24 settembre 2018

PARTECIPAZIONE DAL BASSO – Democrazia in prima pagina

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Repubblica-Firenze: un mese esatto di prime pagine dedicate ad un dibattito sulla democrazia. Spunto iniziale, una lettera al sindaco dello storico Paul Ginsborg che sottolineava la necessità di costruire nuove relazioni tra istituzioni e società civile.
Il fatto che un importante organo di informazione accetti di rendersi ‘spazio pubblico’ aperto non solo alle ‘voci eccellenti’ (e senza limitare le riflessioni dei cittadini alla paginetta delle ‘lettere alla redazione’) è certo raro, specie in tempi di recrudescenza della lottizzazione sui media. C’é anche da apprezzare che il caporedattore Jozzelli non abbia voluto esprimersi in prima persona sul dibattito a cui la redazione che coordina ha offerto spazio. Ovviamente, anche il selezionare i contributi da pubblicare é un modo di esprimersi (più sottile e determinante di un pronunciamento in prima persona), ma in un’epoca di protagonismi mediatici il ‘basso profilo’ scelto è comunque importante, perché offre un’indicazione di percorso ad altri: la necessità che tutti – amministratori, partiti, comitati, associazioni, organi di informazione – compiano un passo indietro, con umiltà e senza voglia di protagonismo, per dare un contributo a ‘ridemocratizzare la democrazia’ a partire dagli ambiti della gestione locale, quella più vicina al cittadino e alla sua quotidianità.

I professori in piazza

In realtà – se vogliamo – Jozzelli un breve commento conclusivo al dibattito ospitato dal suo giornale lo ha fatto (postumo e indiretto) nell’editoriale del 25 gennaio a proposito della manifestazione dei 12.000 contro ‘l’imbavagliamento della giustizia e dell’informazione da parte del Governo Berlusconi’, promossa proprio da Ginsborg e da altri professori universitari fiorentini.
Non é un caso se alcuni dei più stimolanti contributi al dibattito ospitato da “Repubblica” son giunti proprio da docenti universitari. “Non più “tecnici” […] ma soggetti politici decisi a smascherare quella che giudicano una rischiosa deriva della nostra vita democratica”, a “dare voce credibile allo smarrimento di tanta gente e alle insufficienze di tanti partiti” e a proporre “il recupero di una comune intesa sui valori fondamentali della nostra società” al di là “di qualunque imbonimento mediatico o del brutale appello a curarsi solo del proprio tornaconto” proposto da un mondo politico sempre più interessato ad autoperpetuarsi facendo leva sui bassi istinti egoistici dei cittadini.
Giustamente – scrive Jozzelli – non sarebbe corretto elevare una categoria “a difensore esclusivo dei valori del vivere associato” (senza contare le contraddizioni che connotano il nostro panorama universitario…), ma certo “l’avanguardia intellettuale” può avere un forte ruolo di stimolo, facendo riflettere la politica sulla politica e sui cittadini: e nel dibattito fiorentino l’ha fatto.

Ma che vogliono questi?

Quanto al ritardo della politica, nel panorama nazionale, ciò è testimoniato dall’incapacità di parte del centrosinistra di comprendere le novità del movimento contro la mondializzazione selvaggia, mentre sul piano fiorentino il dibattito di “Repubblica” rivela un panorama quasi desolante degli amministratori locali (a parte il bell’intervento dell’Assessore Siliani) e la necessità che si proceda a profondi cambiamenti nei gruppi dirigenti o quantomeno alla loro rigenerazione se si vuole ricostruire il rapporto di fiducia tra elettori ed eletti.
Volendo estrarre alcune ‘lezioni’ dal dibattito, emerge la sensazione netta che se i partiti sono in crisi di legittimità il loro potere sia ancora ben saldo, e la politica ufficiale non abbia la minima intenzione di fare un ‘passo indietro’ e andare incontro al bisogno di coinvolgimento diretto dei suoi elettori.
La necessità di allargare la partecipazione dei cittadini alle decisioni sul territorio pare avvertita con fastidio e in maniera formale, e richiama alla mente una scena indelebile per noi ‘piaggesi’ di nascita o adozione: l’incontro dei bambini del Laboratorio di Quartiere delle Piagge con il Sindaco, che chiedeva a ognuno cosa desiderava per il suo territorio, smontando ogni richiesta dopo essersi girato verso il tecnico che teneva la lista delle scelte già assunte come legittime e ‘fattibili’ dal Comune.

I sindaci insindacabili

Il Sindaco di Fiesole ha fatto notazioni giuste sul rispetto degli altri come limite alla nostra libertà, ma – nell’irridere alle “proteste provenienti da microrealtà […] di condominio” che pretendono “di diventare macrorealtà valida per tutti” – ha dato prova di un peccato originario della politica: guardare con sufficienza agli elettori e pensare di possedere la chiave dell’interesse generale perchè “vede i costi del servizio, i rapporti fra personale e dirigenti, i flussi della mobilità”, mentre il cittadino leggerebbe solo “l’aumento della tariffa, il cassonetto pieno, l’autobus in ritardo”. Forse la politica dovrebbe recuperare il suo ruolo di guida (prima che di decisore) e lavorare per insegnare ai cittadini a leggere tutto questo, dare gli strumenti e gli spazi per elaborare anche il concetto di ‘interesse comune’ e non solo quello individuale. Siamo sicuri che ‘gli sportelli al cittadino’ siano i modi migliori per ascoltare il territorio da amministrare, e non perpetuino l’idea di amministrazione come sommatoria di richieste particolari? Studiando esperienze di ascolto dei cittadini sperimentate in altri Paesi, ci si convince che la fatica di ascoltare proteste e richieste di singoli che il Sindaco Pesci lamenta “il giovedì pomeriggio” sia nulla in confronto a quella che necessita per formare i cittadini alla comprensione e alla costruzione congiunta del ‘bene comune’.

Che c’entra Porto Alegre?

Il contributo al dibattito di Cristiano Lucchi, direttore dell’Altracittà, cita l’esperienza di Porto Alegre mentre è sulla bocca di tutti più come moda che come approfondita riflessione. Ai nostri (tanti) amministratori in questi giorni a Porto Alegre al Forum delle Autorità Locali per l’Inclusione Sociale andrebbe detto che la maggiore novità di 12 anni di Bilancio Partecipativo è la riscoperta di una «politica lavoratrice» che non solo ha rinunciato a fette del suo potere deliberativo a favore dei cittadini, ma ha fatto e fa quotidianamente uno sforzo enorme per formarli a comprendere ogni implicazione politica e tecnica del ben-amministrare, per arrivare insieme a una costruzione delle scelte migliori per il territorio (e non delegarle lavandosene le mani). Come osservava Donatella Della Porta ‘la democrazia dei comitati richiede più governo’ perchè richiede molto impegno non solo per la mediazione, la formazione, l’informazione e l’ascolto dei cittadini, ma anche per rendere funzionanti e democratici i meccanismi di discussione e deliberazione, impegnandosi nel dare risultati rapidi alle loro decisioni e così stimolare nuova partecipazione.

La politica ai cittadini

Forse il Bilancio Partecipativo di Porto Alegre e delle altre 200 città che al mondo lo praticano, è rivoluzionario perchè rende possibile il passaggio (che è complesso e non automatico) dalla condivisione delle decisioni sul ‘piccolo’ a quelle di natura strategica, che devono tener conto dell’interesse generale dell’intero territorio. Non solo, permette risultati condivisi anche sulle scelte «non a somma positiva» (come le chiama Della Porta riferendosi alla collocazione di inceneritori, cimiteri, ecc.) in cui non necessariamente tutti guadagnano qualcosa, ma può guadagnarne la società nel suo complesso. La maggiore novità di processi deliberativi aperti alla società civile come questi è comunque quella di mettere in grado i cittadini di fare una ‘sintesi’ di problemi e soluzioni presentati loro, e non di limitarsi a fare presenti posizioni e soluzioni contrapposte lasciando che sia la politica a decidere nell’interesse comune. Il professor Bobbio – torinese aggregatosi al dibattito fiorentino – osserva che «Moltissime esperienze di partecipazione dei cittadini alle scelte collettive in vari paesi europei (e non solo) stanno mettendo in discussione proprio questo assunto […]: i cittadini devono essere messi in condizione di affrontare direttamente i conflitti che li riguardano, attraverso il dialogo e la discussione […] confrontarsi con le ragioni degli altri», «inventare soluzioni che producono vantaggi» per molti.
A questo scopo «la politica deve ricostruire la sua sovranità a un livello più alto […] saper organizzare un’arena, strutturare un processo deliberativo, garantire i diritti di accesso, offrire l’assistenza di mediatori e facilitatori super partes», ma anche trovare i modi di dar voce ai cittadini in quanto «abitanti» e non solo perchè possessori di diritto di voto (sarà un caso, ma Paul Ginsborg è uno straniero, seppur radicato a Firenze, e così Ayse Saracgil del Comitato Oltrarno Sostenibile, che nel dibattito rivendica il ruolo di donne e soprattutto bambini – non votanti – nella costruzione di una città degli abitanti). Questo fanno i Bilanci Partecipativi, ed hanno buon gioco perchè inseriscono i cittadini-abitanti in un dibattito strutturato e scientificamente organizzato, che ha tempi stretti e la necessità di chiudere con delle scelte – sofferte ma costruttive – entro la gestione economica di ogni singolo anno.

Altro che lobby!

La risposta del vicesindaco Cioni (‘medaglia nera’ del dibattito perchè astiosa e puntigliosa nel confutare dettagli insignificanti delle riflessioni di vasto respiro di Ginsborg) mostra che la «difesa» arroccata della politica a una richiesta di partecipazione effettiva alle scelte territoriali tende a «zittire l’avversario» appiattendo il discorso sui Comitati letti come «piccole lobby» di interessi. Ma il crescere delle strutture di partecipazione che rivelano la crisi dei partiti e delle strutture politiche più formali, è fatta di associazionismo molto vario che spesso tutela interessi generali: e la stessa struttura dei comitati – con la nascita dei Coordinamenti e il confluire di alcuni nei Social Forum – non è statica, ma tende ad evolvere, e l’impressione è che non evolva solo verso quella dimensione egoistica che ci si vuol far credere.
La posizione del Sindaco Pesci è legittima: «Sono stato scelto (col mio nome e cognome) per essere il “decisore” della città. Questo devo fare, e faccio. E non in “codecisione” con questo o quel cittadino o comitato».
È legittima, ma chiude gli occhi sulla crisi della politica rappresentativa tradizionale. I Sindaci vengono scelti perchè le elezioni comunque sono previste dalla nostra Costituzione, e modalità e responsabilità vengono riformulate da parlamenti di altri eletti. Questo non vuol dire automaticamente che tutti condividano le deleghe totali che la politica vuol credere che gli siano date. Per chiunque non abbia il prosciutto sugli occhi, il calo dei votanti e il rafforzarsi di associazionismo, comitati e movimenti sono prova irrefutabile di insoddisfazione. E anche di voglia di crescere ed essere attivi, cosa che fa tremare una politica pigra fatta di lavoro a mezzo tempo e mezze responsabilità.
Di spazi e processi che mescolano momenti di democrazia diretta e rappresentativa ne esistono ormai numerosi (e collaudati). Come dice Bobbio «Basta sceglierli, adattarli alle circostanze e partire. I risultati sono quasi sempre sorprendenti. E provare costa poco». Ma richiede una moralità politica di tipo nuovo.
Sarebbe bello discuterne, magari dal vivo, mettendo in piedi una giornata di discussione noi dell’Altracittà e la redazione fiorentina di ‘Repubblica’.
Lanciamo la proposta e speriamo…

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