Palazzuolo strada aperta, intervista ad Ayan

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L’intervista che segue ci è stata concessa per la pubblicazione da “Palazzuolo strada aperta”, un “foglio di strada”,

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Incontriamo Ayan nel suo negozio di generi alimentari in via Palazzuolo 85 r. Si presenta come una donna vivace e intraprendente con un gran sorriso luminoso.

Ayan, raccontaci quando sei arrivata in Italia, cosa ti ha portato a Firenze?
Sono Somala e sono venuta via dal mio paese perché c’era la guerra. Avevo fatto le scuole superiori, cominciato l’università, fatto qualche esame e quando è scoppiata la guerra nel gennaio del ’91 non era più possibile vivere, continuare a frequentare l’università, sognare in una vita normale.
Sono arrivata a Firenze nel dicembre ’99 e non ne sono più venuta via. A Firenze ho trovato amici e amiche somale, tra noi ci aiutiamo molto, fa parte della nostra cultura, siamo come fratelli e sorelle.

Cosa facevi prima di avere il negozio?
Nel 2000 ho trovato un lavoro a Campi Bisenzio come “badante”. Era una buona famiglia, un buon lavoro, mi hanno messo in regola. Ho cominciato a imparare un po’di italiano. Mi avevano preso perché la signora si era rotta il femore. Si è ristabilita e dopo 6 mesi il lavoro è finito. Dopo poco tempo, grazie a questa famiglia, ho trovato un altro lavoro, sempre come “badante”, sempre in regola con tutti i versamenti previsti dalla legge, questa è stata una grande fortuna. Poi è seguita una famiglia di Sesto Fiorentino, fino al 2007. Dopo ho avuto il desiderio di cambiare, di essere indipendente. Ci voleva coraggio, pazienza. Ho frequentato la scuola guida, i corsi alla Camera di Commercio per aprire un negozio. Nei primi mesi del 2009 ho aperto questo negozio di alimentari in via Palazzuolo. E così è iniziata la mia nuova vita nella vostra, nostra, strada.

Segui la vita politica italiana oltre che quella somala?
Seguo la vita politica italiana e cittadina, so chi è il sindaco, il presidente di regione, mi informo, vedo i telegiornali, vado in internet e lì seguo le vicende del mio paese.
Sono contenta che il presidente Monti all’ONU abbia parlato anche della Somalia. Non ho avuto occasione di incontrare il sindaco Renzi ma mi farebbe piacere incontrarlo, parlargli della condizione dei somali a Firenze.
Ci sono quasi 200 somali in via Slataper, altri in viale Gori. Siamo persone pacifiche. Voi ci sentite parlare a voce alta, è per via della nostra lingua ma siamo
tranquilli. Vorrei parlare al sindaco di un ragazzo che in questo momento ha dei problemi, sta male psicologicamente, si sta lasciando andare, vorrebbe tornare in Somalia; siamo tutti preoccupati. Io vorrei raccogliere i soldi del biglietto per farlo tornare a casa dove lo aspettano i genitori.
In questo momento c’è un dottore in Somalia, che si occupa dei malati mentali, vorrebbe allestire un ospedale, ha urgente bisogno di 50 materassi; sto collaborando con altre donne per raccogliere i soldi per comprare questi materassi, sono necessari 800 dollari. Con la tragedia della guerra molti sono
come impazziti.

Cosa desideri per il futuro ?
In questo periodo sono molto contenta perché fino ad adesso in Somalia c’era un
governo provvisorio, ora dopo 22 anni di guerra c’è un governo democratico con
il presidente Hassan Sheikh Mohamud.
Il mio sogno è lavorare con un organismo come la Croce Rossa, o un’altra organizzazione internazionale, occuparmi delle donne e dei bambini, aiutare i popoli disperati come, di questi tempi, quello della Siria. Sono in collegamento con l’Associazione Ilaria Alpi, a dicembre inizierò a collaborare con loro.

E per la tua vita cosa desideri?
Fra due anni spero di diventare cittadina italiana. Ho già fatto la domanda e ci spero molto, avrò più possibilità di viaggiare e spostarmi là dove ci saranno programmi umanitari che si occupano di donne e bambini, le maggiori vittime di tutte le guerre, se Dio vuole, Inshallah.
Porto il velo e sarebbe bello diventare una cittadina italiana che porta il velo, è espressione della mia religione islamica, aperta al mondo, l’islam è pace. Ho cominciato da bambina, nel nostro Corano c’è scritto che la donna deve portare il velo e io lo rispetto, così come tutte le religioni chiedono il rispetto. Però il velo non è obbligatorio e per me non è una scelta politica, è personale.
Penso che in via Palazzuolo si stia bene. Oltre il negozio ho l’abitazione in questa strada. C’è qualche problema per la discoteca da dove i ragazzi escono dopo aver bevuto molto, ma sono problemi che ci sono anche in altre zone della città.
Sarei contenta di vendere dei prodotti artigianali della mia Somalia al mercatino che si svolge in via Maso Finiguerra, qui vicino, un sabato al mese.
Ringrazio il governo italiano e gli italiani che mi hanno permesso di arrivare a questo punto della mia vita. Quando avrò il passaporto italiano faremo una grande festa!

Sì, ci saremo!

Sintesi della conversazione di Ayan Elmi Ali con Cristina Di Palma e Gianna Giunti

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