Partecipare per alzata di mano

image_pdfimage_print

Incontriamo Giovanni Allegretti nella sua nuova casa mentre è intento a sistemare negli scaffali decine e decine di libri di urbanistica e architettura. A pochi passi da lì si sono svolti i primi incontri del nuovo Assessorato alla Partecipazione, promotore dell’iniziativa “Firenze Insieme”(vedi box sotto).
Cosa ne pensi di questi incontri tematici voluti dal Comune? E soprattutto, cos’è mai questa partecipazione di cui tutti parlano?
Personalmente non ho preso parte agli incontri perché lavoravo all’estero, ma mi pare difficile parlare di percorso partecipativo, se non in modo molto embrionale. Le scelte strategiche sono già state fatte, e nei due mesi previsti i cittadini possono solo venire informati meglio e al massimo dare un parere. In pratica si cerca soprattutto il loro consenso, un po’ meno il loro contributo creativo. La partecipazione richiede ascolto reciproco e tempi più lunghi; anche se è bene iniziare a sperimentare, piuttosto che puntare ad un processo perfetto ma rimandato al futuro.
Ma non sono i politici che abbiamo eletto a dover cercare le soluzioni?
Ormai tutti (o quasi) sono convinti che per ogni territorio ci sono più attori di cui tenere conto, è il principio di fondo della cosiddetta “governance”. Non solo la classe politica e le categorie economiche, ma anche la società civile, organizzata e no, è costruttrice di politiche. Per esempio chi occupa uno stabile vuoto per farvi un centro sociale o dare appoggio a senza-casa compie un’azione di forte valore politico, sociale e urbanistico. Partecipazione significa che le decisioni strategiche si costruiscono insieme con tutti gli attori.
Quali sono gli strumenti concreti per compiere questo miracolo?
Per prima cosa serve una forte volontà politica di iniziare un percorso lungo e faticoso che valorizzi il conflitto per produrre nuove idee condivise… Non esistono strumenti standard, devono essere calibrati secondo il contesto, in modo da coinvolgere al meglio i cittadini, rispettando i loro modi storici di aggregarsi, ma anche proponendone di nuovi. Possono esserci dei tavoli tematici, dei laboratori dove si studiano problemi specifici e si cercano soluzioni condivise dopo aver ascoltato le esigenze di tutti.
Sembra una cosa molto impegnativa! È realistico pensare che la gente normale abbia voglia di fare questo sforzo?
Non è facile. Da un lato si ha poco tempo, mangiato dal lavoro senza più regole, dal traffico che stressa, dalla stanchezza; dall’altro c’è poca fiducia nella politica dal basso per cui alla fine è più semplice delegare le scelte e magari infuriarsi e protestare dopo. Proprio per questo è essenziale organizzare con cura il percorso, non si può improvvisare, serve uno studio del territorio prima… tutto il contrario di ciò che vien fatto a Firenze, dove la scadenza imminente del programma di mandato comprime in 2 mesi un percorso in teoria senza fine. È un circolo vizioso: la partecipazione mal condotta uccide la voglia di partecipare e non produce nessun frutto positivo, paradossalmente nemmeno quel consenso che si cercava…
Ma allora perché tanta resistenza da parte delle amministrazioni?
Chiaramente, il politico che si mette in gioco in un percorso di partecipazione reale rischia molto. La partecipazione produce cittadini più esigenti, che chiedono alla politica di evolvere e di uscire dall’angustia della burocrazia, del tecnicismo e delle competizioni tra partiti e correnti. Un politico rischia di vedere messe in discussione le sue stesse linee di programma, magari perché impopolari anche se assolutamente ‘giuste’ sotto il profilo dei valori: che so, l’accoglienza degli immigrati o la limitazione del traffico privato. Ma discutere insieme è proprio il succo della partecipazione ed anche il suo enorme valore aggiunto, dimostrato in tante occasioni… Per esempio, a Porto Alegre la priorità dei baraccati erano le case popolari, quella della giunta l’inquinamento pesantissimo delle acque del lago, percepito dai più poveri come un problema ‘da ricchi’. La discussione è durata anni, ma alla fine si è trovata una soluzione geniale e semplice: sistemare per primi nelle case popolari quelli che avevano la baracca sul lago e lo inquinavano coi loro scarichi. Una volta raggiunto il risultato di poter tornare a far il bagno nel lago, è stato chiaro che la qualità della vita era migliorata per tutti, ricchi e poveri. In altri casi ci si accorge che spesso l’ostinazione su posizioni egoistiche o razziste è prodotta dall’ignoranza totale delle esigenze altrui. Avere spazi e percorsi per ascoltare gli altri, incontrare i loro problemi e desideri, può portare anche a capovolgere le proprie posizioni, a cedere su qualche punto in favore del compromesso, dell’interesse collettivo.
Insomma alla fine la partecipazione produce anche solidarietà?
Beh, senz’altro produce qualcosa che è più interessante della somma delle parti in gioco, un surplus di energia, un valore aggiunto non preventivabile (seppur auspicabile) all’inizio del percorso… Permette di ascoltare o considerare le esigenze di tutti i soggetti, anche quelli che non votano (i bambini, gli stranieri) o che non hanno voce, come l’ambiente. Un po’ come un minestrone dove ogni ingrediente ha il suo sapore e tutti insieme fanno un sapore nuovo.
Già, un bel minestrone gustoso, coi pezzetti di verdura fresca… solo che ci vuole un sacco di tempo! Per fortuna ci sono quelle buste pronte tanto pratiche… Ma il sapore, è proprio lo stesso?

Giovanni Allegretti insegna Analisi del Territorio alla Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze; è consulente del Bilancio partecipativo per il Comune di Venezia; è coordinatore scientifico delle inchieste locali per il Comune di Roma, capofila della rete “Partecipando” del programma europeo Urbact, dedicata alle politiche partecipative.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *