25 settembre 2018

Partiti, Movimenti, Rete

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Cofferati al Palasport. Raramente un dibattito pubblico ha scatenato effetti politici così rilevanti e quasi mai una singola manifestazione è riuscita a concentrare in sé, al di là delle intenzioni dei promotori, un simile carico di significati simbolici. Cerchiamo di capire perché è accaduto.

La prima chiave di lettura ce la consegna l’elenco stesso delle forze e dei soggetti che sono stati ‘disturbati’ da questa iniziativa: 1) il gruppo dirigente Ds, che vi ha ravvisato il tentativo di utilizzare la forza dei nuovi movimenti per spostare gli equilibri politici dentro il partito e dentro l’alleanza di centro-sinistra; 2) Rifondazione Comunista, che sente minacciato il proprio spazio politico e dunque avverte il rischio di perdere l’esclusiva della rappresentanza del movimento anti-liberista; 3) alcune componenti del Social Forum, che vedono in Cofferati il cavallo di Troia con cui la vecchia politica cerca di normalizzare le spinte più potentemente antagonistiche per banalizzarne i contenuti e depotenziarne la carica alternativa.
Queste reazioni convergono nell’individuare il progetto-Cofferati come un’operazione politica mirata a ‘spendere’ strumentalmente il grande potenziale di energie e di partecipazione sprigionatosi in questo periodo (il filo rosso che va da Genova 2001 a Firenze 2003, passando attraverso la marcia Perugia-Assisi, l’urlo di Moretti, i girotondi, la riscossa sindacale contro la riforma dell’art.18, la manifestazione autoconvocata di p.zza San Giovanni etc.) In che modo? Trasformando tutto questo in una pedina sulla scacchiera dei grandi giochi della Politica o, ancora più crudamente, in massa di manovra per le lotte di potere.
Soffermiamoci proprio su questo aspetto. Io credo che chiunque abbia frequentato e vissuto, anche solo parzialmente, le tante giornate di riflessione, di mobilitazione e di lotta di questo ultimo anno e mezzo si sia reso conto con chiarezza di quanto sarebbe sciocco e controproducente tentare di ricondurre a una sintesi totalizzante questo laboratorio così complesso e poliforme, che trae la sua forza proprio dalla valorizzazione delle differenze e dal pluralismo delle competenze e dei settori di impegno. Nell’intervento di Cofferati al Circo Massimo, in occasione della straordinaria manifestazione del 23 marzo 2002, mi colpì la parte conclusiva quando, resistendo alla tentazione di attribuire in toto a sé e alla Cgil la vittoria politica della giornata, si espresse -più o meno- così: “Io so benissimo che questa piazza non è esclusivo patrimonio della Cgil e che oggi qui con noi convergono movimenti e associazioni che sono impegnate in altre lotte altrettanto importanti. Possiamo camminare ancora insieme, senza smettere per questo di perseguire i nostri specifici obiettivi e senza rinunciare affatto alle singole identità”. Può sembrare un’osservazione banale ma in quel contesto acquistava un significato formidabile perché riconosceva la ricchezza plurale e l’articolazione di quei 3 milioni di persone. Infatti, l’aspetto più rilevante che unifica e dà coerenza a queste composite realtà consiste proprio nella rottura delle appartenenze tradizionali e dunque nell’essere -come ama dire Giuliano Giuliani, il padre del giovane assassinato a Genova- un ‘movimento di persone’. Concetti come ‘masse’ o come ‘popolo’ appaiono totalmente inadeguati a descrivere la complessità di sfaccettature dei nuovi movimenti e soprattutto non riescono a spiegare la qualità di partecipazione e di responsabilità individuale che li contraddistingue.
Il tramonto di queste categorie chiama necessariamente in causa un altro fenomeno del nostro tempo: la crisi dei partiti. Intendo dire della forma-partito quale è scaturita dalla tradizione del diciannovesimo e ventesimo secolo: struttura rigidamente verticale, catena di comando esercitata a senso unico da un centro decisionale verso la periferia, articolazione organizzativa di tipo territoriale, disciplina e coesione nell’attività politica esterna. Una macchina poderosa che ha rappresentato uno strumento indispensabile per avvicinare alla politica centinaia di milioni di persone e per conquistare quelle istituzioni democratiche che oggi siamo propensi, erroneamente, a dare per scontati. Con la crisi delle ideologie e con il dominio del mercato, il partito si è però trasformato in una mera macchina elettorale, un luogo che dispensa servizi e potere a ‘clientele’ selezionate. Assistiamo dunque a quella impressionante crisi di rappresentanza che è sotto gli occhi di tutti e che può costituire una minaccia per la democrazia, quando si manifesta con fenomeni come l’astensionismo o il neo-populismo di destra, oppure un rilancio della cittadinanza attiva quando sollecita la scoperta di nuove forme della politica.
La pratica dei nuovi movimenti scaturisce proprio dalla critica del tradizionale modello partitico e in qualche modo cerca di superarne gli aspetti più consumati e irrecuperabili. La novità più rilevante è rappresentato dall’idea di ‘rete’, un concetto in cui riecheggia l’apporto di importanti componenti culturali e scientifiche. Dal punto di vita epistemologico il modello di rete può essere ricondotto al relativismo e alla psicologia umanistica quando postulano rispettivamente il superamento del ‘muro’ fra soggetto e oggetto e ‘le relazioni di campo’ come sistema interrelato di comunicazione interpersonale. Se il partito di matrice ottocentesca esprimeva la certezza monolitica di una verità assoluta, attinta in nome della fiducia positivistica nel “progresso” o attraverso la convinzione di interpretare il senso profondo della Storia, la rete riflette invece, nella sua leggerezza, la consapevolezza della relatività e caducità delle acquisizioni, in un processo che rimette sempre tutto in gioco senza che si formi una casta di detentori stabili di un sapere superiore.
Vediamo in concreto quali sono gli indubbi punti di forza che il modello di rete presenta: 1) la struttura orizzontale, che mette tutti gli aderenti in condizione di parità e non accetta aprioristiche gerarchie; 2) la pluralità dei soggetti, ciascuno dei quali è chiamato ad esprimere la propria originalità senza sacrificarla ad un’improbabile sintesi superiore; 3) l’interazione, che consente di far circolare tutte le energie di un insieme tanto da ottenere un risultato complessivo superiore -o comunque diverso- rispetto alla semplice somma dei componenti.
Se dunque è la rete lo strumento che più si presta a valorizzare e portare avanti i valori e la forza dei nuovi movimenti politici che senso ha continuare a ragionare con la vecchia logica?
Viste con questa ottica le ‘mosse’ di Cofferati non sono poi così spiazzanti e incomprensibili. Perché mai avrebbe dovuto accettare la presidenza Ds o il comodo seggio senatoriale offertogli? Perché mai oggi dovrebbe porsi l’obiettivo di spaccare il suo partito o di qualificarsi da subito come leader del centro-sinistra? Non è forse molto più saggio lasciare aperte le porte della comunicazione e del dialogo fra i diversi soggetti oggi impegnati contro Berlusconi, senza forzature e senza investiture che oggi ben pochi sarebbero disposti a concedere? Il progetto di Cofferati è molto semplice: ‘navigare a vista’, ponendosi come interlocutore visibile di quante più forze possibili e favorendo al massimo tutte le forme di contaminazione e di confronto fra ‘vecchia’ e ‘nuova’ politica, confidando che questa ‘messa in rete’ possa favorire l’elaborazione progressiva delle risposte politiche e istituzionali che si rendano necessarie. Una strategia che potrà apparire forse ‘minimalista’ ma che, nella situazione attuale, contiene una buona dose di realismo e di intelligenza politica. Come ha ben detto Ornella De Zordo del Laboratorio per la Democrazia (uno dei soggetti promotori della serata del Palasport): “Non si propone la nascita di un soggetto nuovo ma piuttosto una rete di soggetti già esistenti e diversi fra loro; non si sta insomma fondando un nuovo partito ma si vuole dar vita a qualcosa che sappia connettere, in un lavoro condiviso e alla pari, esperienze politiche difformi per natura e tipologia… Si tratta evidentemente di un soggetto plurale, nel quale…non c’è un vertice o una base, dove ciascuno mantiene la sua identità e autonomia e dove tutti non devono pensare la stessa cosa su tutto”.
Cofferati non è un capopolo, né un grande agitatore. La sua figura emerge oggi, nel deserto del centro-sinistra, proprio perché corrisponde ad un’esigenza diffusa: il bisogno di riflessione e di rigore analitico e la capacità di farne scaturire degli impegni coerenti. Nella sua moderazione l’ex-leader della Cgil mantiene comunque una consequenzialità teorico-pratica che piace e convince soprattutto perché si propone sul filo del ragionamento e non sfruttando i collaudati meccanismi della demagogia. Anche a Firenze non ha certo premuto il pedale facile dell’emotività. In particolare mi hanno colpito: l’invito all’approfondimento, criticando la micidiale tendenza alla semplificazione e alla banalizzazione delle questioni, tipica della commistione fra populismo plebiscitario e volgarità mediatica; l’elogio della sobrietà, come stimolo ad un’attenzione critica verso il nostro stile di vita e come ricerca della qualità nei consumi (“un buon libro sarà sempre meglio di una cravatta”). Dimostrazione, quest’ultima annotazione, di un percorso che il ‘cinese’ ha fatto verso i nuovi movimenti, anche dal punto di vista dei contenuti. E’ vero: a Genova non c’era, nel ’99 ha appoggiato l’intervento in Kosovo, ha condotto per anni una politica di ‘concertazione’ sindacale che, secondo molti critici, ha aperto la strada al neo-liberismo nel mondo del lavoro. Resta il fatto che ha saputo mettersi in discussione, cambiare e intraprendere anche, in una situazione politica di quasi totale isolamento (dal ceto politico, non certo dai lavoratori), una difficilissima scommessa: la battaglia per la difesa dell’articolo 18. Quanti dei leader e leaderini dell’Ulivo possono dire altrettanto? Quanti hanno avuto l’umiltà e il coraggio di provare ad ascoltare cosa c’era di nuovo nell’aria?
Tutto bene, dunque? Non proprio…Per funzionare il progetto di Cofferati ha bisogno di alcune condizioni, che non sono affatto scontate. L’Ulivo, nell’attuale edizione ‘ramo secco’, sarà in grado di aprirsi veramente alle nuove realtà o la sua nomenclatura è ormai imbozzolata nella propria ‘autoreferenzialità’ e strutturalmente sorda a qualunque sollecitazione esterna? Riusciranno i movimenti a vincere quella sorta di aprioristica diffidenza verso tutto ciò che è istituzionale, come se temessero di venirne sporcati o resi meno credibili nella loro intransigenza?
Dalla risposta a queste domande dipende non tanto il futuro politico di Cofferati quanto la possibilità storica di produrre a breve-medio termine un reale cambiamento nella vita di questo paese.

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