"Parlare civile", un libro di servizio alla comunicazione

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Carola Del Buono per l’Altracittà

“Non esistono parole sbagliate, esiste un uso sbagliato delle parole”. Questa frase di Enrico Pugliese, sociologo e accademico italiano, è stata ricordata spesso durante la presentazione del libro “Parlare civile – comunicare senza discriminare”, che si è tenuta sabato scorso a Terra Futura a Firenze. A condurre l’incontro Stefano Trasatti, direttore di Redattore Sociale, agenzia stampa che ha curato la pubblicazione del libro, Susanna Cressati, direttrice di Toscana Notizie e Carlo Sorrentino, docente di sociologia dei processi culturali all’università degli Studi di Firenze.

Il libro, rivolto in particolar modo ai giornalisti, tratta delle parole ritenute “offensive” – molte sono di uso comune, come “negro”, “vu-cumprà”, “badante”, “diversamente abile”, “barbone”, “lucciola”… – ne illustra l’etimologia, l’uso che se ne fa ed i casi giornalistici di cui sono state, in qualche modo, “protagoniste”.

Il progetto di questo libro si è concretizzato nel 2009, a partire dalla decisione dell’agenzia di stampa di Redattore Sociale di non utilizzare più la parola “clandestino”, ritenuta, appunto, offensiva e discriminatoria, anche perché usata spesso come sinonimo di “delinquente”.

“Il linguaggio è in continua evoluzione, l’uso delle parole cambia a seconda del momento” ha spiegato Trasatti, “Per questo motivo bisogna essere molto cauti, e per questo motivo noi all’epoca abbiamo fatto questa scelta”.

Trasatti riporta anche l’esempio di Associated Press, agenzia di stampa internazionale, che ha aperto addirittura un blog contro le parole discriminatorie. Anche i giornalisti dell’ AP hanno deciso di non utilizzare più la parola “clandestino”.
Questo libro non è un decalogo né un codice di comportamento, Non vuole avere alcuna natura moralista, né “politically correct”. Dice infatti Susanna Cressati: “L’uso sbagliato di certi termini è un problema culturale e non di politically correct”. Per fare degli Cressati cita “bamboccioni” (usata dall’allora ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa nei confronti dei giovani italiani) o il vocabolo oggi drammaticamente in voga “femminicidio”, commentando che forse non è un bel termine ma fa giustizia di altre espressioni prive di senso come “amore malato”, “delitto passionale” o “raptus”. Cressati addebita l’abitudine ad usare certe espressioni ad un uso troppo disinvolto del linguaggio, sprovvisto di una riflessione accurata. Il tutto non è altro, secondo lei, che il risultato di una povertà di pensiero, che a questo punto, purtroppo, caratterizza anche i politici.

“Cosa fanno i giornalisti?” ha domandato infine il professor Sorrentino ai presenti. “Rispecchiano la realtà, si limitano ai fatti, così rispondono loro, ma noi sappiamo che in realtà il giornalismo va oltre a questo. Esso è anche un intenso lavoro sulle parole, sui cambiamenti delle stesse, e, nonostante sia necessaria una certa velocità per scrivere un pezzo, non si può tralasciare il momento della riflessione sull’uso del linguaggio”.

Parlare civile è il primo libro in Italia che affronta in una cornice unica 8 temi apparentemente scollegati: Disabilità, Genere e orientamento sessuale, Immigrazione, Povertà ed emarginazione, Prostituzione e tratta, Religioni, Rom e Sinti, Salute mentale; un minidizionario di 25 parole chiave, a cui se ne legano quasi 350, che dimostra invece come l’attenzione al linguaggio attraversi tanti aspetti della nostra quotidianità e debba soprattutto essere “naturale” per tutti i comunicatori.

http://www.parlarecivile.it/

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