11 dicembre 2018

Non carità, ma interventi seri. Le proposte dei contadini del Niger

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In Niger, come in gran parte dell’Africa, l’industrializzazione dell’agricoltura è andata a modificare cicli millenari di integrazione tra insediamenti umani e risorsa naturale, e tra insediamenti umani stanziali e nomadi, causando un forte impatto sulla terra e sulla sua fertilità.
“Al tempo dei nostri padri, ma anche oggi in alcune aree – spiega Boureima Dodo, della Piattaforma contadina nazionale – il lavoro di agricoltori e pastori si avvicendava sulla stessa terra, portandole nutrienti e traendone i frutti con la forza delle braccia”.
La proprietà delle terre, come in molti altri Paesi dell’area del Sahel, era della comunità. Agricoltori e pastori stringevano fra loro dei’contratti di concimazione’: fino a gennaio-febbraio le terre ricche del Sud erano occupate dal bestiame e dalle greggi. Gli animali ripulivano i campi dai residui del raccolto, l’ammorbidivano con le zampe, la concimavano. “La terra era ricca – ricorda Dodo – la concimazione non costava niente, e anzi, in cambio del foraggio naturale i contadini ricevevano carne e qualche capo per il proprio consumo. Poi gli allevatori si spostavano al Nord, la terra tornava in mano agli agricoltori che cominciavano a dissodarla. Tutto aveva il suo ritmo, la gente conviveva in pace e c’era posto per tutti”. Poi l’agricoltura intensiva ha incentivato la recinzione delle terre e gli allevatori sono stati costretti al Nord. “Le terre ormai sono avvelenate dai concimi chimici e quando le bestie mangiano l’erba dei campi intensivi stanno male, la carne non è più commestibile. La terra, inoltre, si è impoverita perché l’acqua delle grandi piogge lava via tutti gli inputs chimici. Ogni anno bisogna ricomprarne sempre di più, e tra i disastri naturali e i prezzi dei prodotti agricoli che calano, contadini e allevatori sono pieni di debiti. La gente si uccide per la vergogna e per estinguere i debiti, oppure scappa in città, dove non riesce a lavorare e sprofonda nella miseria. Un dramma nel dramma”. E la siccità? “Ogni due-tre anni la storia è sempre la stessa. Il sole spacca la terra e le risposte non ci sono. Quando raggiungiamo il punto più basso le agenzie internazionali annunciano un programma di aiuti alimentari, che puntualmente nei villaggi non arrivano. Oppure bastano per due-tre giorni, e poi torna la disperazione. Gli aiuti finiscono spesso sui banchi dei mercati, a prezzi bassissimi, e quel poco che si riesce ancora a produrre rimane invenduto, oppure viene dato via a prezzi da fame”.
I movimenti contadini che aderiscono al Roppa chiedono altri interventi: “Vorremmo un piano d’irrigazione serio, basato sulla programmazione dell’erogazione d’acqua e sulla costruzione di cisterne comunitarie, non su sistemi di irrigazione intensivi che svuotano i fiumi e ci lasciano presto a secco. Sarebbe possibile stoccare l’acqua in eccesso per i tempi difficili e programmarla in modo razionale”. La seconda priorità è quella di una programmazione che rispetti i cicli naturali di condivisione delle terre, privilegiando l’agricoltura a lotta integrata e biologica che non danneggia la salute degli animali, e la salute delle persone che bevono il latte e mangiano la carne.
La terza priorità riguarda gli stessi allevatori, per i quali dovrebbe essere promossa una migrazione stagionale controllata e organizzata. La quarta riguarda l’aiuto alimentare, che dovrebbe essere acquistato dalle organizzazioni dei produttori locali per quanto possibile, oppure acquistata dalle aree limitrofe e venduta a prezzi calmierati. (versione integrale su www.europafrica.info)

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