Perché non basta una vittoria alla francese

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E’degli inizi di aprile la notizia: dopo mesi di lotte e mobilitazioni gli studenti francesi hanno vinto. Il Cpe, il contratto di primo impiego, che consentiva il licenziamento senza giustificazione nei primi 2 anni per i lavoratori con meno di 26 anni, è stato ritirato. Verrà sostituito, come ha promesso il presidente Chirac, con delle nuove misure per aiutare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.
Quanto successo in Francia dovrebbe far riflettere anche noi. La nostra situazione infatti non è certo più rosea di quella francese, anzi. Il processo iniziato nel 1997 con la legge Treu, del centro-sinistra, e culminato con la legge Biagi del 2003, ha reso l’Italia un paese di precari. I giovani sono sballottati da un lavoro all’altro, con contratti basati sul principio dell’usa e getta. Bisogna pensare a produrre sempre di più e quindi i lavoratori devono essere flessibili, adattarsi a tutto perché ciò che conta è il mercato. Bisogna crescere. Ma chi cresce in realtà? Sempre i soliti ovviamente. Noi lavoriamo a ritmi distruttivi e sottopagati, per produrre una quantità di cose inutili che poi dobbiamo anche comprare per ingrassare i portafogli dei nostri sfruttatori. Insomma, il cane che si morde la coda.
A questo punto viene da chiedersi : vale davvero la pena protestare per avere un contratto a tempo indeterminato in un call center? per andare ad alimentare quelle stesse multinazionali che sono responsabili del circolo vizioso di cui siamo vittime? Non bisognerebbe forse promuovere un ripensamento generale su tutta la logica consumistica e di “sviluppo” che anima le nostre vite e che, a quanto pare, non viene per niente messa in discussione da nessun governo?
Insomma, il risultato francese è cosa buona, certo, ma invece di pensare soltanto a mobilitarci anche noi contro il lavoro precario dovremmo fare un passo in più: darci da fare per un lavoro diverso, per cambiare dal profondo quei meccanismi che ci rendono sempre più schiavi e dipendenti.

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