Nelle crisi, il peso delle parole aumenta

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di Alberto Castagnola, economista Rete Lilliput

Sto terminando una analisi abbastanza dettagliata della crisi finanziaria che stiamo attraversando e quindi ho letto con molto interesse i testi di Berardi e di Cacciari negli ultimi due numeri della rivista; alcune precisazioni mi sembrano importanti per chi vuole trarre dalle analisi delle indicazioni operative sul piano politico e dell’impegno quotidiano. Per non prendere troppo spazio vado per punti, evidenziando sinteticamente accordi e dissonanze.

1. Mi sembra eccessivo parlare di inizio del collasso finale del capitalismo moderno, forse è sufficiente sottolineare il fallimento del tentativo effettuato con la più recente mutazione del sistema economico dominante, iniziata intorno al 1990 e inceppatasi circa due anni fa. La mega macchina è entrata in difficoltà più volte nel secondo dopoguerra, ma ha sempre trovato delle vie di fuga, trasformando il modo di produzione e di consumo senza intaccare le sue logiche di fondo (internazionalizzazione delle imprese poi denominate multinazionali, consumismo sfrenato, uso illimitato delle risorse del pianeta, globalizzazione delle reti di comunicazione e da ultimo espansione senza controlli della sfera finanziaria). Quel che si intravede oggi è una risistemazione del dominio degli Stati Uniti e dei principali paesi europei, chiamando a partecipare ma in posizione subordinata i paesi del Sud che hanno intrapreso una evoluzione sempre di tipo capitalistico. Si può ipotizzare una egemonia più articolata che in passato, con minacce militari che si alternano ad accordi economici, con piccoli vantaggi finanziari controbilanciati da consistenti aperture commerciali (sul modello appena abbozzato degli interventi diretti in Africa).

E’ anche probabile (viste le modalità di intervento pubblico, tutto a favore delle banche, anche quelle più spericolate ed esose), che le funzioni finanziarie riprenderanno a operare, sia pure in un contesto più controllato e con una redditività meno eccessiva.

2. E’ invece da sottolineare che gli interventi statuali degli ultimi mesi hanno spogliato il liberismo di tutti i suoi orpelli, rendendo naturali e indiscutibili i salvataggi degli istituti finanziari e abbandonando di colpo senza tante giustificazioni un sistema di pensiero che dai primi anni ’80 pesava come una cappa filosofica e sistemica su tutte le attività economiche internazionali e statuali e che era predicato senza alcun aggiustamento ai paesi del Sud dal 1944. Oggi dovremmo registrare che il “liberismo è nudo” e trarne tutte le conseguenze sul piano politico. Invece ancora non si ha il coraggio di affermare, ad esempio, che una privatizzazione è solo una prova di forza e non l’applicazione obbediente di una filosofia mondialmente accettata. Una rapida elaborazione del post liberismo costituirebbe un recupero essenziale per una “sinistra” che ancora non ha percepito la portata del ricorso alla sfera finanziaria da parte di un capitale incapace di affrontare i limiti fisici del pianeta e il raddoppio della popolazione mondiale.

3. Quello che veramente si intende con la parola “decrescita” non ha nulla a che fare con la riduzione dei consumi imposti da una tradizionale crisi capitalistica e quindi la svolta verso un modello più rispettoso dell’ambiente non è affatto iniziata. A parte i limiti delle teorizzazioni finora elaborate (descrizione delle perversioni di un sistema nei confronti del suo spazio vitale e tentativo di convincere della necessità di rallentare, ridimensionare, riprogettare, ecc. il sistema dominante), una reale decrescita comporta l’abbandono delle principali caratteristiche del capitalismo, l’invenzione di modalità di lavoro e di vita completamente diverse da quelle che abbiamo sopportato negli ultimi secoli e l’immaginazione di un sistema di relazioni interpersonali e di rapporti con la natura radicalmente differente da quello finora sperimentato. Certo sul piano politico la crisi costituisce una ottima opportunità di modificare a fondo la struttura dei nostri consumi verso un modello più in equilibrio con le capacità del pianeta, ma richiederebbe una maturità di pensiero e delle capacità decisionali ben diverse da quelle finora espresse dalla “sinistra”, ancora ingabbiata dalle logiche elettoralistiche.

4. E’ probabile che prima di concepire nuove guerre l’egemonia USA cercherà di uscire da quelle ancora in corso e intanto verificherà in concreto la sua capacità di modificare un 20-30% della mega macchina in senso ambientalista. Ciò che si sottovaluta è la portata  e le conseguenze di un eventuale politica americana diretta decisamente a ridurre gli inquinamenti e ad aumentare il ricorso alle energie rinnovabili, con effetti molto maggiori da quelli finora esercitati dalle scelte della Germania in termini di tecnologie e ricerche. L’Italia non solo partirebbe in forte ritardo, ma finora a livello governativo si è mostrata praticamente avversa ad una deriva ecologista, anche in ambito europeo e gli Stati Uniti avrebbero facile gioco ad attrarre nuovamente l’industria italiana nella sua sfera di dominio tecnologico. Inoltre le modifiche da apportare alla struttura produttiva potrebbero richiedere molti anni dal momento di inizio, mentre i tempi del disastro ambientali sono molto più ridotti.

5. Quindi, in prospettiva, cosa dovrebbe fare una opposizione degna di questo nome? Ad esempio, avanzare delle richieste nel campo del lavoro, che prevedano delle riduzioni delle ore destinate alle produzioni industriali tradizionali per destinarle a ricercare e sperimentare nuovi prodotti rispettosi dell’ambiente (meno inquinanti, con meno rifiuti, con meno imballaggi, ecc.), riprogettando gli oggetti più dannosi e studiando alternative all’uso di risorse naturali scarse. E insieme promuovere modifiche radicali nella struttura dei consumi, in modo da preordinare un mercato per degli oggetti meno dannosi per la natura. L’obiettivo sarebbe quello di avviare per ogni segmento produttivo una spirale virtuosa, in cui la disponibilità di nuovi oggetti “amici dell’ambiente” si accompagnerebbe ad una domanda consistente, ma compatibile con la disponibilità equilibrata di materie prime e seconde (cioè recuperate), calcolata tenendo anche conto delle popolazioni in aumento nel Sud del mondo. Sarebbe anche uno strumento anticrisi, per salvare o creare posti di lavoro in controtendenza con la spinta ai tagli esercitata dal sistema economico.

C’è un ostacolo, inutile nasconderlo: sindacati e associazioni imprenditoriali dovrebbero condividere lo spirito dei tentativi, cosa rarissimamente avvenuta in passato. Senza scomodare parole grosse come rischi di consociativismo o di compartecipazione, possibile che non sia chiaro che la drammatica situazione del pianeta richiede mutamenti profondi delle responsabilità e delle competenze, degli schieramenti e dei rapporti di forza?

6. La sperimentazione di meccanismi economici completamente diversi da quelli dominanti, ma più adatti ad affrontare una situazione storicamente nuova, è in corso in altri contesti e pur avendo ancora delle dimensioni molto piccole rispetto alla mega macchina, potrebbe trovare nella crisi una opportunità da non lasciar cadere. Le organizzazioni che operano in base ai criteri dell’altra economia, alternativa e solidale, presenti numerose sia nei paesi ricchi che in quelli del Sud, hanno da tempo avviato decine e decine di iniziative di produzione, di commercio e di consumo che opera nel mercato ma seguendo criteri diversi da quelli capitalistici (senza perseguire il profitto illimitato, producendo solo prodotti compatibili con l’ambiente, consumando il minimo di acqua e di energia, rispettando le normative per i lavoratori, scambiando i prodotti tenendo conto delle esigenze dei produttori e dei consumatori, e così via). Se durante la crisi queste esperienze fossero osservate con interesse per verificare la validità delle soluzioni adottate per non danneggiare l’ambiente e per consumare senza sperperare le risorse naturali e riducendo al massimo gli inquinamenti, forse chi ancora opera all’interno dei meccanismi di danno potrebbe trarne delle indicazioni utili. Se poi si avviassero forme innovative di confronto su aspetti specifici, forse molto tempo potrebbe essere risparmiato, elemento non trascurabile in una situazione drammatica in cui il tempo a disposizione per invertire le tendenze è sempre meno.

Alcuni comparti, ad esempio quelli del consumo biologico e delle energie solari, hanno sicuramente da presentare delle esperienze innovative già mature ed economicamente convenienti anche per una adozione su larga scala.

Per concludere, mi sembra che gli spunti per continuare il dibattito siano numerosi; i redattori di Carta potrebbero utilmente sollecitare e facilitare, anche con domande e provocazioni, gli esperti delle varie aree, quindi a presto.

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