Palestina, la pace dal basso

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La prima delegazione di Action for Peace è stata in Palestina dal 26 dicembre al 3 gennaio scorso. Altissimo il numero di partecipanti, americani, canadesi). Tra loro, Lara Colace che aveva già partecipato all’iniziativa “Io donna vado in Palestina” nel dicembre 2000. Nel raccontare il suo ultimo viaggio, ci mostra una mappa che, con diversi colori, mette in risalto la drammatica frammentazione del territorio palestinese, sancita dagli stessi Accordi di Oslo del ’93, rimasti di fatto inapplicati. La politica israeliana di occupazione si militarizza ogni giorno di più, gli insediamenti di coloni non si arrestano, mentre la popolazione palestinese è costretta a vivere in vere e proprie prigioni a cielo aperto, praticamente senza possibilità di spostamento, con ripercussioni economiche e sociali gravissime.
In un contesto che non si può definire altro che di guerra, che tipo di attività riesce a svolgere una missione civile?
Sul piano dell’interposizione non violenta, si manifesta contro la politica di occupazione israeliana, con presidi ai posti di blocco e cortei che, spesso dopo azioni di mediazione con le forze di polizia israeliane, cercano di oltrepassare fisicamente i checkpoint, per superare in modo simbolico le barriere invalicabili per i Palestinesi. La presenza fisica di civili internazionali, soprattutto se in numero rilevante, consente agli stessi Palestinesi di partecipare alle manifestazioni pacifiche, costringendo in qualche modo le forze dell’ordine a contenere la reazione.
Inoltre, si organizzano una serie di incontri con autorità politiche palestinesi e con diverse associazioni palestinesi e israeliane che aiutano a capire il loro reciproco punto di vista. La convergenza di queste realtà così diverse si basa sulla richiesta del rispetto della legalità internazionale e in particolare su alcuni punti fondamentali per il raggiungimento di una soluzione pacifica alla questione: il ritiro di Israele entro i confini del ’67, lo smantellamento degli insediamenti di coloni israeliani, il riconoscimento di Gerusalemme Est come capitale dello Stato Palestinese, il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi.
Sono posizioni che difficilmente troveranno uno sviluppo nel clima attuale di tensione e di violenza crescente…
Gli incontri con la società civile hanno messo in luce l’enorme scollamento esistente tra il popolo palestinese e i suoi rappresentanti politici. Negli anni seguenti alla dichiarazione di principi di Oslo, è avvenuta una sorta di attrazione nelle alte sfere delle trattative di pace, facendo perdere il fondamentale rapporto con la base sociale. Anche a causa di questo processo le forme di Intifada attualmente in atto risultano più violente; sono gesti che esprimono la disperazione individuale esasperata, la perdita di speranza diffusa. Al contrario, la cosiddetta Prima Intifada si basava soprattutto su forme di solidarietà interna alla popolazione stessa, o sui boicottaggi ai prodotti israeliani. Occorre pertanto cercare di ripristinare quella rete di rapporti sociali, fondamentali per vincere la paura, ridare forza alla capacità di progettare la propria vita quotidiana e quindi organizzare forme diverse di resistenza all’occupazione. Le missioni civili possono essere di aiuto anche in questo, contribuendo a ridurre il rischio di isolamento completo della società palestinese.

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