Morire di sviluppo

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A volte sembra che l’uomo perda la percezione della realtà: 250 persone muoiono ogni anno – solo a Firenze – per gli effetti a lungo termine delle polveri sottili (pm10). Infarto (106), tumore al polmone (30) e ictus (15) le cause maggiori. Altri trenta i decessi che avvengono per gli effetti a breve termine (quelli che si verificano nel giro di pochi giorni dal picco di inquinamento). In tutta Italia sono oltre 8 mila ogni anno le vittime dello smog. Tutta colpa del traffico. Eppure, neanche i rinvii a giudizio del sindaco Domenici e del presidente della Regione Martini, sembrano scuotere i nostri amministratori e spingerli verso l’adozione di provvedimenti adeguati contro l’inquinamento. Se è vero infatti – pur con tutti i dubbi sull’efficacia e sui tempi di realizzazione – che opere come la tramvia ridurranno il traffico privato, altre scelte sono in questo senso disastrose.
Già da più parti si è ironizzato sulla Ztl più grande, ma anche più violata d’Italia: sono oltre 30.000 i permessi concessi per entrare nel centro città, i Suv vi accedono regolarmente nonostante un’ordinanza lo vieti, così come fanno i vecchi veicoli commerciali a motore diesel. Eppure le soluzioni per iniziare a salvare le vite, a partire da Firenze, ci sarebbero: pedonalizzare il centro facendolo attraversare solo dai bus elettrici, realizzare le busvie (magari ideandole un po’ meglio di quella in Viale dei Mille), potenziare le linee ferroviarie per i pendolari, organizzare un sistema ecologico di scarico merci, costruire i parcheggi scambiatori, creare un reticolo di vere piste ciclabili.
Da noi, invece, come in tutto il paese, si continuano a realizzare nuove infrastrutture stradali che aumenteranno il traffico su gomma; scelte compiute in nome del profitto dei petrolieri e dell’industria automobilistica. E il prezzo della benzina arriva alle stelle: cosa sarebbe successo se qualche anno fa avessimo adottato le soluzioni indicate da quegli stessi ecologisti “radicali”, oggi tacciati di “immobilismo”? Auto a idrogeno girerebbero felici in città, “spernacchiando” i petrolieri, la recessione economica farebbe meno male e la salute dei cittadini sarebbe salvaguardata. E invece, si persevera.
Come nella scelta di costruire nuovi inceneritori, che numerosi studi hanno già mostrato essere dannosi, nonostante si parli di tecnologie “di ultima generazione”. E ora si riaffacciano anche i sostenitori del nucleare, spacciato come l’unica soluzione possibile alla nostra insaziabile fame di energia, “tanto ormai è un metodo sicuro”. Ma gli effetti di Chernobyl non sono ancora finiti, né si è risolto il problema delle scorie.
Vale la pena ammalarsi di cancro per poter tenere tutte le luci accese? E morire di infarto pur di infilarsi nell’ingorgo con il gippone?
A ciascuno le proprie scelte, e le proprie responsabilità. Soprattutto verso i cittadini di domani.

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