21 novembre 2018

Non fa audience l'africano istruito. Un saggio analizza la sciatteria dei media italiani

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E’ appena uscito il saggio “Immigrazione e Mass-Media. Per una corretta informazione” (Arcipelago Edizioni, a cura di Alessandra Montesanto) che raccoglie gli atti di un convegno che si è tenuto lo scorso maggio alla Casa della Cultura di Milano. All’interno anche un intervento della giornalista Stefania Ragusa che ce ne ha concesso la pubblicazione.
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Il tempo presente, tra audience, realtà e web 2.0

Comincio il mio intervento raccontando alcuni episodi, di cui ho avuto esperienza diretta, e che secondo me evidenziano bene l’approccio strumentale dei media italiani, a volte anche di area progressista, rispetto al tema immigrazione.

Qualche mese fa sono stata contattata dalla redazione di un talk-show televisivo della Rai. Avevano appreso che ero l’autrice di un libro che raccoglieva esperienze “positive” di immigrazione africana e si chiedevano se, tra queste, ce ne potesse essere qualcuna da portare in trasmissione. In particolare, volevano storie di donne. Ho avuto un momento di entusiasmo: sì, le storie femminili c’erano e le ritenevo particolarmente illuminanti. Ma prima che riuscissi a spiegare il perché, il mio interlocutore mi ha interrotto: «Ci servono storie forti, per esempio di donne fuggite da stupri e violenze o da persecuzioni religiose, che hanno attraversato il deserto rischiando di morire e in Italia si sono rifatte una vita». Il mio entusiasmo è scemato di colpo ma ho cercato di non darlo a vedere. «Fammi capire: vi servono lagrime, sangue e lieto fine, magari a cura di una ong?». «Esattamente, brava, proprio così», ha risposto lui, con un tono allegro, pensando forse di avere fatto centro. «Mi dispiace», ho detto, anche se non mi dispiaceva affatto. «Nel mio libro non ci sono effetti speciali, racconti a tinte forti. Io ho parlato della normalità, ho cercato di dare un’immagine dell’Africa e degli africani non deformata dagli stereotipi. Le persone che racconto hanno lasciato il proprio Paese e i propri affetti per migliorare, mettersi alla prova, aiutare quelli che restavano. Hanno superato prove dure, ma non stavano fuggendo dall’inferno per entrare in Paradiso come vogliamo sempre credere. Non sono dei miracolati: si sono inseriti nella nostra società lavorando e faticando e stanno contribuendo attivamente a migliorarla. L’Africa ha molte ferite ma, grazie a Dio e a tanti africani, non è un inferno monolitico e, d’altra parte, qui non siamo in Paradiso». L’allegria del tono, a quel punto, ha lasciato il posto all’imbarazzo. «Hai ragione, hai ragione, capisco cosa intendi, ma noi abbiamo un problema di format e di audience…».

Problemi di format e di audience doveva averli anche lo staff di un’altro programma Rai che, poche settimane dopo il lancio del movimento Primo Marzo, ci contattò per invitare una delle promotrici. Si trattava di una trasmissione importante, molto seguita e di sinistra: sembrava proprio una bella occasione e noi – illuse – pensavamo di potere decidere liberamente chi mandare. Ci fecero subito sapere invece che volevano una persona di colore e con meno di trent’anni. Il vincolo cromatico non rappresentava un problema (due su quattro tra noi promotrici erano nere), quello anagrafico, invece, sì: i trent’anni li avevamo lasciati da un pezzo. Però, da qualche tempo, collaborava con noi una giovane studentessa universitaria in gamba e decisamente nera, esponente delle cosiddette seconde generazioni. Pensammo di risolvere la cosa delegando lei. L’intervista preliminare andò liscia come l’olio. Eravamo in trepidante attesa quando arrivò la doccia fredda: i capi del programma bocciavano la nostra studentessa, rea di essere – queste le parole testuali – «troppo pulita, colta e capace di parlare». Per rappresentare i giovani immigrati o le seconde generazioni ci voleva evidentemente qualcuno che non discostasse troppo dall’immagine convenzionale dell’africano: sporco, ignorante e rozzo.

E’ vero: la sciatteria dei media italiani non riguarda solo l’immigrazione. In quest’ambito può raggiungere tuttavia vette sublimi. Perché il tema si presta e più facilmente di altri elude verifiche e riscontri: le persone a cui interessa la verità e il rispetto sono in questo caso poche e/o marginali e giornali, radio, tv sono sempre più proiettati verso l’intrattenimento e la compiacenza. I lettori e gli ascoltatori, infatti, non devono essere “disturbati” dalle notizie ma ricevere le conferme che si aspettano e vedere legittimate le proprie paure, anche se infondate: altrimenti si rischia di perderli. Inoltre, parlare di allarme immigrazione e di successive misure repressive, indipendentemente dal format, fa salire l’audience ed è considerato un argomento elettoralmente vincente, almeno sul breve e medio periodo. La sciatteria non può essere liquidata come un peccato veniale proprio perché spesso, spessissimo, è al servizio della propaganda politica e del razzismo istituzionale. Un’efficace arma di distrazione di massa, viene spesso detto: definizione non estendibile a tutti i media (le eccezioni non mancano, ma si tratta prevalentemente di pubblicazioni di nicchia, riservate a un pubblico, per così dire, già “evoluto”) ma assai calzante. Pressapochismo e superficialità si riflettono sulla scelta dei contenuti, l’individuazione delle fonti, il rigore delle informazioni e, naturalmente, l’uso delle parole. Ma hanno prodotto anche un altro effetto, forse meno tangibile, sul quale vorrei soffermarmi. Di immigrazione e immigrati si parla quasi sempre attraverso numeri e statistiche. A una lettura superficiale ciò potrebbe anche sembrare un merito, una garanzia di scientificità. Non è così. L’effetto di questa scelta narrativa è la disumanizzazione. I protagonisti dell’immigrazione e degli sbarchi, privati dei loro nomi, dei volti, delle storie personali e degli affetti, trasformati in numeri e categorie possono essere respinti, espulsi o ributtati in mare (è successo, sappiamo che è successo), schiavizzati nelle campagne o ghettizzati nelle città senza particolare pathos o senso di colpa da parte dell’opinione pubblica: in fondo sono numeri, non persone.

Per provare a contenere questa deriva l’Ordine dei Giornalisti, nel 2008, ha varato la Carta di Roma, un protocollo concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti…

(continua su http://www.stefaniaragusa.com/2010/12/mass-media-e-immigrazione-un-rapporto.html)

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