Ospiti e cittadini

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“Troppa accoglienza… Così si generano aspettative e si creano i presupposti
per situazioni che poi non si riesce a gestire”.
“Troppo poca accoglienza… La città sta dando un segnale di inciviltà e di
scarsa solidarietà verso chi non ha niente o è in fuga dalla miseria, dalla
fame, dalle guerre”.
Due tesi opposte, una sola città: Firenze.
Come è possibile che due affermazioni così contrastanti possano essere
pronunciate con piena convizione dai rispettivi sostenitori? è un paradosso
oppure c’è una spiegazione razionale?
Proviamo a ragionarci sopra. Cominciamo col dire che le scelte amministrative
in termini di competenze, deleghe e via così, nella loro gelida secchezza
burocratica contengono un nucleo politico significativo.
Il comune ha ormai abbinato da tempo la delega all’immigrazione con quella che
si occupa delle forme più elevate di disagio sociale. Dunque l’accostamento
accoglienza / assistenza è già qualcosa di più di un ‘riflesso condizionato’.
Se a questo si aggiunge che le strutture di accoglienza sono raccolte sotto la
suggestiva sigla ’Polo delle Marginalità’, ecco che si para davanti un’idea
molto precisa, secondo cui gli immigrati e i senza casa sono dei poveracci di
cui prendersi cura in modo da evitare che facciano troppo danno. Insomma, un
ordigno da disinnescare.
Infatti le scelte politiche di questi anni riflettono esattamente questa
concezione, caratterizzandosi come una successione di atti amministrativi
‘smozzicati’ e disorganici, talvolta incoerenti fra di loro, spesso con
funzioni di tampone all’emergenza. Una navigazione a vista, dove le mani, le
braccia e i piedi si incrociano per tappare i buchi, come nei cartoni animati,
finchè Gatto Silvestro non ce la fa più e l’acqua scappa da tutte le parti.
In realtà l’emergenza non finisce mai: nella nostra società globalizzata,
dominata dal pensiero unico e schiava della logica aziendale del profitto, è
destinato a crescere il divario tra ricchi e poveri, tra nord e sud del mondo.
La pressione migratoria, che ci piaccia o no, sarà la condizione permanente
dei prossimi decenni e non c’è frontiera che possa arrestarla. Come del resto
sembra plausibile prevedere un incremento dei “nuovi poveri”, vista l’attuale
crisi economica ed occupazionale del nostro paese.
Di fronte a uno scenario del genere ha senso trattare come clochard immigrati,
sfrattati e ‘poveri’? Le categorie e i modi di intervento sembrano calibrati
sul modello ottocentesco, quando in qualche modo si ficcava la polvere sotto
il tappeto.
Quando l’accoglienza è equiparata all’assistenza si scatena inoltre un
fenomeno paradossale, generalmente etichettato come ‘guerra tra poveri’: le
fasce più deboli e meno tutelate della cittadinanza, invece di rivolgere le
loro rimostranze verso l’alto, si lamentano per la presenza degli immigrati,
accusati di sottrarre risorse ai legittimi beneficiari.
Quante volte è capitato di sentire “A me la casa non me la danno, in compenso
la danno agli zingari…”, oppure “per forza non ci sono più soldi, gli si deve
trovar casa noi a tutti questi immigrati!”.
Non dimentichiamo comunque che la città solo in parte dipende dalle scelte
amministrative. L’accoglienza reale la fanno le persone nella vita di tutti i
giorni. La facciamo noi nelle nostri vesti di impiegati, imprenditori, vicini
di casa ed è a questo quadro d’assieme che dobbiamo guardare quando si giudica
la qualità dell’accoglienza.
Da questo punto di vista non siamo certo migliori dei nostri amministratori.
Infatti non ci facciamo tanti scrupoli quando si tratta di impiegare immigrati
a basso costo in un cantiere o in un vivaio o nella piccola officina. Ancor
meno ce ne facciamo quando si tratta di estorcere a uno studente o a un
lavoratore precario affitti da capogiro per un posto letto o per una stanzetta
ammobiliata.
Ecco perché la sfida riguarda anche noi: siamo tutti chiamati in gioco, o
finiremo arroccati nelle nostre case, con i sacchetti di sabbia alle finestre,
impauriti dalla nostra stessa ombra.

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