Nestlé batte cassa in Etiopia ma poi ci ripensa

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Sei milioni di dollari come risarcimento dal paese più affamato del mondo. Per Nestlé la richiesta rivolta all’Etiopia è solo “una questione di principio”. Poi ci ripensa e si accorda perché il governo di Addis Abeba stanzi 1 milione e mezzo per combattere la carestia in corso.
Certo, del denaro la Nestlè ne può fare a meno, considerando che è il più grande produttore di cibo mondiale. E’ un colosso nel settore agro-alimentare, con stabilimenti in più di 80 paesi ed un giro d’affari di miliardi e miliardi di dollari. E’ stata una questione di “correttezza” a spingere il potente gigante a rivendicare, nei confronti del governo dell’Etiopia, poverissima ed in preda ad una grave carestia (forse più grave della terribile fame degli anni `80), ben 6 milioni di dollari. Il motivo? La nazionalizzazione di un’azienda di sua proprietà avvenuta nel paese nel lontano 1975, dopo un colpo di stato militare, e venduta successivamente dal Governo ad un investitore privato nel 1998.. E pensare che un solo anno di vendite realizzate da Nestlé è pari a 8 volte il Prodotto interno lordo dell’Etiopia…
Alla notizia, quella parte della società civile più sensibile a ciò che le accade intorno, ha immediatamente proposto di sospendere l’acquisto dei prodotti della multinazionale, ed in particolare dei prodotti simbolo, come Nescafè e Nesquik. Un’azione che può sembrare inutile, ma sicuramente mettendo in atto un po’ di consumo critico, provocando un calo nelle vendite, anche minimo, qualche risultato può arrivare. In generale, ogni singolo consumatore, se unisce i suoi sforzi insieme a quelli degli altri, ha il potere di far vacillare questi imperi. Spesso i consumatori non si rendono conto dell’enorme potere che hanno ogni volta che, davanti allo scaffale di un supermercato, decidono quale prodotto comprare.
Fatto sta, che la Nestlé ha fatto marcia indietro sul debito dell’Etiopia. Nessun risarcimento al paese devastato dalla fame e dalla carestia, per la confisca dei suoi beni attuata negli anni Settanta dal governo di Addis Abeba. Ne ha dato notizia il quotidiano inglese The Guardian, il 24 gennaio scorso. Lo stesso giornale che, per primo, denunciò la scandalosa richiesta del colosso. L’accordo raggiunto prevede che il governo etiope stanzi 1 milione e mezzo di dollari per combattere la carestia in corso. Secondo il Guardian, il merito di questo cambiamento va all’opinione pubblica, “che si è mobilitata contro l’iniziale richiesta della Nestlé: alla compagnia sono state inviate oltre 40 mila lettere di protesta”.
Sembra inoltre che la multinazionale stia esplorando altri modi per fornire assistenza alla soluzione del problema della carestia in Etiopia. Infatti, una delegazione di alti dirigenti Nestlé si trova in questi giorni in Etiopia per individuare, insieme con il Governo e le organizzazioni umanitarie, altre possibili modalità di aiuto.

A proposito di Nestlè
Come ripetutamente segnalato dall’Unicef, la Nestlé viola il codice internazionale redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che proibisce la promozione dell’uso di latte in polvere per l’alimentazione dei neonati… bisogna sapere che nelle società povere, i bambini allattati artificialmente sono 25 volte più esposti alla morte di quelli allattati al seno.
Il Premio Nobel Dario Fo ha sparato a zero contro la Nestlè, responsabile di aver diffuso in Africa il latte in polvere: ‘Hanno compiuto una strage infame dicendo che andavano a salvare l’umanità. Ma sono andati solo per interesse di mercato’.
Padre Pier Maria Mazzoli (direttore del mensile Nigrizia) ha presentato il punto di vista dei missionari che esprimono forti perplessità e disaccordo sulla politica delle multinazionali Dal Monte: frutta, De Beers: diamanti, Shell: petrolio ma Nestlé in particolare perché è una delle più potenti con una affermata presenza in Africa.

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Inoltre, una delle ultime azioni contro tutti noi è stato quello di far passare la possibilità di etichettare come cioccolato, prodotti fatti anche senza il cacao. D’altraparte, così facendo si abbassano ancora di più i prezzi pagati ai contadini del sud del mondo produttori del vero cacao.

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