Noi siamo loro. Riflessioni da Haiti ai senza casa del Luzzi e della Osmatex

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Riceviamo dalla Comunità dell’Isolotto e volentieri pubblichiamo
Scrive Sandro Veronesi, scrittore fiorentino, su un giornale di questi giorni, a proposito della riscoperta della “compassione” in relazioni alla tragedia haitiana: “Penso sia accaduto a molti, in questi giorni, dinanzi alle immagini dei sopravvissuti che vagano per le strade di Port-au-Prince ingombre di cadaveri o dei bambini mutilati che guardano fissi la telecamera, di trovarsi alle prese con una vecchia, micidiale domanda: perché io sono io e non sono uno di loro? È una domanda che investe uno dei misteri più profondi della natura umana, quello del Principium Individuationis (principio di identità); ma è anche scomoda, e infatti spesso la viviamo come un fastidio, per superare il quale, anziché impegnarci a trovarvi l’ unico rimedio possibile – la risposta -, ci affidiamo a qualunque distrazione possa distanziarcene. Senza volere, e talvolta senza nemmeno accorgercene, in quei momenti ci troviamo alle prese con il significato della compassione, e immediatamente avvertiamo uno dei limiti più pesanti della civiltà in cui viviamo”.
Haiti (ma anche Rosarno o anche Sesto Fiorentino con i suoi sgomberi) ci ripropone le domande cruciali: Perché non siamo tra i morti e feriti o tra i senzatetto di Haiti? Perché non siamo tra i neri di Rosarno o tra i rom di Sesto fiorentino o del Luzzi?
“La risposta a queste domande c’ è, in fondo tutti la conosciamo ma spesso tendiamo a dimenticarla: Noi siamo loro. Questa è la risposta. Questa è la compassione. È in questo altrove impraticato, – così laico ma anche così lontano dall’impianto razionale che limita la nostra civiltà – è là che dobbiamo cercare, al buio, con gli occhi chiusi, se vogliamo ritrovare la vera forza della nostra umanità”.
Il Principium individuazionis, principio di identità, è quello che regola la società, è a fondamento dell’economia (la proprietà privata) e anche della religione (Dio è il totalmente “altro”, Gesù è “l’unico”, ogni anima è creata direttamente da Dio ed è diversa da ogni altra anima per l’eternità ….). Fromm ci dice che quel principio di identità, se lasciato solo, se non compensato dal principio di solidarietà e compassione, è la radice della violenza e della guerra.
Ma solidarietà e compassione non vuol dire carità, piuttosto vuol dire immedesimazione, vuol dire sentirsi ed essere una cosa sola: Noi siamo loro.
Questo è il senso della compassione nella riflessione del monaco buddista Thich Nahat Hanh consegnata al libro Essere Pace a cui abbiamo alimentato altre volte, insieme al Vangelo e ad altri testi della sapienza, la nostra spiritualità e il senso della vita:
“La società del benessere e la popolazione del terzo mondo inter-sono. La ricchezza di una società è fatta dalla povertà di un’altra. La verità è che ogni cosa è tutte le altre. Non è che noi siamo e basta, noi inter-siamo. Perciò siamo responsabili di tutto quello che avviene intorno a noi. Questo è il senso vero e il fondamento della solidarietà” (da Essere pace).
Troviamo la stessa profondità nel Vangelo che leggiamo quando facciamo la memoria di Gesù nella condivisione del pane e del vino, la eucarestia: “prendete e mangiate questo è il mio corpo, prendete e bevete questo è il mio sangue donato per tutti”.
Come è stata travisata questa espressione!
Per noi questo donarsi reciprocamente pane e vino, questo condividere gli elementi essenziali della vita significa prendere coscienza di essere tutti una cosa sola, un solo corpo, un solo sangue, un’anima sola, donati per tutti, oltre tutti i confini, oltre tutte le diversità. Attraverso questa simbologia eucaristica tentiamo di testimoniare il nostro impegno concreto di solidarietà, con tutta la nostra pochezza e incoerenza. Per questo noi continuiamo a praticare questa simbologia nei nostri incontri.
E’ una simbologia che in radice, nel profondo, ha un senso diverso se non opposto a quello comune alle religioni ufficiali. Il vescovo di Firenze, Betori, ha scritto una lettera pastorale pasquale in cui ribadisce il senso della religione basato sul principio di individualità: Dio è il totalmente altro radicalmente trascendente – egli scrive – e il prete è colui che lo rappresenta qui in terra e ne è la voce. Il prete si identifica col mistero di Dio prima ancora che in rapporto agli altri fedeli o alla comunità. Più che operatori del sacro o animatori di comunità i preti sono segni del mistero di Dio, prima che sostegno umano devono essere testimonianza di trascendenza. Questo riafferma Betori, forse per giustificare l’allontanamento di Alessandro Santoro dalla comunità delle Piagge. Non è questa la religiosità a cui facciamo riferimento.
La nostra religiosità è piuttosto quella indicata dal laico Veronesi: “Noi siamo loro, siamo tutte le diversità”.
La solidarietà che si fonda sul “Noi siamo loro, noi siamo tutte le diversità”, non si esprime solo nel far qualcosa “per” gli altri ma nell’essere e quindi nel fare “con” gli altri. Non bastano i fiumi di lacrime nemmeno le denuncie nemmeno le donazioni sull’onda dell’emotività. Le tragedie di questi giorni sono il sintomo di un malessere radicato nel profondo della società e della vita. Bisogna “reinventare la vita”.
Per questo non è risultata aliena la socializzazione avvenuta a proposito del rapporto fra la nuova biblioteca dell’Isolotto e la crescita culturale e sulla ricerca di possibili percorsi di partecipazione popolare e sociale alla gestione di questa nuova struttura.

La genesi della biblioteca dell’Isolotto che è l’asse portante del nuovo Centro culturale, inaugurato di recente in Via Canova/via Chiusi, sta nell’impegno di tanta gente umile, immigrata dalla campagna, dai quartieri popolari del centro storico, dal meridione, per realizzare una nuova identità personale e di popolo basata sulla crescita culturale per essere all’altezza da protagonisti della grandi trasformazioni che si stavano sviluppando nel dopoguerra. Quando ancora all’Isolotto c’erano solo nude case senza servizi sociali e culturali i libri passavano di mano in mano. Fu una specie di biblioteca di strada che si sviluppò nella scuola popolare fino ad ottenere la prima baracca del viale dei Pini, la quale fu gestita a lungo in forma partecipata con un Comitato di gestione che contribuì alla crescita culturale e all’identità del quartiere. Fino a divenire passo dopo passo, con un personale amministrativo e tecnico molto sensibile che si fece contagiare dal clima partecipativo e creativo, la biblioteca più frequentata e dotata del panorama fiorentino e non solo. Sarà possibile passare questo testimone della storia, della cultura e della partecipazione dal basso alla realtà di oggi? Attraverso quali percorsi?

Sandra Tramonti e Stefano Beltramini, bibliotecari della nuova Biblioteca, hanno accolto e riconosciuto la pertinenza delle domande poste dalla Comunità e in particolare da Paolo Bencivenni e Moreno Biagioni testimoni della esperienza di gestione sociale-popolare della biblioteca fin dagli anni della nascita della stessa negli anni ’60.

E’ stato deciso di non fermarsi alle parole e per questo è stata programmata una riunione specifica che si terrà presso la nuova Biblioteca in uno dei prossimi sabati. Nell’occasione si potrà fare una visita guidata della Biblioteca stessa.
La data della riunione verrà comunicata.

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