Palestina, impressioni da una terra che chiede giustizia

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera-reportage del nostro lettore Armando De Vuono

Le sensazioni che provi al ritorno da un viaggio in Palestina non sono facilmente descrivibili.
La nostalgia per la gente che hai incontrato, ed alla quale non hai potuto lasciare altro che un sorriso o un piccolo gesto di solidarietà , la rabbia per la condizione di profonda ingiustizia che hai lasciato e per la quale niente hai fatto, smorzano la gioia del ritorno dai tuoi cari. L’unica sensazione piacevole, che diventa quasi una nevrosi, e che ti coglie qualche giorno dopo il rientro, dopo aver assorbito la stanchezza dei molti chilometri fatti, per incontrare le tante persone che meglio ti hanno fatto capire il dramma che si vive in quella terra, è la gran voglia di fare.
Alla fine di ogni incontro, di ogni visita, di ogni colloquio, la richiesta che ti veniva fatta era sempre la stessa , racconta a casa quello che hai visto senza commenti, solo quello che hai visto.
La necessità diventa quella di fare da nastro trasportatore delle realtà conosciute, perchè diventino note anche nel nostro occidente, dove tutto quello che è diverso e distante dal nostro castello dorato di false verità, è sbagliato, è nemico, è terrorista.
La prima cosa che ti colpisce viaggiando tra la gente di Palestina, è il cordiale “welcome”, che ti viene rivolto in continuazione da tutti coloro che incroci, come un ringraziamento per essere andato tra loro nonostante il governo del tuo paese non li consideri un popolo amico.
Poi via via ci entri in confidenza, ti soffermi a parlare con loro e conosci la loro storia: la disoccupazione, che è sopra il 70% , la continua umiliazione subita da quei fortunati cui è permesso attraversare il muro per andare a lavorare in Israele, a fare quei lavori che gli israeliani non vogliono fare (ma questo mi sembra di averlo già sentito), per 500$ al mese.
Come Mohammed, incontrato al check point di Betlemme, alle quattro del mattino. Mohammed, proveniente da Hebron, farà 2/3 ore di coda, quella mattina, come tutte le altre d’altronde, prima di arrivare alla guardiola blindata dove un soldatino non ancora ventenne vedrà sul video la sua storia, tradotta dal lettore di impronte digitali, lo obbligherà a spogliarsi parzialmente, gli permetterà di attraversare il metal detector, e finalmente lo lascerà andare a Gerusalemme. Ma a volte, come ho visto la mattina del 2 marzo, per una qualche ragione il lettore di impronte non legge bene o forse qualcosa sul video non corrisponde, il soldato urla qualcosa in ebraico, lingua sconosciuta agli arabi, e nonostante le nostre proteste, si torna indietro, per quella mattina non si va a lavorare.
I palestinesi possono ottenere il permesso di entrare a Gerusalemme, a casa loro, solo dalle 7,00 alle 19,00, e soltanto chi non ha avuto problemi con l’esercito durante le due intifade; avere meno di 45 è una discriminante per ottenere il permesso, in quanto sotto quella età si è ritenuti potenziali terrroristi.
L’incontro con Amin è stato molto emozionante. Amin vive a Nablus, i sui nonni provenivano da un villaggio della Galilea, che nel 1948 vide arrivare i soldati israeliani. I militari ordinarono di allontanarsi dalle case per almeno due settimane, dissero loro, ma in realtà non gli è stato più permesso di tornarci, perlomeno da vivi. Il loro è stato uno di quei 500 villaggi distrutti durante la prima espansione Israeliana, quella che i palestinesi chiamano “nakba”, “catastrofe”.
Ora Amin vive in un campo profughi, 1 kmq abitato da 17mila persone, nel frattempo sono arrivati anche i profughi della seconda invasione israeliana del 1967. Nel campo le strade sono larghe meno di un metro e vi si affacciano le porte di accesso dei palazzotti a 3 piani costruiti a casaccio, con le finestre che si guardano l’un l’altra, dove non circola l’aria dove non entra mai il sole. Amin orgogliosamente mi ha confidato che i suoi nonni sono poi riusciti a tornare. I morti infatti, possono essere seppelliti nel cimitero del villaggio, posto accanto a quel che rimane delle case distrutte, dove i vincitori, magari, per cancellare ogni memoria, hanno piantato un rigoglioso e ridente boschetto.
In eredità i nonni gli hanno lasciato quella che per loro era fonte di speranza, e ragione di vita, le chiavi della loro vecchia casa, convinti che prima o poi vi avrebbero fatto ritorno.
Quello che si respira in questa terra dove tutto è stato calpestato, nascondendolo dietro una guerra di religione, è una profonda sete di giustizia e necessità di pace, pace che i palestinesi accetterebbero a qualunque condizione che permetta loro di vivere con rispetto, che permetta loro di guardare i propri figli senza doversi vergognare della dignità che gli è stata rubata.
Ma tra coloro che tirano i fili di questa orrenda tragedia, c’è qualcuno che vuole davvero la pace? Sembrerebbe di no perchè il disegno fatto nel lontano 1947 non è ancora terminato, la nascita continua di colonie nei territori della Cisgiordania, l’acqua rubata scavando pozzi più profondi, di quelli di coloro che ci hanno sempre abitato, gli ulivi tagliati per fare posto a zone di “sicurezza”, fanno pensare che il percorso sia ancora lungo e sanguinoso.
Quanti angeli dovranno ancora fare compagnia ai 500 bambini  caduti nell’ultima strage a Gaza, ai 6000 morti Israeliani e Palestinesi dal 2000 a oggi, alle migliaia di vittime delle guerre del ’48,’56, ’67,’73, ’82 e 2006. Quanti ancora?

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