Pedofilia nella Chiesa fiorentina. Scicluna: "Il perdono senza giustizia è sempre vuoto"

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L’autorevole esponente della Santa Sede: “I peccati ci sono anche nella Chiesa”. E’ necessario fare luce anche su “eventuali responsabilità di altri”

di Maria Cristina Carratù

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don Cantini

A pensare che il caso don Cantini non riguardi solo don Cantini, ma una intera Chiesa, non sono soltanto le vittime del prete pedofilo, ormai ridotto allo stato laicale. A levarsi, per chiedere che sia fatta giustizia fino in fondo, è anche una autorevole voce della Santa Sede, quella di monsignor Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per dottrina della fede, come dire il pubblico ministero delle cause relative ai cosiddetti delicta graviora commessi da chierici, quelli considerati dalla Chiesa i più gravi in assoluto. Fra questi i delitti contro l´Eucaristia, contro la santità del sacramento della penitenza, contro il sesto comandamento («non commettere atti impuri») commessi da un prete con minori. E con Repubblica monsignor Scicluna parla chiaro: oltre alla pena inflitta a don Cantini, dice, «da parte della Chiesa si impone un discernimento».

«I peccati», spiega, «ci sono anche nella Chiesa, e questo è un mistero che ci umilia». E se è giusto «sperare nel perdono», tuttavia, aggiunge, «il perdono senza l´esperienza della giustizia è sempre vuoto», perché attraverso la giustizia si pone «l´esigenza della conversione, del cambiamento radicale di vita». E questo «vale per tutti, Papi a cardinali, vescovi e preti, come anche per i laici». Che, dunque, i ‘reati´ compiuti da don Cantini, e accertati nel corso di ben due inchieste (un processo canonico istruito dall´ex arcivescovo Enno Antonelli, e il supplemento di istruttoria affidata dal Vaticano ad un membro di sua fiducia del Tribunale ecclesiastico di Firenze), siano stati puniti con la massima delle pene previste per un sacerdote, «dice già molto» della linea del Vaticano su reati del genere. E tuttavia, aggiunge, occorre andare fino in fondo, e far luce anche «su eventuali responsabilità di altri» in quanto accaduto dentro la Chiesa fiorentina: e cioè di chi potrebbe aver sottovalutato o coperto l´accaduto, anche quando arrivarono le circostanziate denunce delle vittime. Da qui l´invito: «Anche su questo punto» dice Scicluna «si impone da parte della Chiesa, quella fiorentina innanzitutto, un discernimento. Solo così infatti si può evitare che i fatti si ripetano».

In una recente intervista ad Avvenire il promotore di giustizia della Congregazione ha difeso il comportamento di Papa Ratzinger di fronte a casi di preti pedofili: dal 2001, ha detto, anno in cui i delicta graviora, cioè i casi di abusi su minori e di pedofilia, sono diventati competenza della Congregazione, «il cardinale Ratzinger ha mostrato saggezza e fermezza», e «grande coraggio». E accusarlo di occultamento, perciò, «è falso e calunnioso». Ma nella stessa intervista ha anche ricordato come l´indicazione ai vescovi da parte della Congregazione sia di invitare le vittime «a denunciare i sacerdoti di cui sono stati vittime» alle autorità civili, nonché di dare loro «tutta l´assistenza spirituale, e non solo». Un comportamento, come dimostra il caso fiorentino, evidentemente non sempre seguito.

Fonte Repubblica Firenze

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