Non ci va giù

image_pdfimage_print

Sim, sala…bim! Con un tocco di bacchetta magica l’acqua a Firenze non è più un bene comune.
In un baleno, proprio nel momento in cui in Toscana è in corso una seria riflessione sul tema, pochi giorni dopo la consegna di 43.000 firme in calce ad una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua in Toscana, la nomenklatura fiorentina ha firmato un accordo che prevede la cessione del 40% di Publiacqua ad Acea, una società privata “specializzata” nella gestione dei servizi idrici (e non solo).
Una firma improvvisa, un vero e proprio colpo di mano avvenuto il giorno in cui i rappresentanti dei cittadini in Consiglio Comunale avrebbero dovuto discutere del tema.
Della serie: parliamone, ma abbiamo già fatto! Eccola lì la democrazia, la partecipazione, la trasparenza!
Una decisione che suona quasi come una provocazione e che ti mette un tarlo in testa: può avere la legge d’iniziativa popolare accelerato il processo di privatizzazione dell’acqua a Firenze?
Ora, siamo qui a discutere di una scelta pesante, dolorosa, che significa nel principio la lesione di un diritto fondamentale: l’acqua non è più considerata come un bene a cui tutti possono avere accesso, ma un prodotto come un altro, da acquistare secondo le leggi del mercato che ne regolano il prezzo.
La scelta in questo senso, va detto chiaramente, comporterà due pratiche conseguenze: la prima, presto aumenteranno le già esose tariffe di Publiacqua a Firenze; la seconda, il bene idrico della nostra città sarà gestito da una multinazionale che opera con i metodi delle peggiori multinazionali.
Acea s.p.a., infatti, è impegnata nella gestione dell’acqua in paesi dove le riserve idriche sono molto scarse: la società compra così un bene della terra, una proprietà colelttiva, e lo rivende a un prezzo dieci volte superiore a popolazioni già poverissime.
Una bella medaglietta per Firenze, alla quale non sembra importare molto della questione etica e morale. Qualcuno potrebbe osservare che se il 40% va in mano ai privati e il 60% rimane ai comuni, la maggioranza di Publiacqua rimarrà pubblica. Si tratta purtroppo solo di un trucchetto per mascherare la realtà.
Un privato che entra in una società infatti, dove pure la maggioranza resta in mano ai municipi, lo fa con l’unico interesse di trarne profitto. E il profitto di un’azienda non corrisponde quasi mai a quello dei cittadini.
Senza considerare il potere di ricatto che comunque hanno le grandi imprese nel finanziare gli enti locali, soprattutto in un periodo in cui i tagli del governo centrale sono sempre più drastici.
è opportuno anche osservare che i Ds fiorentini, maggioranza in consiglio comunale, hanno preso una decisione che contrasta con la scelta fatta dal partito a livello nazionale, stabilita con un documento sui beni comuni approvato nel recente Congresso.
“La proprietà di reti ed impianti e la loro gestione non può che essere pubblica”, recita il documento. “Il privato, infatti, – continua la mozione – segue la logica del profitto”.
E, dulcis in fundo: “Il congresso nazionale dei Ds impegna tutto il partito, gli amministratori locali e i gruppi parlamentari nazionali ed europei a promuovere, nelle forme possibili e necessarie, la ripubblicizzazione del servizio idrico”. Forse a Firenze non l’hanno letto…
Eppure altrove le cose non vanno così: in Puglia il neo-presidente Nichi Vendola (i soliti comunisti…) ha recentemente scelto alla presidenza dell’acquedotto pugliese Riccardo Petrella, Presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua, da sempre in prima fila nel sostenere la necessità della gestione pubblica dell’acqua, e tra i massimi esperti nella teoria e pratica dei metodi necessari a realizzarla.
Utopia? No, garanzia per i cittadini. Con efficienza.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *