Opporsi al neoliberismo con la forza dei numeri: il nuovo saggio di Luciano Gallino

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operaie cinesi al lavoro per Apple

Un saggio di Luciano Gallino illustra le conseguenze economiche di un sistema creato dai più ricchi e che ha elevato la diseguaglianza a ideale di sviluppo. L’unico antidoto è il cuore dell’Europa: lo stato sociale  

Massimo Giannini da Repubblica

Nel 1974, quando uscì la prima edizione del Saggio sulle classi sociali, avevo dodici anni. Un ragazzino, in effetti. Ma sei anni dopo, già sufficientemente affamato di politica, trasformai quel libro straordinario di Paolo Sylos Labini nella mia Bibbia. Me lo consigliò il professore di storia e filosofia che mi preparava all’esame di maturità: «Lo devi leggere assolutamente, se vuoi capire qualcosa della società italiana». Aveva ragione. Sono passati quasi trent’anni. Ho perso le tracce di quel professore. E quel grande economista di Sylos Labini purtroppo non c’è più. Ma appena ho finito di leggere l’ultimo libro-intervista di Luciano Gallino (“La lotta di classe-Dopo la lotta di classe”, scritto insieme a Paola Borgna per Laterza) mi è tornato subito in mente il vecchio Saggio sulle classi sociali, che tanto ha spiegato dell’Italia più profonda, tra fascismo e Prima Repubblica.

Anche questa “Lotta di classe” spiega molto della crisi globale e della curvatura egemonica e tendenzialmente anti-democratica del capitalismo contemporaneo. Ma rispetto al suo saggio precedente Finanzcapitalismo, non si limita a descriverne i principi “costitutivi”, ma ne approfondisce gli effetti sui mercati globali e sugli assetti produttivi, sulle classi lavoratrici e sulla distribuzione del reddito, sulle politiche fiscali e sull’organizzazione del lavoro. Si può condividere o meno. A me convince molto la critica alla cultura dominante, che ruota intorno a pochi, ossessivi assiomi neo-liberisti. In giro c’è davvero una “unanimità totalitaria” sugli slogan imposti da quella che Leslie Sklair, dalla London School of Economics, definisce “la classe capitalistica trans-nazionale” dei banchieri e dei proprietari di grandi patrimoni, dei top manager e degli azionisti delle grandi multinazionali. Insomma, l’élite oggi al potere, che comanda il Super-Stato al momento più forte del mondo: “Richistan”, il paese dei ricchi che, secondo la definizione di Robert Frank, «sono ormai un popolo e una nazione a sé».

Questa élite condiziona Parlamenti e manovra politici. Influenza università e fonda Think-tank. Con alcuni obiettivi di fondo, per altro raggiunti: trasformare il mercato in un idolo, e il denaro in un’ideologia. Creare le condizioni, culturali e poi anche legislative, per un gigantesco processo di trasferimento della ricchezza globale, dal lavoro alla rendita. Da almeno un ventennio, il colossale inganno confezionato da questa classe dominante è aver fatto credere che le classi non esistono più. E che dunque la lotta di classe è un “residuo arcaico” del vetero-marxismo. Niente di più falso. Su questo Gallino ha ragione da vendere. Oggi è più difficile sezionare un corpo sociale con la precisione chirurgica di Sylos Labini, in quei primi Anni Settanta: borghesia vera e propria, borghesia impiegatizia, piccola borghesia, classe operaia, sottoproletariato. È vero che dal dopoguerra in poi, in Italia come nel resto delle democrazie occidentali, l’accesso al lavoro ha consentito a milioni di individui di trasformarsi in cittadini, e di accedere a una piramide sociale con una base sempre più ampia e più solida. Di comprare ieri il frigorifero, oggi il telefonino. Ma nonostante l’omogeneizzazione dei consumi e degli stili di vita, a marcare il perimetro di una classe che resiste c’è la qualità e la quantità del lavoro. A dettare i tempi della storia non ci sono più solo le avanguardie orgogliose della classe operaia, ma le retroguardie silenziose di una “working class” sempre più estesa, precaria e impoverita. Adam Smith sosteneva che la lotta di classe esiste perché operai e padroni non possono essere “complici”, visto che i primi lottano per aumentare i salari, mentre i secondi lottano per aumentare i profitti.

Gallino aggiorna lo schema: «la lotta di classe, oggi, è quella di chi non è soddisfatto del proprio destino, e vuole cambiarlo, e quella di chi invece è soddisfatto del proprio destino, e vuole difenderlo». Il conflitto è durissimo. La classe dei “capitalisti per procura” che gestiscono trilioni di miliardi di denaro altrui, sta consumando la sua rivincita ai danni della “classe dei perdenti”. Le politiche dei governi assecondano la “reconquista” del capitale ai danni del lavoro. Da Bush a Sarkozy a Berlusconi, si riducono le tasse ai ceti più abbienti e alle società, e si sposta il carico tributario a vantaggio della rendita. Così in Italia può succedere che un lavoratore con un imponibile di 28 mila euro e 1.500 ore lavorate paga 6.960 euro di tasse, mentre un redditiere con un capitale dello stesso importo, senza muovere un dito, ne paga 5.600. Nel mondo può succedere che lo 0,5% della popolazione più ricca detenga 69 trilioni di dollari, mentre il 68% della popolazione detenga solo 8 trilioni di dollari. È la disuguaglianza elevata a “modello di sviluppo”, che oggi domina la scena.

Il “forgotten man” di cui scriveva qualche giorno fa Guido Rossi sul Sole 24 Ore. La globalizzazione degenera in delocalizzazione selvaggia fondata sul dumping sociale: Apple assembla un iPhone in 140 pezzi, e nessuno di questi è fabbricato in America. La ricerca di competitività delle merci dal solo lato dei costi svalorizza il lavoro e immiserisce il salario: un lavoratore americano o europeo che guadagna 25/30 dollari l’ora viene licenziato, perché al suo posto lavorano poveri cristi indiani o vietnamiti a 36 centesimi l’ora. La legislazione del lavoro diventa funzionale all’obiettivo di rendere l’occupazione tanto flessibile quanto lo sono i capitali: così nascono i moderni “salariati della precarietà”, e così (nonostante l’inutile spargimento di parole sull’articolo 18) tra il 1996 e il 2008 l’Italia ha registrato un calo dal 3,57 all’1,89% nell’indice Ocse sulla rigidità della protezione del lavoro. L’austerità dei bilanci pubblici diventa lo strumento di una “economia politica dell’insicurezza”, dove l’isteria del deficit si traduce in tagli sempre più massicci alla spesa sociale: governi miopi, di destra e di sinistra, predicano “ideologia liberista, incompetenza e ipocrisia”, mentre istituzioni europee e trans-europee prive di legittimazione politica praticano l’ingiustizia sociale e perpetuano la gramsciana egemonia del “partito di Davos”.

Anche nella Lotta di classe di Gallino ci sono aspetti che non condivido. Qualche schematismo nel valutare il salvataggio delle banche (che è un modo per salvare anche i nostri soldi) o il signoraggio delle tecnocrazie (che suggeriscono decisioni comunque ratificate da governi votati e da Parlamenti eletti). Qualche cedimento alla deriva movimentista (per esempio sull’inutilità della Tav in Val di Susa). Ma Gallino ha il merito di non perdere mai di vista la vera posta in gioco: la salvaguardia del modello sociale europeo, senza il quale la stessa Europa non ha più ragione di esistere in quanto “comunità di destino”. Se questo modello è ora sotto attacco, la colpa è di tanti. Una politica degradata e vittima della “cattura cognitiva” dominante e un’opposizione parlamentare ovunque inesistente. Un sindacato distratto che subisce a sua volta la “low road” delle relazioni industriali e un ceto intellettuale che non sa vedere, sentire e interpretare i disagi della “classe dei perdenti”.

La conclusione è sconfortante, e non lascia troppe vie d’uscita: l’Occidente sfiorisce tra democrazie “in stato comatoso”. Ma quello che apprezzo di questo professore piemontese ostinato e “indignado” è la sua voglia di dimostrare, con la forza della ragione e il rigore dei numeri, che ci si può ancora opporre ai conformismi e ai pensieri unici. E ci si può ancora battere, ciascuno nel proprio ambito, per “un’altra democrazia”. Senza mitizzare Zuccotti Park, sarebbe la missione di una sinistra riformista, capace di essere al tempo stesso liberale nelle politiche e radicale nei valori. Come scrive Slavoj Zizek, il comunismo è un’immane tragedia da condannare, ma in quella tragedia c’è tuttora un frammento importante, da non buttare via: «la speranza dell’emancipazione, l’idea che si potesse essere un po’ più uguali, che la società potesse essere un po’ più giusta». Quel frammento è ancora qui. Ed è la ragione stessa della Storia.

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