10 dicembre 2018

Mereb, donne oltre i confini

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“No, non ho mai pensato a me stessa, noi non pensiamo mai a noi stessi. Prima di tutto portiamo avanti questi tre compiti: il nostro paese, la famiglia e la comunità”. A parlare così è una piccola donna eritrea, Minia, che vive alle Piagge, coordina una cooperativa di donne, e come moltissime altre immigrate porta sulle spalle il peso di una scelta difficile: cercare di farcela altrove, tra i diversi, a volte tra gli ultimi, preoccupata di portare avanti assieme a se stessa, anche chi ha avuto ancora meno di lei.

Ci incontriamo nell’appartamento di sua nipote. Sta cuocendo qualcosa di rosso che poi sigilla in vasetti misteriosi. È la prima volta che ci vediamo, e declino a malincuore un assaggio. “Abbiamo fondato la cooperativa Mereb in nove donne eritree, ma quando c’è bisogno si sistemano anche persone di altri paesi”.

Che significa Mereb? “Mereb è il fiume che rappresenta anche un confine reclamato dall’Eritrea e non rispettato dall’Etiopia. Il fiume scorre lungo la maggior parte dell’altopiano centrale. La nostra speranza è quella di lavorare a beneficio del paese da cui proveniamo, il frutto del nostro lavoro tornare al nostro paese, come il flusso del fiume, per la sua ricostruzione.”

Le donne della cooperativa hanno 30 anni di esperienza nell’assistenza, nelle pulizie, nel cucinare. Sono eritree residenti in Italia e parlano perfettamente l’italiano. “Far lavorare questa cooperativa significa darci la possibilità di lottare per l’indipendenza del nostro paese, aiutare altri immigrati a integrarsi in Italia, mandare aiuti alle nostre famiglie che sono rimaste in Eritrea. Per tutte queste cose è necessario affrontare moltissime difficoltà, nella società, nel lavoro e nello sviluppo della propria vita. Abbiamo cominciato facendo le pulizie negli uffici, poi assistenza familiare e infine catering con piatti eritrei, per diffondere la nostra cultura e per far conoscere il cibo eritreo in Italia. In questo modo ci facciamo anche pubblicità”.

Leggo un menù tradizionale, che non manca di esotico fascino. Zighinì: sugo di carne di manzo piccante. Alicià: stufato di verdure. Tum Tumò: crema di lenticchie. Scirò: crema di fave. Ingerà: pane tipico.
Minia entra in Italia nel 1973, come turista. Lavora come domestica. Ha già una bambina, che ha portato con sé dall’Eritrea, poi in Italia le nasce una seconda figlia, che ha un nome eritreo che significa libertà, “perché 27 anni fa l’Eritrea si stava per liberare, prima che arrivassero i sovietici nel 1976”.
Oggi Minia non fa più la domestica. “Grazie alla legge Martelli le domestiche straniere hanno potuto cambiare tipo di lavoro e io sono entrata come ausiliaria in ospedale, ho fatto i corsi di specializzazione e da 15 anni sono infermiera professionale. All’inizio è stato difficile con le colleghe; devi sempre comunque lottare per farti conoscere e stimare. Ci sono sempre difficoltà”.

Razzismo? “No, ignoranza. Le persone non sanno, non capiscono. I giornali e la televisione non aiutano l’incontro e la comprensione, accentuano le paure. Ma col tempo, lottando duro, alla fine si arriva a farsi capire, apprezzare”.
Minia non ha mai smesso di partecipare alle riunioni della comunità. “Mi sono sempre occupata di politica, della comunità eritrea in Toscana e dei diritti degli immigrati, anche non eritrei. Come comunità eritrea ci incontriamo a Firenze alla casa del popolo Andrea del Sarto, ogni domenica alle 16. Parliamo dei nostri problemi, dei soldi, dei nuovi arrivati. E ci aggiorniamo”.
Ma quanti siete alle riunioni? “Dipende, quando viene il funzionario dell’ambasciata alla riunione arriviamo a essere in trecento”.
E di che parlate? “Di tutto. Quando muore qualcuno bisogna organizzare il rimpatrio della salma, oppure c’è da sistemare i nuovi arrivati, da rinnovare i permessi, problemi con la questura”.

Di che religione siete? “Tra noi prevalentemente cattolici, ma abbiamo anche ortodossi e musulmani. Ma non abbiamo mai avuto problemi di tipo religioso, quando c’è un matrimonio tutti andiamo alla chiesa o alla moschea, non solo i familiari. Il matrimonio è una festa della comunità e non solo degli sposi, tutte le donne cucinano per loro e diventiamo un’unica famiglia felice”.
Qual è la piazza in cui si incontrano gli eritrei, a Firenze? Minia non sa rispondere. “Non ho mai avuto il tempo di andare nelle piazze… c’era la riunione, poi il verbale, e poi di corsa a casa, le figlie, il lavoro…”
E mentre Minia corre a Firenze, e risolve sempre nuovi problemi, il Mereb scorre lontano, solcando un problema antico: la frontiera coloniale tracciata all’inizio del secolo tra il Regno d’Italia e l’Impero di Etiopia.

Cooperativa Mereb:
assistenza domestica, alla persona, agli anziani, servizio catering con piatti eritrei.
Info: 055-4221325 mereb@libero.it

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