13 dicembre 2018

Pedofilia e caso Piagge. Per l'Azione Cattolica serve più ascolto

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Il delegato di Azione Cattolica: “L´irrigidimento delle posizioni sempre da evitare”. “Certe questioni dovrebbero interpellare tutti imponendo ascolto reciproco”

Maria Cristina Carratù

«A meno di non essere del tutto acritici, difficoltà e disorientamento si provano, inutile negarlo». Mauro Garuglieri è il delegato regionale dell´Azione Cattolica, la più importante e diffusa associazione cattolica laicale italiana.

Non è un gran momento per la Chiesa. Come si sente, da cattolico ‘organico´, in questa situazione?
«In realtà, molte sono le indicazioni preziose sui cammini da intraprendere offerte dalla stessa Chiesa, e gli inviti a farci tutti, ‘cercatori di Dio´. Ma bisogna riconoscere che in un mondo in rapido cambiamento, e alla diversità di posizioni che ne derivano, servirebbe più disponibilità al dialogo e all´ascolto. All´accoglienza, prima che al giudizio. In altre parole, si avverte una certa difficoltà a tradurre quelle indicazioni alte, che pure ci sono, in pastorale concreta».

E come se lo spiega?
«Ogni agenzia educativa entra in crisi in momenti così, che costringono a rivedere i propri modi di pensare. Ma anche a convertirsi, rimuovere ostacoli, progredire. Certo, il timore di derive può indurre a rifugiarsi nei riferimenti normativi, a serrare le fila. E càpita che opinioni, espressioni della coscienza, della maturità umana e di fede di ognuno, siano spesso disattese. E´ opportuno che nella Chiesa si presti più cura a creare spazi per l´esercizio di un discernimento comune fra tutti i carismi e i ministeri del popolo di Dio».

Un´istanza che data almeno al Vaticano II.
«Oggi, più che mai, di fronte alle nuove sfide della conoscenza, occorre chiedersi cosa sia l´uomo, cosa debba avere valore per lui. E in questo interrogarsi, la Chiesa dovrebbe aprirsi più di quanto non faccia alle diverse posizioni, interne ed esterne, che possono aiutarla a comprendere meglio la parola di verità che è chiamata a testimoniare. Lo stesso Papa Benedetto, per esempio, ha invitato la Chiesa a dotarsi di un suo ‘cortile dei gentili´, aperto a tutti, anche a chi non ha conosciuto Dio. Favorendo relazioni fra tutte le componenti, e sapendo che le diversità, spesso, più che diversità sono ricchezze. E più che un laicato esecutore, di cui a volte ci si accontenta, sarebbe utile formarne uno più propositivo, dando a ciascuno la sua responsabilità, anche a rischio di prendere qualche cantonata. Il compito di trarne indicazioni valide per tutti è poi del magistero, ma ciò non toglie che confronto e dialogo siano indispensabili».

Alla luce di questi ritardi si può forse rileggere anche un caso come l´allontanamento di don Santoro dalle Piagge?
«Il cammino della Chiesa è per forza lento. Le sentinelle, le voci profetiche, se sono tali, còlte le novità all´orizzonte, non vi corrono incontro da sole, ma tornano all´accampamento, lo svegliano e aspettano che si metta in marcia. Il che non è facile, richiede tempo e di stare al passo con i più lenti, cioè un grande lavoro educativo e di confronto condiviso».

Spesso però l´accampamento non vuole vedere, oppure sanziona la sentinella.
«Non c´è dubbio che certe questioni dovrebbero interpellare tutti, imponendo una grande capacità di ascolto reciproco. Poi, dopo il confronto, si può anche decidere di sanzionare un comportamento, per rispetto della verità o timore di fratture: le ragioni possono essere tante…».

Sui preti pedofili si rimprovera alla Chiesa quantomeno un eccesso di prudenza.
«Di nuovo: molti problemi si eviterebbero con un maggior dialogo da parte di tutti. E il linciaggio mediatico di cui la Chiesa è oggetto nonostante i provvedimenti che sta prendendo, non facilita le relazioni, e anzi può suscitare reazioni di chiusura, che a loro volta aumentano le distanze. L´irrigidimento delle posizioni è sempre da evitare, perché spacca sia la Chiesa che la società».

***

IL COMMENTO – I gesti della Chiesa più spiegabili alla luce delle polemiche che della fede. Il versante della profezia e la riconferma di Maniago. Il caso don Cantini è una ferita che stenta a rimarginarsi per come è stato gestito

di MariaCristina Carratù

E´ fin troppo semplice, oggi, parlare del ‘disagio´ dei cattolici. Basterebbe riportare uno dei tanti sfoghi che arrivano in camera caritatis da cattolici ‘organici´ e contestatori storici, conciliaristi e tridentini, preti e laici, e insomma dall´intera geografia ecclesiastica, tutti segnati dalla stessa ‘passione´. Sentirsi cattolici, e non riconoscersi più, o non più come prima, in una Chiesa che da un lato indica grandi orizzonti, ma dall´altro non riesce a tradurre questo sguardo in prassi concreta e diffusa, capace di dare senso alla vita delle persone, accontentandosi di gestire l´esistente sul versante istituzionale e trascurando quello, che le sarebbe proprio, della profezia. Una tragedia, per chi si sente parte di una comunità di ‘convocati´ intorno a un evento che si chiama Incarnazione. Il timore, spesso la vera e propria paura di tanti cattolici di dichiarare apertamente il proprio disagio, si spiega anche così, con la difficoltà di prendere atto di una divaricazione fra parola e vita, fra il popolo e le sue guide, che mette in questione la sostanza stessa della fede cristiana. La bufera dei preti pedofili non è, da questo punto di vista, che uno scossone più forte degli altri, di cui la Chiesa fiorentina vanta un doloroso primato con il caso don Cantini. Ferita che stenta a rimarginarsi proprio per il modo in cui è stata gestita, all´insegna di quella divaricazione fra messaggio e prassi: già nel 2001 la Congregazione per la dottrina della fede aveva indicato con chiarezza come muoversi in questi casi, ma a Firenze l´apertura di un´istruttoria ha richiesto anni, e la riduzione allo stato laicale di un prete reo confesso è arrivata solo dopo che lo scandalo era esploso sui giornali. Mentre continua a mancare forse il più importante dei gesti dovuti e prescritti, e cioè la solidarietà umana alle vittime, che oltretutto non hanno neanche fatto causa civile alla diocesi.

L´unico gesto evidente è stata la riconferma a vicario generale del vescovo ausiliare Claudio Maniago, che le vittime accusano di aver chiesto loro di tacere. Sapere che Betori era in qualche modo obbligato alla riconferma, dato il rango del suo vice, e che da tempo il ruolo effettivo in Curia dell´ex giovane vescovo in carriera appare radicalmente ridimensionato, nulla toglie alla gravità di un´omissione, di giustizia e di carità. Né si profila alcun tentativo di coinvolgimento della comunità ecclesiale in una elaborazione dell´accaduto, alla luce dei problemi emersi sia dal caso Cantini, che da quello, pur diversissimo, del matrimonio di una donna nata uomo celebrato alle Piagge da don Santoro, subito allontanato dalla sua comunità, altra ferita aperta nella Chiesa fiorentina: la sessualità, l´appartenenza di genere, le sfide dei nuovi saperi, i termini di una pastorale nuova, che tenga conto delle tante sensibilità di una società complessa.

Così, per spiegare comportamenti delle gerarchie che, obiettivamente, hanno poco di profetico, ecco scatenarsi ipotesi degne di tutt´altro contesto: il vescovo ausiliare che sarebbe al suo posto perché non si sa dove metterlo, l´arcivescovo che non vuole grane perché aspirerebbe alla porpora cardinalizia, e via dicendo. A conferma che i gesti della Chiesa sembrano ormai spiegabili, più che alla luce della fede, alla luce delle polemiche, come tutti gli altri. Il che risulta umiliante per qualunque vero credente. Dunque, inutile protestare che tutti ce l´hanno con la Chiesa: perché a mettersi nella condizione di farsi giudicare in modo sbagliato, spesso, è proprio la Chiesa.

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La Comunità delle Piagge: buona notizia la trattativa Betori-Santoro

«Una buona notizia». La Comunità delle Piagge commenta così la notizia di trattative in corso fra la Curia e l´ex prete delle Piagge Alessandro Santoro, esiliato in Casentino dopo aver celebrato il matrimonio di una donna nata uomo, in vista di un suo eventuale ritorno. «I sei mesi di riflessione voluti dal vescovo» si legge in una nota «sono stati lunghi e difficili, segnati dal rischio di veder disperdere quindici anni di impegno. Ciò per fortuna non è avvenuto». Da quando Santoro è stato allontanato, si spiega, «siamo riusciti con spirito immutato, pur nelle difficoltà, a consolidare le tante attività dedicate al riscatto degli ultimi, cui dobbiamo obbedienza e fedeltà», convinti che anche il matrimonio contestato dalla Curia «rappresenti un ‘camminare con´ chi è alla ricerca di riscatto», «fatto con semplicità», nel segno dell´«amore totale contenuto nel Vangelo».

Adesso, si afferma, la «buona notizia» «consente di sperare che il muro di incomprensione e di mancato ascolto, oggi ancora presente, possa cominciare ad essere smantellato, mattone dopo mattone». E, pur domandandosi «quali possano essere i termini della trattativa utili a sanare, grazie a una comprensione reciproca, l´incrinatura creatasi dentro la comunità cristiana di Firenze, da sempre capace di cogliere i segni dei tempi», la Comunità si dice convinta di trovarsi «di fronte alla concreta opportunità di praticare una fase di dialogo e confronto virtuoso tra San Giovanni e le Piagge».

Fonte Repubblica Firenze

0 Comments

  1. silva

    Spero che la Chiesa riconosca rapidamente l’errore che ha fatto allontanando don Alessandro dalle Piagge. Mi auguro che i tempi non siano lunghi come quelli che ci son voluti per iniziare a individuare qualche responsabilità nell’oscena vicenda dei preti pedofili e dei loro protettori. (Del resto anche per riabilitare Galileo la chiesa ci ha messo un po’……. forse noi vorremmo vedere qualche cambiamento mentre siamo vivi)

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  2. catia barontini

    il papa domenica ha detto di pregare per i tanti preti in gamba che ci sono nella chiesa, ma nn siamo noi a dover pregare per loro ,ma la chiesa che quando ce n’è uno in gamba lo allontana, come è stato fatto con don alessandro. Io prego affinchè alessandro possa tornare alle piagge, a continuare il suo cammino insieme alle persone che lo amano.

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