23 settembre 2018

Palestina, una prigione all’aperto

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Si può sentir parlare di Palestina in televisione, ahimé, oppure leggendo qualcosa sui giornali, ma anche partecipando a qualche iniziativa, per fortuna! È quel che è successo alle Piagge, in occasione del secondo incontro organizzato a dicembre dal G.A.S.P., il Gruppo di Acquisto Solidale delle Piagge. Il GASP, non finiremo mai di ricordarlo, risponde all’esigenza di reinserire la relazione umana anche all’interno dell’economia “Facendo la spesa infatti, – sottolineano i promotori – comprando alcuni prodotti invece di altri, sosteniamo certe aziende ed in modo implicito ne approviamo il sistema di produzione”. Per questo tra le aziende in lista ci sono le cooperative del commercio equo e solidale, le cooperative sociali del territorio o le piccole aziende familiari con cui instaurare un rapporto diretto. Protagonista dell’incontro prenatalizio è stato il cous cous prodotto da una cooperativa di donne palestinesi del commercio equo e solidale, che ha recentemente subito forti danni a causa delle ultime vicende in terra santa, ma che sembra ora riprendere la sua attività. L’occasione culinaria diventa il pretesto per avvicinarsi alle violenze che tormentano il popolo palestinese. Ce ne dà un assaggio prima Alessandra Petrone, psicologa, che è stata più volte in Palestina e che in particolare si occupa di bambini e adolescenti. I volti degli adolescenti palestinesi sono volti traumatizzati, segnati dalla violenza quotidiana e dalla sfiducia nei confronti degli adulti, che non sono in grado di offrire loro nessuna certezza, nessuna continuità. “Se la società occidentale, che si definisce civile, non darà nessun segnale per fermare tutto questo, non ci sarà nessuna speranza”. Emad, rappresentante della comunità palestinese di Toscana, interviene insistendo sul fatto che non mancano tanto cibo o acqua “Sin dalla prima Intifada, abbiamo imparato a non dipendere da Israele con l’autoproduzione: ogni famiglia, se aveva un piccolo giardino, un pezzetto di terra, lo coltivava”. Anche Elzir lo sottolinea: “Abbiamo sviluppato un’economia autonoma, siamo in grado di autoprodurre carne, pasta, riso, pane e ovviamente cous cous. Prima dipendevamo dall’economia israeliana, ma ora tante fabbriche israeliane stanno chiudendo o hanno chiuso. La donna in tutto questo ha un ruolo centrale: l’economia locale è nelle mani delle donne, sono loro che decidono cosa comprare e cosa produrre. Questo ha fatto crollare l’economia israeliana”.

Quel che manca sono le medicine e la libertà personale “Col coprifuoco – dice Emad – nessuno può uscire. Ma se un padre ha dei figli che non hanno niente da mangiare, come fa a non uscire? Se esci ti sparano. Gli insediamenti dei coloni sono collocati nella parte più alta della città. In questo modo controllano tutto, vedono dall’alto e sparano”. Oltre al coprifuoco, la ‘grande muraglia’, il muro di Gerusalemme in costruzione “Dopo il crollo del muro di Berlino – commenta Elzir – non avrei mai immaginato che se ne sarebbe costruito un altro. E’ quello che hanno iniziato a fare gli israeliani circa un anno fa, mettendo in pratica un vecchio progetto, allo scopo di difendersi dai palestinesi che fanno gli attentati. Questo muro è più alto di 3 metri, non è possibile scavalcarlo, è pieno di mine prodotte proprio in Italia. Attraversa la Cisgiordania, isolando Gerusalemme. Ne hanno costruito il 45%. È costato miliardi e miliardi, tirati fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti. Quel che è più triste è che con questo muro stanno ghettizzando se stessi, in quella che io chiamo ‘una prigione all’aperto’”.

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