26 settembre 2018

Partecipazione, sembra ieri

image_pdfimage_print

Il movimento di quartiere
Nel decennio ’66-’76 si sviluppò a Firenze un forte movimento di quartiere. Nato nei drammatici giorni dell’alluvione, quando, di fronte alla latitanza delle istituzioni statali, erano stati i comitati spontanei che accomunavano case del popolo e parrocchie ad organizzare le prime risposte all’emergenza, il movimento aveva trovato poi, dopo la “Lettera ad una professoressa” di don Milani e dei ragazzi di Barbiana, un rinnovato vigore, impegnandosi sul terreno della scuola con una diffusione straordinaria di doposcuola e di scuole popolari negli ambienti, ancora una volta, dei circoli ARCI e di quelli parrocchiali.
Non è tanto però sulle caratteristiche e sulle iniziative del movimento che intendo soffermarmi, quanto piuttosto sugli spazi che si conquistarono all’interno dei livelli istituzionali, delle innovazioni che ne scaturirono, degli strumenti di partecipazione che furono “inventati” nel vivo della pratica quotidiana.

L’intervento nella scuola
Doposcuola e scuole popolari non erano solo strutture di servizio e di solidarietà con gli esclusi, con gli ultimi, con i “dannati della terra” locali, ma si ponevano anche l’obiettivo di intervenire sulla scuola pubblica, di cambiarne i connotati classisti – quelli stessi denunciati, con semplicità e nel contempo con una forza ed un’intensità straordinarie, dalla “Lettera” di Barbiana -, di stabilire dei collegamenti fra quel mondo separato e la realtà in cui era inserito. All’attività giornaliera con i ragazzi, e con gli adulti nelle scuole serali, si affiancavano la costruzione, faticosa, dei primi comitati genitori e le prime riunioni ed assemblee nelle scuole elementari e medie, spesso strappate con la forza, sull’onda del Sessantotto studentesco (degli studenti universitari e degli istituti superiori). La lotta per contenuti diversi si intrecciava con quella per gli spazi fisici, per le aule che mancavano, per l’eliminazione dei doppi turni. All’Isolotto si coniugò l’azione per le strutture scolastiche con la battaglia contro la speculazione edilizia quando, con un’occupazione ampiamente partecipata del terreno su cui si stava cominciando a costruire un nightclub, se ne impedì la realizzazione e si costrinse il Comune a rispettare le indicazioni del PRG mettendo in cantiere la scuola materna ivi prevista.

Fra partecipazione e burocrazia
Genitori e forze esterne entravano finalmente nella scuola, anche se in maniera episodica e contrastata: tutti questi fermenti ed iniziative dal basso avrebbero avuto a breve scadenza una risposta istituzionale con i cosiddetti decreti delegati e con gli organi collegiali che ne sarebbero derivati. Si formalizzavano e si regolamentavano le presenze esterne nella gestione della scuola pubblica, aprendo un nuovo spazio di partecipazione ma allo stesso tempo depotenziandone gli aspetti maggiormenteinnovativi. Ciò non toglie che, laddove gli organi collegiali si inserivano in contesti ricchi di presenze attive sul territorio, la loro stessa elezione costituiva un elemento di confronto reale (e non uno stanco e ripetitivo rituale, come poi sarebbe avvenuto in quasi tutte le situazioni, e come in effetti si verifica attualmente).

L’esempio dell’Isolotto
I nuovi spazi di partecipazione non si limitavano però al mondo della scuola: alla Biblioteca comunale dell’Isolotto, ad esempio, si sperimentò un Comitato di Gestione, che affiancava la bibliotecaria, in cui erano rappresentate realtà diverse della zona – dalla Scuola Popolare alla Comunità alla Casa del Popolo al Comitato Genitori, per citarne alcuni – prima ancora che tali strumenti gestionali venissero ufficializzati in ambito cittadino, e che si estinguessero miseramente nell’epoca immediatamente successiva (fu proprio il Comitato di Gestione ad elaborare un progetto per l’ampliamento della biblioteca che fu poi assunto e realizzato dall’Amministrazione).
Più in generale, erano gli strumenti di confronto con l’ente locale, sui temi più diversi – dall’acqua alla sanità alle strutture culturali all’urbanistica – ad essere richiesti con forza dal movimento, al fine di coniugare democrazia diretta con democrazia rappresentativa (come non avvertire in questo una sintonia con le elaborazioni e le esperienze che si ricollegano oggi al bilancio partecipativo?).
Il decentramento che ingessa
La risposta venne allora dal decentramento amministrativo, con l’elezione diretta dei consigli di quartiere (Firenze fu una delle prime città medio-grandi ad attuare un processo del genere, nel 1976), ma anche in tale occasione la conquista di spazi di partecipazione dentro le istituzioni, frutto anche delle lotte del movimento, ebbe il limite di ridurre da subito la portata innovatrice di quanto ottenuto, da un lato mantenendo accentrati nell’ente comune la maggior parte dei poteri, dall’altro calando i contenuti nuovi in contenitori vecchi (alle elezioni dei consigli circoscrizionali si andò con le tradizionali liste di partito, ignorando le indicazioni di chi avrebbe voluto che si cogliessero specificità e differenze, da zona a zona, attraverso liste di programma e di movimento).
Stava comunque per declinare la stagione che aveva nella partecipazione uno dei suoi valori fondanti: a breve, negli anni Ottanta, in nome della governabilità si sarebbe dato sempre minore importanza agli elementi partecipativi, vedendoli anzi in molti casi come ostacoli fastidiosi.
I risultati, nell’ambito delle istituzioni, sono sotto gli occhi di tutti.

Ricominciare a partecipare
Non ci resta che operare per un nuovo inizio: perché si declini di nuovo, in modo originale e creativo, anche da parte istituzionale, il verbo partecipare. Nonostante molte chiusure ottuse, si scorgono alcuni segnali positivi in tale direzione: l’attenzione al bilancio partecipativo di Porto Alegre e l’elaborazione della Carta del Nuovo Municipio sono indubbiamente fra questi.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *