Piano strutturale di Firenze. Per la Regione va rivisto, servono garanzie

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Anna Marson
di Stefania Valbonesi per Stamp Toscana

Il Piano strutturale del Comune di Firenze andrà rivisto. E’ la Regione, al termine di un percorso condiviso e di confronto interistituzionale, a chiedere all’amministrazione comunale di inserire nel Piano le garanzie richieste, necessarie per rendere coerente il documento comunale con il Piano di indirizzo territoriale di spettanza regionale (Pit). Un percorso accidentato e difficoltoso, quello richiesto alla Regione per giungere ad assicurarsi che il Piano strutturale comunale sia coerente col Pit, ovvero col suo Piano di indirizzo territoriale.

Al di là dei punti su cui il Comune, con impegno preciso confermato dalla delibera di Giunta n.381/2011, interverrà “in occasione della prima variante utile del Piano Strutturale ovvero contestualmente alla fase di Avvio del procedimento del Regolamento Urbanistico”, la vera posta in gioco era quanto la Regione potesse intervenire su uno strumento fondamentale per l’assetto del territorio e dunque (in maniera indiretta ma evidente) sulla gestione degli interessi legati all’urbanistica tout court.

In altre parole, il riconoscimento di fatto, oltre che di diritto, del ruolo sovraordinante dell’istituzione Regione per quanto riguarda la gestione del territorio da parte dei comuni. Un riconoscimento che, con la L.R.1/05 (ma già con la precedente legge regionale) è sempre più difficoltoso: infatti la legge in questione diminuisce quasi del tutto quel controllo sui Piani dei vari comuni che prima la Regione esercitava tramite il Comitato regionale di controllo (Coreco) e la Commissione regionale tecnico-amministrativa (Crta).

E’ per questo che l’Assessore regionale Marson, per esprimere il proprio parere sul Ps del Comune di Firenze, è stata costretta in prima battuta a presentare osservazioni come un qualsiasi cittadino o associazione, poi ad esaminare le controdeduzioni del Comune, a segnalare al Comune stesso che alcune delle proprie osservazioni non erano state recepite, a convocare un tavolo tecnico-amministrativo col Comune, per poi riceverne delle assicurazioni che si mostrano generiche: si parla infatti di “garanzie” per impegni futuri, ancora da definire per qualità (quando si presenterà una prima necessità di variare il Ps o in occasione del nuovo Regolamento Urbanistico ?) e per tempi di approvazione. Il percorso di confronto fra le due istituzioni ha visto la convocazione di un tavolo tecnico-politico il 22 settembre scorso.

In specifico, il primo punto del confronto ha riguardato la garanzia che gli interventi previsti dal Prg (piano regolatore generale) soggetti al piano attuativo (vale a dire lo strumento urbanistico di dettaglio, in generale usato per progettare interventi complessi), qualunque sia la dimensione in termini di superficie utile lorda (Sul), siano attuabili “esclusivamente a condizione che siano stati oggetto di valutazione integrata nel procedimento di formazione del Piano Strutturale”; oppure a condizione che, con delibera comunale, si sia verificata e accertata la loro coerenza ai principi, agli obiettivi e alle prescrizioni del Piano Strutturale, vigente o adottato, oltre che alle direttive e alle prescrizioni del Piano di indirizzo territoriale della Regione.

Un punto importante, dal momento che l’amministrazione comunale, motivandolo con il ricorso al Regolamento urbanistico in seconda battuta, aveva tralasciato di includere nel controllo gli interventi con superficie utile lorda inferiore ai 2mila metri quadri. Non solo. Gli interventi previsti dal Prg e soggetti al piano attuativo riguardano quelli per cui non sia stata stipulata la convenzione o non siano state avviate le procedure espropriative alla data di adozione del Ps (un esempio potrebbe essere il caso di Castello: in attesa di variante e rimasto fermo per sequestro del cantiere).

E’ in questi casi che la Regione condiziona il via libera ai lavori a due elementi: cioè che siano stati oggetto di valutazione integrata nel processo di formazione del Ps (o della sua variante che il Comune è chiamato a fare) e che, con deliberazione comunale, si verifichi la coerenza con il Pit. Nella formulazione del Comune la “e” salta e diventa “ovvero a condizione che”: significa che per il Comune, se la prima condizione non ci fosse, si potrebbero far partire i lavori con la sola deliberazione comunale di verifica rispetto al Pit?

Il secondo punto su cui il Comune interverrà alla prima occasione utile (variante del Ps o fase di avvio del procedimento del regolamento urbanistico) è la disciplina degli interventi di recupero e di nuova edificazione superiori ai 2mila mq. di superficie utile lorda, in cui sia ammessa la destinazione residenziale e per i quali venga assicurato il reperimento della quota del 20%, da destinare a edilizia convenzionata. In questo caso verrà introdotta la garanzia che i casi in questione siano comunque soggetti alle norme di salvaguardia previste dal Piano strutturale. Una precisazione che dovrebbe avere l’effetto pratico di “stringere” un po’ di più la cintura del controllo pubblico sul rischio cementificazione del territorio.

Il terzo punto riguarda l’introduzione, nella proposta di variante prossima, della definizione dei criteri “necessari per l’individuazione delle aree da ritenere sature, rispetto alla possibilità di introdurre ulteriori medie e grandi strutture di vendita” in accordo con quanto stabilito dall’art.15 del Piano di indirizzo territoriale regionale. Di fatto, le osservazioni regionali accolte dall’amministrazione comunale erano state avanzate nel corposo disposto delle controdeduzioni alla proposta di Piano strutturale su cui si era soffermata la commissione urbanistica comunale, presidente Elisabetta Meucci, attuale assessore all’urbanistica.

Al punto in cui sono giunte le cose, l’atmosfera è di attesa: fra quanto le varianti chieste dalla Regione e accolte dal Comune verranno inserite?

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