Musica extra dal mondo

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Firenze è attraversata da un rumore di fondo in cui si mescolano ritmi e melodie inusuali, canti in lingue sconosciute. L’orecchio capta, si ritrae dal non familiare, ma poi si riavvicina, si allena, fino a che ne viene definitivamente attratto. E così si sviluppa un gusto nuovo, che permette di condividere le emozioni , di imitare i passi di danza, o addirittura di far interagire il “vecchio” con il “nuovo” (nuovo per noi ma forse antichissimo). è così fertile il sottobosco musicale immigrato, immerso così tanto nella propria tradizione, da farci perdere i punti di riferimento.
Fino alla nostra rivoluzione.

Tradizione spesso coincide con spiritualità…
Così troviamo Halim, lavapiatti suonatore di liuto, che pizzica le corde del suo strumento sulle note delle canzoni di Oum Kaltoum, George Uassuf, Kadim Saher, che parlano d’amore, di occhi neri e colombe bianche, di fuoco e di vento.
I percussionisti togo-beninesi Aabndja, impegnati anche politicamente nella Federazione Africana Toscana per i diritti e la dignità degli africani, sono ben otto, di cui tre i ballerini. Hanno tre tipi di tamburi diversi, zucche piene di sassi e ricoperte di pelle chiamate “cascayette”, gong di metallo. Non solo spettacoli musicali, ma riti veri e propri, vodoo e animistici avvengono davanti agli occhi degli spettatori: tutto il loro corpo è impegnato, ed ogni ritmo ha un significato simbolico: vi è un rituale del raccolto, uno per la fine della stagione, e chi li ha visti afferma che fossero vicini alla trance. Sono loro che cadenzano i momenti spirituali della comunità togo-beninese fiorentina.
Spirituale è anche la maggior parte della musica filippina: la chiesa di S.Barnaba di via Guelfa, quella Evangelica di Borgo Ognissanti, vantano cori in lingua e musica filippine. Provare per credere: la domenica alle 18 S.Barnaba ospita messa e coro. Cominciò un prete ben 16 anni fa, insegnando a cantare ai compaesani, che lavorando duramente per tutta la settimana, avevano solo quel momento per ringraziare Dio. è il terzo anno inoltre che viene messo su un concerto, previsto per il 21 novembre. In Borgo Ognissanti e in via Carlo del Prete 10, si tengono anche spettacoli teatrali e danze, giocate con canne di bambù.

…e si rinnova nella musica popolare
La musica popolare di Marocco, CapoVerde, Romania, Sri Lanka, Algeria, ha autori e spettatori dei più diversi.
Dal Marocco gravitano intorno a Firenze due gruppi: Nujum, le Stelle, che si esibiscono a Scandicci, e quello di Tibari, violinista, venerdì e sabato sera a Prato. Si contendono lo stesso pubblico: i figli delle periferie e delle baracche, che ballano con tutta la loro gioventù, allegria e rabbia al ritmo del chaabi, del rai, dello charki. Le canzoni raccontano proprio degli amori impossibili, della nostalgia, che loro non sognano ma vivono sulla propria pelle.
Da CapoVerde abbiamo un compositore, Ippolito, che con pazienza raccoglie le canzoni popolari, ne estrae e fissa su carta note che altrimenti andrebbero perdute con le tradizioni. Si suona ad orecchio infatti, e il tema prevede almeno due strumenti solisti: uno propone, l’altro risponde. La musica capoverdiana comprende una gamma che oscilla tra l’ispirazione africana e quella europea.
I rumeni sono quasi gli unici che riescono a suonare per lavoro: ogni sera in piazza Santa Maria Novella si dividono le piazze e i ristoranti dove esibirsi. In genere sono terzetti con fisarmonica e chitarra. Ma suonano le melodie italiane più famose: gli ascoltatori sono i turisti, questo è il mercato. Solo uno di questi gruppi suona la sua musica tradizionale, e gli altri non sanno come faccia a sbarcare il lunario. Rado, leader dei “Baietii Tineriit” ovvero “Ragazzi Giovani” dice che se avessero un posto dove provare, con la strumentazione adeguata, potrebbero anche loro cambiare registro e cercare una diversa audience. Loro compaesani, i Gipsy Star, con sassofono, violino,contrabbasso, chitarra e zambala (specie di xilofono) riempiono di note dalla Romania e dal mondo piazza della Repubblica.
Dallo Sri Lanka vengono i Sath Sara (sette note): sei musicisti più un numero variabile di ballerini (fino a 12) che seguono il ritmo delle caratteristiche percussioni. Suonano popolare cingalese e indiana, molto simili tra loro. Alle loro feste, e occasionalmente alla Flog o al mercatino multietnico cantano d’amore e di guerra: quella civile contro i tamil.
E gli algerini? Li troviamo tutte le sere meno il lunedì alla pizzeria “La Lanterna Blu”. Quando suonano (in tre, su un gruppo di cinque lavorano qui) che fa, chiude il locale? Nemmeno per sogno. Quello che speravano diventasse un lavoro è ormai un hobby. Comunque nelle occasioni, come le feste di fine Ramadan o altre ricorrenze arabe, suonano di certo.

Interazione tra culture: si canta di pace e di amore
Il leader del gruppo algerino, Smile, è anche cantante e tastierista dei “The Third Planet”, il Terzo Pianeta (la Terra). Dal ’95, con Nazar, curdo, A.K.Das, indiano, Piero Casu, italosudamericano, Maurizio Dami, creatore della musica house, dà vita ad un gruppo multietnico. Su ritmi disco, reggae, rai o house, si innestano gli strumenti tipici. I testi sono cantati di volta in volta in arabo, curdo o indiano. Ma era dagli anni ’80 che Smail, tentava di dare vita ad uno stile multietnico,suonando con dei fiorentini: un precursore.
Come pure dagli anni ’80, cercano di far conoscere la loro “world music” gli “Africa X”. Purtroppo la nostra è ancora una città di provincia, e anche loro vengono ascoltati più spesso fuori. A febbraio saranno però di ritorno al Saschall con un grande evento, promettono. Saremo pronti adesso a recepire e a farci contaminare? Sono 10 i componenti, provenienti da: Costa d’Avorio, Senegal, Ghana, Italia e Cuba. Fanno “Afrojazz”, integrando le varie musiche tradizionali, strumenti africani con strumenti occidentali. Gli italiani, alle tastiere, portano la melodia. La base è il “moob”, ritmo e danza dell’amore e della pace, proveniente dal villaggio di cui sono originari Iacob e Isaia, anche loro impegnati nella F.A.T. per il riconoscimento della cultura africana. La musica e la danza sono per loro il modo migliore per insegnare la pace e l’amore, base della religione animista che vede l’uomo immerso e facente parte della natura. Tutto passa attraverso le azioni, non le parole: nella danza i passi e il movimento del sedere trasmettono l’amore, quello delle mani e della testa la pace. Il tam tam dei tamburi è in se stesso comunicazione, che deve venire prima di ogni azione.
Sempre sulla scia del multietnico, con la sua band formata da due italiani e un brasiliano, sta tentando il successo Kaas, un altro ivoriano che ha suonato spesso alla Flog e al Tenax, e che sta uscendo ora con un nuovo cd. I suoi ritmi reggae risentono molto della sua “africanità”. Così i temi, che sono pace e amore. Gli auguriamo di farcela, che sul passaporto, alla voce “occupazione” ci sia scritto finalmente “musicista”.

La popolare più conosciuta
Dall’America Latina ci arrivano ritmi e melodie più familiari. Nonostante questo per i peruviani e la loro musica andina non commerciale, non è facile trovare occasioni per suonare. I “Sentimiento andino” o “Americanto”, con i loro flauti di bambù, il charango, le maracas, bombo e chitarra, si esibiscono infatti solo se invitati, in manifestazioni culturali. Non sono molto legati alla loro numerosa comunità.
I cubani sono pochi invece, ma più dinamici. Insegnano danza latinoamericana e riescono a portare i loro ritmi caraibici in vari locali: li possiamo ascoltare spesso al Cabiria di S.Spirito, o al Tropicuba Paradiso in via de Vanni. Nei loro svariati gruppi musicali sono spesso inseriti elementi dai paesi “limitrofi”: da Colombia e Messico nei Mambo King, da Perù e Italia nei Barrio Latino. Gli Argentini fanno meno gruppo a sè e si mescolano con chiunque faccia jazz, rock, latinoamericana. I dj poi si sprecano da centro e sudamerica.

Giovani e maestri
E i ragazzini? Quelli nati qua, o arrivati ancora bambini? Che combinano? Si danno da fare, ricercano un’identità. è il caso di Karima, dj per scommessa. Lei fa ballare: la conoscono al mercato multietnico, al CPA, o nelle varie piazze e parchi in festa. Il martedì alle 16 va in onda su Novaradio (101.5) col programma Casbah-rock. L’idea le è venuta proprio dalla radio: con la guerra in Afghanistan si sono cominciate spesso a sentire melodie arabe e lei ha pensato “che bello nonostante tutto!” Così si fa in quattro per far conoscere la musica delle sue origini. Cerca di creare più spazio per il suo essere araba a Firenze. E per i ragazzi come lei.
Ciò vale anche per Neglisi e Mr.Tuka, albanesi di Valona. Hanno cominciato facendo rap e hiphop, ma si stanno avventurando nella musica etnica (albanese, balcanica, araba). I loro testi parlano degli immigrati minorenni in Italia, di cosa hanno perso e trovato, della mancanza della famiglia, di come i vuoti vengono riempiti dall’amicizia. Loro stessi, che a Valona si conoscevano appena, adesso sono inseparabili. Rappano e cantano sia in italiano che in albanese. Il loro pubblico, ragazzi fra cui molti immigrati, si immedesima, si ritrova nelle loro parole, che sa già a memoria: “nei concerti” dice Mr.Tuka “cantano con noi”. Chi volesse trovare il loro cd, ma non se lo è accaparrato ad un concerto, questa è la mail di riferimento: chiacchio@rtd.it .
Rappa in inglese e wolof invece, Pape Young G., che ha incontrato la musica per le strade di Dakar “Quando la strada è la tua vita, non puoi farci niente e niente può cambiare, né il governo né altro, sei stanco di tutto, incontri il rap: è come una medicina, una visione del mondo, un modo di comunicare, una rivoluzione di te stesso. C’è armonia e spiritualità nel rap, ed è uno stile di vita: ti coinvolge in tutto, anche nel vestire, nel modo di camminare. Racconto storie di persone significative, richiamo alla coscienza di sé; il rap è una speranza per i giovani “. Young G. ha lavorato in Senegal con i Kan Fory Klan, ha inciso due canzoni con il Generale nel suo ultimo album (dove è presente anche Smile l’algerino, con “semina amore” in un lavoro che ci presenta questa Firenze interculturale), e sta lavorando ad un album tutto suo, dopo H2F2, il cd dedicato all’hiphop fiorentino (www.h2f.it).
Sempre dal Senegal arriva un griot (cantastorie) con 25 anni di studio della musica alle spalle, che si propone invece come maestro: Djanje lo si trova con le sue classi a suonare alle Cascine nella bella stagione, ed al circolo Le Torri col freddo. I suoi strumenti sono molti e vari, per la maggior parte percussioni; più di 100 i ritmi che vi potrà insegnare. E siccome le cose più moderne a volte sono le più antiche, si occupa di musicoterapia senza bisogno di saperne il nome, facendo il volontario in giro per il mondo con altri 15 compaesani: suonano, cantano e ballano con orfani e handicappati. Quando sapremo per certo di non avere il monopolio della conoscenza, potremo diventare suoi allievi.

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