Nuova era per la Turchia? Ancora negata la questione kurda

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All’indomani della consultazione referendaria del 12 settembre scorso, per la Turchia “si apre una nuova era”. Queste le parole di entusiasmo del presidente turco Abdullah Gül all’indomani della vittoria del si al referendum sugli emendamenti alla Costituzione redatta nel 1982 dai militari golpisti. Totalmente ignorata resta, ancora, la questione del popolo kurdo, vera spina nel fianco della politica turca nonostante i continui tentativi di avvicinamento della Turchia all’Europa. Da Dyarbakir, capitale del Kurdistan turco, nella regione sud orientale, riportiamo una recente testimonianza di quella che, ancora oggi, è la vera faccia sanguinaria e violenta del governo turco contro la minoranza kurda del paese.

L’intenso odore, e il terribile rumore, della guerra. Intervista alla famiglia di un guerrigliero kurdo, il cui corpo è stato ritrovato orribilmente mutilato

Fonte: Kurdish Info tramite Peacelink
http://www.peacelink.it/tools/print.php?id=32344

Puoi sentire questo odore? Ti prende alla gola, è ovunque. Il giovane inspira con forza l’aria attorno a lui e ci invita a fare lo stesso. La guerra ha un odore. Un odore intenso, è l’odore lasciato dagli F16 che, continuamente sorvolano il cielo, è l’odore delle strade, delle polvere delle strade di questa martoriata città di Diyrabakir.
Il giovane parla con una voce calma, lui è calmo.

Ci si meraviglia di come possa vivere il fatto che, da un giorno all’altro, da Ankara potrebbe arrivare la notizia della sua condanna a 12 anni di carcere per propaganda di una organizzazione illegale, cioè per il PKK: “L’altro giorno non ho preso parte alla marcia, perché ho il divieto di andare a manifestazioni pubbliche per 5 anni”.

La guerra ha un rumore, oltre ad avere un odore. Non è solo il suono dei caccia diretti verso il Kurdistan meridionale (Cioè verso la Regione federale kurda dell’Iraq). Non è solo il rumore dei soldati e degli elicotteri della polizia che sorvolano le case. Nemmeno il rumore dei carri armati che puoi vedere ogni giorno a Diyarbakir. Il rumore della guerra è quello delle parole rotte di coloro che ti raccontano questo orrore.

Özgür Daghan Sipan Amed, aveva 27 anni. Era un guerrigliero del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). È morto negli scontri recenti. La sua foto è nella parete principale del salotto. Sul sofà sono seduti Gülistan e Mehmet Daghan. Con loro ci sono le altre due figlie. “Ozgur è il nostro primo figlio”, ci dice Gulistan indicando la foto. I suoi occhi si riempiono di lacrime. È già abbastanza tremendo per una madre sopravvivere al proprio figlio. A Gulistan è stato proibito anche di vedere il corpo del figlio: “Non mi hanno fatto vedere il corpo. Mi hanno detto che non ne avrei sopportato la vista. Ma ho visto le foto. Le ho viste sui giornali”. Ha smesso di mangiare il giorno che ha visto le foto: “Da allora la mia vita è finita. Adesso mangio qualcosa ma lo faccio solo perché ho altri figli piccoli, lo faccio per loro”. Le foto ci raccontano una storia terribile, quella dell’ultima violazione,dell’ultimo insulto. Il corpo di Ozgur è stato orribilmente mutilato post mortem: “Non so come sia possibile per un uomo fare questo ad un altro uomo”. Le parole di Gulistan, guardando verso il marito, Mehmet, invitandolo a parlare. Lui inizia a farlo con un tono di voce calmo. Quello che dice è terribile, è una storia brutale, di violenza inumana. Inizia però come una storia di ogni altro bambino nato in Kurdistan, che non è rimasto fermo a vedere la violenza e la brutalità imposte sul suo popolo. Il padre di Ozgur, Mehmet, ci dice: “Ozgur non era indifferente a quello che capitava attorno a lui. Quando era bambino, un nostro parente, un comandante della guerriglia ha perso la vita. In Ozgrur la presenza di un martire in famiglia accrebbe l’interesse verso la storia curda e la storia del movimento kurdo di liberazione. Aveva studiato ingegneria elettronica ma il suo interesse reale era la storia. Spesso portava a casa degli amici ed io li sentivo parlare, nella sua stanza, del PKK e della lotta”.

Ozgur si unì al PKK quando aveva 20 anni. Era un giovane uomo sensibile che non poteva sopportare che il suo popolo, la sua famiglia ed i suoi amici fossero oppressi dalle autorità turche: “Dopo che si unì al PKK potemmo vederlo ancora. Andammo sulle montagne per incontrarlo. Restammo sulle montagne per 11 giorni e potemmo incontrarlo solo l’ultimo giorno della nostra visita. Ci disse che non sarebbe potuto restare molto con noi perché aveva delle cose da fare”. Mehmet e sua moglie Gulistan si guardano costantemente, il dolore è insopportabile. Riempie la stanza: “Per un lungo periodo non abbiamo avuto notizie ma ci giungevano notizie indirette che ci informavano che stava bene. Sapevamo che non era in Turchia, si trovava in Iran o in Iraq. Sapevamo anche che la brutta notizia sarebbe potuta arrivare ogni giorno. Ogni volta che avevamo notizie di scontri ci sobbalzava il cuore. È come avere sempre un fuoco che ti brucia il cuore”.

E quel giorno arrivò. Mehmet guarda nervosamente la moglie. È la parte della storia più dura da raccontare. Ma la racconta con voce calma, ogni secondo di quel periodo è rivissuto ad ogni parola scandita. Con lo stesso dolore. Gli occhi del padre possono essere asciutti ma il suo cuore è solcato dalle lacrime: “Quando mio figlio perse la vita mi recai a Trabzonspor per identificarlo. Sai, Trabzon è sul Mar Nero, è una zona fascista. Non amano i kurdi. Mi mostrarono 10 fotografie. La prima era di un ragazzo molto magro. Dissi di no, non era lui. Me ne mostrarono un’altra ma non potei riconoscerne la faccia. Poi lo vidi. Aveva il volto pieno di sangue, i capelli pettinati ed un vago sorriso sul volto. Lo riconobbi, era mio figlio. Poi ci recammo alla Morgue per identificarlo. Mi portarono il corpo. Il cranio era fracassato e bruciato. Il corpo era completamente nero. Non fui capace di identificarlo. Parlai col procuratore che stava seguendo la pratica dell’autopsia, aveva la stessa età di mio figlio. Fu rispettoso. Mi mostrò le foto. Non c’erano segni di violenza sul suo corpo. Era morto ma il corpo era intatto. Era naturale per lui morire negli scontri. Non so se dopo cosparsero il corpo con del gasolio, con sostanze chimiche o con dell’acido. Non lo faresti nemmeno ad un animale. Ma quando chiesi al procuratore chi fosse stato a fare ciò mi disse che non poteva parlare”.

Ma Mehmet non accetta il silenzio. Lui e sua moglie vogliono parole. Vogliono sapere perché loro figlio è stato torturato e mutilato in quella maniera orribile. Chiedono come possa l’Europa sapere e rimanere in silenzio: “I giornalisti dovrebbero parlare. Dovrebbero fare il loro lavoro e dire quello che sta accadendo in questo paese. Perché ogni giorno, su queste montagne, l’esercito turco utilizza i gas chimici contro le nostre figlie ed i nostri figli. Questo non è accettabile. Non è possibile che la comunità internazionale non dica nulla di tutto ciò”.

Silenzio. Gulistan combatte per ricacciare indietro le sue lacrime.
Mehmet solleva la testa: “Mio figlio è andato sulle montagne non perché gli hanno fatto il lavaggio del cervello o perché fosse imprudente.

Quelli come lui sono persone orgogliose. I kurdi hanno sofferto per secoli ma hanno sempre alzato la testa. Hanno lottato per la dignità e la libertà. Mio padre, mio nonno e suo padre hanno lottato per la libertà del nostro popolo e adesso questa lotta va avanti”.

Gulistan aggiunge: “La mia vita è finita quando nostro figlio è morto. Ma vado avanti” e fissa la faccia del figlio nella foto appesa in salotto.

Mehmet e Gulistan parlano per tutti i Mehmet di questa guerra.

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