Nucleare, come sopravvivere a un disastro

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Beatrice Borromeo dal Fatto Quotidiano

Quattro ragazzi si sono chiusi in un bunker 11 giorni fa e ci resteranno fino al 12 giugno, per andare a votare ‘sì’ al referendum. Sperimentano come sarebbe la vita in un bunker dopo un disastro atomico. Alice, Luca, Alessandra e Silvio: “I nostri modelli siamo noi, dobbiamo lottare per il quorum”
Sono chiusi in un appartamento di 70 metri quadri fuori Roma da 11 giorni, e ci rimarranno fino al 12 giugno, quando lasceranno la casa per votare “sì” al referendum abrogativo sul nucleare. Sono quattro ventenni: Alice, Alessandra, Luca e Silvio. Sperimentano la vita in un bunker dopo un incidente nucleare, senza concedersi deroghe: le finestre sono sigillate col silicone, davanti ai vetri i nastri bianchi e rossi indicano le zone off limit (cioè l’aria aperta), mangiano solo prodotti in scatoletta e l’acqua imbottigliata non la usano solo per bere, ma anche per lavarsi i denti e per l’igiene personale. Per entrare nel bunker si seguono le procedure del “protocollo di protezione” diffuso dopo l’incidente nucleare di Fukushima, in Giappone. Bisogna indossare una tuta bianca che copre tutto il corpo, testa inclusa. Poi una mascherina sul volto e dei copri scarpe. Ci apre la porta Silvio, 22 anni, con la maschera d’ossigeno sulla faccia, e ci misura la radioattività prima di lasciarci accedere al salotto dove i quattro vivono e lavorano. Alle pareti i simboli “peace and love” e fiori che escono da bidoni gialli e neri di “scorie radioattive”.

Superato l’esame ci si libera della tuta anche se – spiegano – bisognerebbe fare la doccia e cambiarsi i vestiti. La prima cosa che si nota è l’aria pesante, satura, l’odore dei piedi e dei corpi che resta impregnato nei divani e nei letti a castello. Prima erano in sette, ma tre di loro hanno dovuto abbandonare il progetto perché i datori di lavoro non li avrebbero aspettati ancora. “Anche per noi che studiamo – racconta Alessandra, 21 anni, studentessa di Psicologia all’Università di Bari – è difficile. Pensavamo di avere molto tempo a disposizione, ma non è così”.

La giornata inizia alle 9 del mattino, tranne che per l’addetto alla pulizia dei bagni, che deve aver finito prima di colazione. Si suddividono i compiti della giornata: c’è chi risponde alle mail, chi scrive il blog, chi aggiorna il sito. A mezzogiorno si comincia a cucinare e all’una si pranza. Il pomeriggio è dedicato ai video messaggi che i ragazzi registrano parlando di nucleare e non solo: della vita da reclusi, della fatica ad addormentarsi, della difficoltà di convivere. Di chi fuma e deve smettere perché agli altri dà fastidio. Anche perché l’idea non è nata da un gruppo di amici, ma da attivisti che si sono trovati e uniti anche se si conoscevano poco. Grazie a Greenpeace che ha fornito loro la casa, il server e un supporto tecnico al loro sito (www.ipazzisietevoi.org) stanno riuscendo ad attirare l’attenzione su un referendum che è sempre più ai margini del dibattito pubblico, oscurato dalle elezioni amministrative. “Fallire non è un’opzione – dice Silvio, il più combattivo del gruppo – se non raggiungiamo il quorum invadiamo le piazze e scuotiamo i palazzi del potere, perché non passeremo il nostro futuro rinchiusi in bunker come questo”.

E poi, aggiunge Alice, “ora sappiamo che non è successo nulla: tutti noi abbiamo fidanzati con cui parliamo al telefono, le nostre famiglie sono sane e ci confortano. Ma come ci sentiremmo, se ci fosse davvero un incidente, a stare sigillati qui sapendo che fuori il mondo muore?”. Alice, 26 anni, per far parte del gruppo ha messo in stand by la sua tesi di laurea in Scienze della comunicazione sociale e alcuni lavori part-time. Lei è quella che subisce di più le critiche sul blog: “Siete come il Grande Fratello”, “Volete solo farvi notare”. E spiega: “Siamo in onda 24 ore al giorno, è vero. Ma lo facciamo solo per dimostrare che non abbandoniamo mai la casa: infatti non c’è l’audio nello streaming”. Luca, l’unico che supera (di poco) i trent’anni, è anche il solo a essersi licenziato per protestare contro il nucleare: “Sono un ingegnere ambientale, sono bravo. Credo che ritroverò il mio posto di lavoro, anche se so che il rischio di rimanere a terra c’è. Ma questa causa è più importante di me”. Ed è più importante delle scatolette di tonno, di pomodori pelati, di carne, della granita in freezer e del tavolino di plastica che stanno costruendo con le bottigliette rimaste dalla raccolta differenziata (una volta alla settimana, per buttare l’immondizia, possono aprire la porta). È una questione di diritti, e della capacità di quattro ragazzi di farsi sentire anche da chi del nucleare e delle sue conseguenze si disinteressa: “Perché il nostro modello non è Di Pietro e nemmeno Celentano: siamo noi”.

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