21 settembre 2018

Moby Prince: si cerca in mare, prosegue l'inchiesta sulla strage di Livorno

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La sera del 10 aprile 1991 lo scalo civile di Livorno sembra un porto militare statunitense, con molte navi militarizzate di ritorno dalla prima guerra del Golfo. Quella stessa sera, il traghetto Moby Prince salpa da Livorno diretto a Olbia. Dopo pochi minuti di navigazione entra in collisione con la petroliera Agip Abruzzo ancorata in rada che trasporta greggio altamente infiammabile. È una strage, la più grande tragedia della marineria civile italiana: 140 persone muoiono tra le fiamme a bordo della nave passeggeri.

Oggi, a 18 anni dalla tragedia, prosegue l’inchiesta bis sulla strage. Nei giorni scorsi sono stati ascoltati come persone informate sui fatti Alessio Bertrand, il mozzo scampato al disastro e unico superstite oltre che Valentino Rolla, terzo ufficiale di macchina della petroliera. Sempre in queste ore il cacciamine della Marina Miliare “Rimini” sta scandagliando il fondo al largo del porto di Livorno per verificare che non vi siano tracce o elementi tali da far comprendere meglio la dinamica della tragedia.

moby-prince-scheletroIl processo seguito alla prima inchiesta si è concluso, di fatto, senza colpevoli. L’inchiesta bis è scattata grazie alla perseveranza dell’avvocato Carlo Palermo, che assiste alcuni familiari delle vittime, in cui si ipotizza che la tragedia non fu solo fatalità. Il procuratore titolare dell’inchiesta, Francesco De Leo, ha spiegato che le indagini «proseguono e che non termineranno entro l’estate, ma più probabilmente si continuerà ad indagare almeno fino alla fine dell’anno».

L’interrogatorio dei due testimoni
Valentino Rolla, terzo ufficiale di macchina della petroliera, è giunto in procura accompagnato da un legale, così come prevede la procedura per persone che sono imputate di reato connesso come appunto nel caso di Rolla, ma sull’esito del colloquio nulla è trapelato. Massimo riserbo anche sul contenuto del colloquio tra i magistrati e Alessio Bertrand, sentito in una sede diversa dalla procura proprio per depistare i giornalisti.

Tuttavia ciò che l’ex ufficiale della petroliera e l’ex mozzo della Navarma hanno detto ai magistrati potrebbe avere un ruolo chiave nell’inchiesta attuale che sta cercando principalmente di ricostruire il contesto nel quale si verificò la collisione. Rolla, che fu condannato per non avere azionato i dispositivi di emergenza in caso di nebbia, è stato probabilmente proprio chiamato a rispondere su questo aspetto e sul fatto che, nelle sommarie informazioni rese alla capitaneria di porto, aveva immediatamente detto di avere riconosciuto il Moby Prince piombare sull’Agip Abruzzo grazie alle ”luci accese sul ponte e alle vetrate”. Una testimonianza che sembrò escludere proprio la presenza della nebbia. Un’audizione, quella dell’ex ufficiale, che potrebbe essere stata decisa per cercare di chiarire definitivamente se ci fosse o meno la nebbia la sera dell’incidente e se questa sia stata determinante.

In oltre due anni di indagini i magistrati hanno sentito decine di persone (militari, agenti del Sismi, dipendenti della base americana di Camp Darby e perfino il senatore a vita Giulio Andreotti). Unico cruccio dei magistrati l’impossibilità di interrogare il comandante della petroliera, Renato Superina, che fornì via radio ai soccorritori subito dopo la collisione posizioni tra loro molto diverse pur essendo stata la nave alla fonda nella rada livornese dal giorno precedente. Superina è infatti gravemente malato e non può sostenere un interrogatorio.

Le ricerche in mare
L’unità militare “Rimini”, con a bordo il pm Antonio Giaconi, sta scandagliando i fondali livornesi grazie al sistema Pluto, un veicolo subacqueo filoguidato con sensori (come tv, sonar e altro) e dotato di una consolle principale che permette di seguire le operazioni a bordo. Il cacciamine ha pattugliato per ore il tratto di mare teatro della tragedia, nel quale si raggiunge una profondità massima di 50 metri, alla ricerca di oggetti metallici. Evidentemente la procura, dopo aver ascoltato decine di testimoni, intende ora ricostruire anche la dinamica dell’impatto e l’esatto punto di collisione tra le due navi.

Un libro per aprire gli occhi sulla strage

“Moby Prince. Un caso ancora aperto” scritto da Enrico Fedrighini per le Edizioni Paoline è un libro che ha il merito di ricostruire in modo preciso e minuzioso le indagini – grazie agli atti processuali -, facendone emergere i lati meno chiari con l’obiettivo di cercare la verità. L’accurato e approfondito lavoro di Fedrighini sposta la nostra attenzione verso altri fattori della complicata equazione di quella notte.

Il porto di Livorno quella sera era pieno di navi americane cariche di armi ed esplosivo che tornavano dalla Prima Guerra del Golfo. Sul traghetto furono accertate, ma altrettanto scientificamente negate tracce di esplosivo militare, del tipo usato negli attentati terroristici che avevano insanguinato l’Italia negli anni ’70. Ci furono comandanti che sbagliarono perché troppo bravi e altri che con la massima tranquillità affermarono una cosa e il suo esatto contrario. Dobbiamo cercare la verità nella scomoda vicinanza di Camp Darby, una della più grandi basi NATO americana del Mediterraneo? Oppure nelle manomissioni delle prove e nella misteriosa sparizione e riapparizione di atti importanti, come il decisivo Allegato 1?

Leggete (anche on line) il libro per saperne di più e non perdetevi questa intervista rilasciata dall’autore a Daniele Urso.

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