24 settembre 2018

Nuove guerre e razzismo contro gli immigrati

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Anche quest’anno il Laboratorio di Formazione e Ricerca sull’Immigrazione dell’Università di Venezia invita la società civile a riflettere collettivamente e pubblicamente sul tema della migrazione. Il percorso, continua quest’anno per soffermarsi su guerra e razzismo.Alla giornata di studio che si svolgerà a Venezia il prossimo 7 dicembre (San Basilio – Aula 1, Dorsoduro, 1098) interverranno Michel Chossudovsky, il Comitato Nazionale degli immigrati, Edoarda Masi, la Coordination Nationale des sans-papiers, Peter Kammerer e il Centre de contacts Suisses-immigrés/SOS Racisme.

Pubblichiamo di seguito la lettera-invito del Laboratorio Immigrazione:

Da dieci anni almeno (si può prendere il trattato di Schengen, del 1992, a data-simbolo) l’Europa ufficiale, degli stati, dei governi, dei massmedia presenta l’immigrazione come un problema essenzialmente di ordine pubblico, un problema bellico, si potrebbe quasi dire, da affidare sempre più alle polizie e agli eserciti, o alle marine militari. La massa degli immigrati, che è composta pressoché nella sua totalità di lavoratori salariati forzati alla emigrazione dalla devastazione (“pacifica” o bellica) di crescenti aree del Sud del mondo, viene giorno dopo giorno criminalizzata come un grave pericolo da cui bisogna proteggersi con ogni mezzo. Di qui le politiche di “immigrazione zero”, sperimentate in anticipo nella Francia e nella Gran Bretagna di metà anni ‘70, ed ora estese all’intero continente europeo.
Questa è, però, solo la immagine pubblica della questione, è la superficie del fenomeno. Poiché invece in realtà, come tutti sanno, nell’ultimo decennio il numero degli immigrati presenti in Europa è, nonostante tutto, di molto aumentato. E questo è successo perché le imprese europee di tutti i settori dell’economia hanno un bisogno inesauribile di manodopera a basso costo, priva dei più elementari diritti, iper-flessibile, costretta ad accettare mansioni, ritmi ed orari di lavoro tra i più pesanti e disagiati, e nessuna forza-lavoro quanto quella immigrata risponde (forzatamente!) a tali caratteristiche.
Le politiche di “immigrazione zero” non sono affatto disfunzionali a queste necessità delle imprese, come talora si afferma, ma costituiscono un ottimo strumento proprio per produrre una simile manodopera a zero diritti poiché -con la moltiplicazione dei divieti e delle restrizioni agli ingressi ed alla permanenza in Europa- moltiplicano per i nuovi immigrati il rischio della “illegalità”, e spingono verso l’“illegalità”, o pongono sotto il permanente ricatto di cadere nella “irregolarità”, anche quote non indifferenti di lavoratori regolari. Con effetti negativi a cascata, come è sempre più evidente, anche sulle condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori autoctoni.
Con la legge Bossi-Fini, che il Comitato nazionale degli immigrati ha definito “razzista e disumana” anche in quanto “introduce elementi di segregazionismo e di semi-schiavitù”, l’Italia si è posta all’avanguardia di tale tendenza, di tale produzione intenzionale di “irregolarità”. Che non riguarda solo o principalmente il piano del diritto, quanto innanzitutto i rapporti di fatto che vengono prima e contano assai più delle stesse norme giuridiche, condizionandone l’applicazione.
Non condividendo l’indifferenza di larga parte del “mondo della cultura” nei confronti di questo trattamento inferiorizzante e spesso spietato riservato agli immigrati (pensiamo ai tanti morti annegati nel Mediterraneo o a cosa sono i cd. Centri di permanenza temporanea), nel dicembre 2001 il Laboratorio di Formazione e Ricerca sull’Immigrazione prese l’iniziativa di una giornata di studio e di dibattito pubblico finalizzata ad esaminare e criticare quella che può essere definita la mondializzazione delle politiche restrittive e punitive verso gli immigrati. Una giornata che raggiunse in pieno il proprio scopo, grazie alla intensa partecipazione delle più importanti associazioni degli immigrati e dei sans-papiers presenti in Italia, Svizzera e Francia, ed al contributo di operatori e studiosi impegnati attivamente a contrastare le pratiche discriminatorie e razziste e ad implementare quelle realmente capaci di unire lavoratori immigrati ed autoctoni.
Sentiamo la necessità di reiterare quest’anno l’iniziativa, organizzando il giorno 7 dicembre 2002 una nuova giornata di lavoro che non si limiterà ad aggiornare la situazione sugli stessi temi affrontati lo scorso anno (le condizioni di lavoro ed i diritti sociali, politici, culturali e religiosi degli immigrati), ma si misurerà anche con gli effetti che l’“enduring freedom” proclamata un anno fa dagli Stati Uniti, e fatta propria in larga misura anche dagli stati europei, sta avendo sulle condizioni di esistenza della massa degli immigrati.

Parliamo al plurale di “nuove guerre” poiché prendiamo sul serio la “promessa” di una “guerra senza fine” al “terrorismo”, che a non pochi, a cominciare dagli stessi Stati Uniti, appare invece come una catena di guerre dagli evidenti obiettivi economici e politici di dominazione, per così dire, neo-coloniale sulle popolazioni di colore, sia fuori che dentro l’Occidente, una catena di guerre intrinsecamente legata a quello che per solito si definisce come processo di mondializzazione.
Queste “nuove guerre”, infatti, vedono da un lato i paesi più ricchi e sviluppati e dall’altro paesi più poveri o meno sviluppati esterni al mondo occidentale, o quanto meno al “cuore” di esso (come l’Iraq, la Jugoslavia, l’Afghanistan, la Colombia, la Palestina, ieri la Libia, la Somalia o Panama, domani, a quel che pare, l’Iran o la Corea del Nord), e si accompagnano ad un rilancio massiccio di vecchi stereotipi di tipo razzista nei confronti delle popolazioni “di colore”. Che sarebbero naturalmente inclini alla guerra, ad ogni forma di barbarie, alla follia sterminista, al terrorismo, al traffico di droga, al servilismo verso i dittatori ed a quant’altre belle “inclinazioni” si possano loro attribuire. (A conferma della nostra convinzione che il razzismo non è affatto una eterna malattia dello spirito dovuta alla ineliminabile “paura dell’altro”, è bensì la espressione storicamente determinata di dati rapporti sociali di oppressione, di razza, di nazione, di sesso e di classe, ed è da questi di continuo alimentato.)
Le conseguenze sugli immigrati di queste “nuove guerre” e di questo “nuovo” rilancio del razzismo sono pesanti. La vita quotidiana si è fatta più difficile innanzitutto per gli immigrati di origine araba ed “islamica”. La diffidenza, l’ostilità, il clima di sospetto generalizzato stanno pesando però in modo crescente sull’intera massa degli immigrati, su una “scena pubblica” in cui si fa sempre più forte la richiesta di una immigrazione selezionata per nazionalità (preferenza nazionale per le popolazioni bianche), per religione (preferenza per le popolazioni di “religione” cristiana), per fedeltà politica (preferenza per le nazionalità che non hanno avuto contenziosi con le vecchie potenze coloniali). Ciò che ha fatto parlare degli studiosi quali A. Morice di una sorta di selezione sistematica tra elementi buoni e cattivi dell’immigrazione, di un rilancio del “razzismo europeo” o, anche, di “una accentuata tensione razzista della gestione della manodopera”.
Un allarme del genere non ci appare affatto ingiustificato. E non solo per quel che riguarda gli immigrati arabo-musulmani (o per quelli di origine albanese e jugoslava, che sono già sotto “tiro” dei mass media da anni), ma anche per quel che riguarda gli immigrati cinesi (a misura che la Cina viene sempre più raffigurata come il possibile, o certo, “avversario strategico” dell’Occidente) e, si può prevederlo, quelli sud-americani, a misura che dai loro paesi salga, come sta salendo, una resistenza ad accettare le atroci conseguenze che ha sulle aree sotto-sviluppate il processo di mondializzazione in corso.
Su questi temi abbiamo invitato il giorno 7 dicembre p.v. ad intervenire: Comitato nazionale degli immigrati, Centre de contacts Suisses-Immigrés/Sos Racisme, Coordination nationale des sans-papiers (Francia), studiosi di livello internazionale del processo di mondializzazione e dei rapporti Occidente-Asia quali Michel Chossudovsky ed Edoarda Masi, Alain Morice e Peter Kammerer e quanti altri (operatori, studiosi, studenti o lavoratori) siano interessati alla questione. Arrivederci a presto, a Venezia!

Info: Laboratorio Immigrazione, tel. 041-2346011/8; e-mail: labimm@unive.it

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