oppresso che si è tenuto alle Piagge nel mese di dicembre: “Il TdO lavora con quelle persone che vivono le questioni sociali messe in scena. Non sono gli attori a presentare lo spettacolo, ma è il pubblico, che vive quella stessa situazione a costruire la scena”.
Il teatro diventa così uno strumento di reale cambiamento sociale. Il pubblico, infatti, e gli attori stessi si trovano a fingere una situazione che spesso nella loro vita è stata reale ed è per questo che possono facilmente entrare nel personaggio. Ci conferma Fabrizio Martini: “Per il TdO, sono molto più attori quelli che non lo fanno di mestiere. Sono meno costruiti, possono tirare fuori quello che sentono, la realtà quotidiana”.
È un teatro che non dà risposte, almeno non prima di aver stabilito insieme le domande. Ed è per questo che si svolge in strutture non teatrali: “Scena e spettatori – continua Michele – devono essere sullo stesso piano. Non c’è palco, il pubblico deve poter intervenire liberamente, sostituire un personaggio che secondo lui sta subendo un’oppressione e provare a cambiare la situazione”.
Stiamo parlando del Teatro Forum, la tecnica più diffusa del TdO, e che è stata sperimentata anche dai corsisti di Comunicare Intercultura e Fare Rete. Lo spettacolo viene presentato due volte. La prima volta gli attori mettono in scena una situazione che hanno costruito insieme, lungo un percorso di giochi teatrali serviti a sciogliere rigidità corporee e percettive. La seconda volta, invece, il pubblico è chiamato a intervenire. Ogni qualvolta a qualcuno sembri che un personaggio avrebbe dovuto comportarsi in un altro modo, interrompe lo spettacolo e si sostituisce ad esso.
È così che si trovano soluzioni alternative a quelle, provocatorie, presentate la prima volta. Il rischio è che queste alternative portino ad effetti ancor più tragici di quelli proposti. Il fine del TdO infatti è quello di stimolare una discussione, di porsi delle domande, di riconoscere le proprie oppressioni. Solo allora si potrà far qualcosa per superarle.

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