Oppressi e oppressori

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Come potevamo concludere l’esperienza di Comunicare intercultura? Volevamo un finale sperimentale e inusuale come tutta questa esperienza. Dopo la scrittura, la radio, il video, le azioni informative, ci siamo buttati nel teatro, portando nel cantiere sociale delle Piagge il “Teatro dell’Oppresso” (TdO), una tipologia di rappresentazione particolarmente adatta per quello che volevamo fare: mettere in scena un’immagine dell’immigrazione in Italia, in Europa o nel mondo occidentale.
Il Teatro dell’Oppresso è una forma di teatro ideata da Augusto Boal in Brasile. L’accento non è sulla dimensione spettacolare, ma sulle potenzialità del teatro come veicolo di cambiamento sociale. Gli attori non devono commuovere o far ridere il pubblico, ma coinvolgere gli “spett-attori” nella discussione di tematiche sociali, facendo emergere soluzioni e strategie che permettano ai personaggi che subiscono un’oppressione di migliorare la propria condizione, di affrontare diversamente i propri oppressori. è quindi un teatro sociale, perché in scena non vanno testi o copioni ma problemi reali che il pubblico partecipante riconosce come propri.
Guidati da Michele Redaelli e Fabrizio Martini, conduttori di TdO, ci siamo avventurati in quest’esperienza, preparando un Forum in poche settimane da mettere in scena per la chiusura del corso.
è stata proprio una scoperta: un tunnel di esercizi e attività, un percorso, breve ma intenso, per mettere a punto almeno gli aspetti di base di questa forma di teatro. Di volta in volta abbiamo lavorato sul senso del gruppo, perché non esiste società senza confronto con l’altro e con la dimensione della collettività; o sulla percezione del corpo, perché il TdO punta sull’azione e sull’emozione e non sul pensiero: gli “attori” non devono recitare copioni, ma portare sul proprio corpo il peso dell’oppressione che subiscono (o che esercitano); o ancora, sulla fiducia e sulla leadership. Andando avanti, abbiamo cercato di riconoscere le oppressioni, facendole emergere dalla propria memoria, leggendole in filigrana nel tessuto della società, provandole con il corpo e le parole grazie anche alla particolare composizione del gruppo: diverse culture, una mescolanza di lingue che rendeva necessaria durante il lavoro una traduzione in francese, arabo, spagnolo, inglese. Attraverso lo scambio abbiamo condiviso la scelta della “scena-problema” da rappresentare: delle cameriere, due padroni d’albergo, una rete di relazioni scomode e soffocanti, una scena di ordinaria oppressione in questa epoca di migrazioni planetarie.

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