"Manifesto per un soggetto politico nuovo": primi incontri ad aprile

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In questi giorni è uscito un appello-manifesto firmato da diversi personaggi noti – intellettuali, saggisti e altro – che lancia la proposta di costituire un soggetto politico nuovo per dare vita a “un’altra politica”.
Ne riportiamo un estratto e una scheda di accompagnamento, rimandando al sito www.soggettopoliticonuovo.it per la lettura del testo integrale.

Manifesto per un soggetto politico nuovo
Per un’altra politica nelle forme e nelle passioni

Non c’è più tempo

Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old Corruption’.

In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste.

Oggi la sfera separata della politica in Italia, ‘il palazzo’ per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi; le operaie e gli operai, che vedono giorno dopo giorno minacciati i loro diritti dentro la fabbrica, le commesse e i commessi intrappolati nella catena della distribuzione, i ceti medi del pubblico impiego, quelli della scuola, della sanità, dell’ amministrazione pubblica, che in questi anni sono stati tartassati e disprezzati; i giovani precari, spesso super-qualificati, vittime di una flessibilità selvaggia neoliberista inizialmente introdotta dal centro-sinistra che ha tolto loro dignità e futuro, la rete dei microproduttori e del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione entrata in crisi con la recessione. Tutti questi elementi possono mobilitarsi nella società per poi trovare nel palazzo solo un muro di gomma o un ascolto distratto. E’ ora di spezzare questi meccanismi perversi. Al loro posto proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.

La ‘poesia pubblica’, per utilizzare la frase del poeta americano Walt Whitman, deve entrare nella storia della Repubblica. E lo farà quando un gruppo sempre più grande di cittadini (donne ed uomini) qualificati, informati e attivi decideranno di farne la loro bandiera. (…continua su www.soggettopoliticonuovo.it)

Scheda di accompagnamento:
Il Manifesto rappresenta l’inizio di un percorso, che si svilupperà da subito, aderendovi (dal sito www.soggettopoliticonuovo.it), discutendolo, creando occasioni di confronto, dibattito, relazione culturale e politica fra diverse e diversi.
È un primo documento di principi e metodi, volutamente non programmatico, che definisce un orizzonte e un percorso, dichiarando da subito un quadro di riferimenti e di valori. Ha come obiettivo proporre la costruzione di un soggetto politico radicalmente nuovo che si confronti subito con il quadro politico, la crisi sociale ed economica.
Il manifesto esprime radicali nodi di rottura sia con le attuali forme partito, sia con la situazione politica presente. Il percorso lanciato è ambizioso, nella consapevolezza, da un lato, che non ci può essere democrazia senza i soggetti politici immaginati nella Costituzione (nuove soggettività collettive, corpi intermedi capaci di connettere esperienza personale e tessuto politico, società e istituzioni); dall’altro che senza un progetto davvero partecipato e diffuso non si può creare un’alternativa al governo Monti capace di praticare una uscita diversa dalla crisi. Questo, in questi giorni di attacco ai diritti dei lavoratori e al tessuto simbolico della democrazia, è assolutamente urgente.
Il percorso che proponiamo, “è nelle mani di tutti e tutte coloro che lo desiderano attivamente. Si può iniziare dall’impegno a promuovere incontri, inventare momenti partecipativi e occasioni di confronto fondate su una comune condizione sociale o sul radicamento attivo nei territori. Una mobilitazione diffusa e connessa, che non imponga esclusività di appartenenze e che si ritrovi poi in un primo appuntamento nazionale”.
Il tema della rappresentanza politica è parte di questo progetto. In questo senso potrebbero essere utili alle prossime elezioni, liste di cittadinanza politica che facciano riferimento a queste riflessioni e ne costituiscano una prima sperimentazione.
Non si tratta di aggiungere sigle contro tutto e tutti, né di chiudersi nel recinto di una radicalità ideologica, tanto meno di collocarsi in un ruolo banalmente complementare ai partiti attuali, per completare l’offerta da esporre sul mercato elettorale. Esattamente il contrario. Essere diverse e diversi, fondarsi su un’altra cultura diffusa per costruire non una mera lista civica elettorale ma una soggettività politica nuova.
“Un soggetto che determini una trasformazione complessiva, costruisca anche alleanze e mediazioni ma con l’ambizione tutt’altro che minoritaria di mettere in campo un’altra Italia. Di lavorare per un’altra Europa.”
Democrazia – lavoro – beni comuni – partecipazione- rottura con il neoliberismo: sono le prime parole chiave di un percorso che si avvia, che vedrà nel mese di aprile appuntamenti in varie parti di Italia.
L’elaborazione relativa ai contenuti, ai programmi, alle alleanze, dovrà andare avanti con la costruzione della rete. Prevediamo due incontri:
sabato 28 aprile un primo incontro di tutte e tutti coloro che si attivano in questo mese
fine maggio: una due giorni come tappa nel processo di costruzione partecipato di un soggetto politico nuovo.

0 Comments

  1. giuseppe veronica

    Nuovo soggetto politico? I would prefer not to.

    Il testo delude sin dall’esordio, dove, il nostro screditato sistema politico viene definito come luogo separato abitato da professionisti in gran parte maschi. Ci si chiede se questa precisazione abbia un significato, stante che, se si potesse, per clonazione, triplicare l’attuale rappresentanza parlamentare femminile, lasciando immutata quella maschile, non si cambierebbe l’infima qualità dell’insieme. Si comincia, dunque, con un’affermazione rituale.
    In questo stesso capoverso tale deriva parlamentare viene paragonata all’Old Corruption del 700 inglese. La citazione è dotta, ma esiste un paragone più calzante e recente, il parlamento dei paglietta del primo dopoguerra.
    Non si può pensare che quella fotocopia d’antan della situazione presente non sia nota agli estensori del manifesto, né che abbiano preferito scansare un indiretto riferimento a Gramsci, che a quel fenomeno dedica qualche pagina dei quaderni.
    C’è, invece, una doppia spiegazione, più convincente, per quella retrodatazione, la prima è che l’evoluzione illuminista della situazione inglese è in sintonia con il loro nuovo modello del far politica, mentre l’involuzione fascista della situazione italiana comporta un ripensamento sul ruolo indispensabile dei partiti di massa. La seconda consiste nel fatto che, alla base della corrotta impotenza del parlamento italiano degli anni ’20 c’è il sistema elettorale a collegi uninominali, cioè proprio quel prevalere della rappresentanza orizzontale che essi prediligono.

    Nel successivo paragrafo si afferma che questo sistema non rappresenta … giovani e donne. L’ambiguità del verbo rappresentare non è sciolta, ma la scelta dei primi soggetti dell’esclusione è illuminante. Chi scrive, pur essendo maschio e anziano, non si sente ugualmente rappresentato, forse perché ad essere realmente rappresentati sono i poteri forti della finanza e dell’industria, cioè dei soggetti non anagrafici.
    Bisogna riflettere su questo punto per spiegarsi, a un tempo, perché la Meloni non rappresenta i giovani, né la Santanchè le donne, mentre il giovane Rocco Scotellaro rappresentava i braccianti, anche anziani, del sud, e la donna Nella Marcellino gli operai, anche maschi, dell’industria tessile.
    Questa riflessione aiuterebbe a trovare anche il filo d’Arianna per orientarsi nel lungo elenco di figure sociali del capoverso successivo, per le quali, se le lasciamo così giustapposte, non si intravede altra soluzione che non sia neocorporativa.

    Ci vogliono, a detta degli estensori, cittadini qualificati, informati e attivi. Dei tre aggettivi, solo il primo ha significato, e, nella situazione odierna, un significato sinistro.
    Attivo. Lo furono, senz’altro, le guardie rosse della rivoluzione culturale, ma anche gli squadristi del ’21. Altri appesero le cetre alle fronde dei salici, ma forse non furono del tutto inutili, o dannosi. Anche Bartleby esprime un parere.
    Informati. L’Italia non è più il paese degli analfabeti del maestro Manzi e la televisione offre un’informazione addirittura pervasiva. Difficile sostenere che un militante di Casa Pound sia meno informato di un no TAV. Bisogna lasciare ai Testimoni di Geova la pretesa di salvificità della loro libellistica.
    Qualificati. Stiamo sperimentando un governo di tecnici, spero che non ci si voglia proporre un’opposizione di tecnici. Ma chi qualifica chi?

    Bisogna affermare la validità della dimensione territoriale locale (ma non localistica). Siamo sicuri che esiste questa differenza? Perché rifiutare una centrale nucleare sarebbe democrazia locale, ma rifiutare una moschea, demagogia localistica? Si può fare politica con questi concetti astratti?
    Perché la proposta di inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’unione europea deve partire necessariamente dal comune di Napoli? Dobbiamo fare politica nelle istituzioni o con le istituzioni? Perché dobbiamo riconoscere implicitamente la legittimità di un’istituzione calata dall’alto, come l’unione europea?

    Il paragrafo successivo, pur nella fumosità della formulazione, ribadisce, come novità, il vecchio ritornello della società civile, uno dei capisaldi teorici della controffensiva reazionaria degli anni ’90. La società civile è il travestimento con cui la borghesia degli avvocati e dei dottori è riuscita a rientrare, per dettar legge, in tutti i luoghi (la scuola, innanzitutto) da dove era stata cacciata. È il cavallo di troia del lobbismo straccione del terzo settore. Siamo stufi di società civile.

    Concordo, in linea di massima, col punto successivo: ritorno al sistema proporzionale, integrale, e individuazione di strumenti di democrazia partecipativa, ma non condivido la pericolosa affermazione: personale è politico. Abolire le frontiere tra individuo e società rischia di aprire la porta a un’etica di Stato, di cui abbiamo già sperimentato, nel corso della storia, le drammatiche conseguenze. Sostituire la tutela dell’ambiente a quella dell’anima o della razza, cambierebbe ben poco.

    Anche le forme di democrazia partecipata che vengono proposte non sono del tutto convincenti. Alla base c’è un idea di cittadino storicamente datata e classisticamente connotata.
    Se i ceti medi, in marcia verso la rovina, non si sentono più rappresentati dai partiti interclassisti tradizionali, la questione è tutta loro, non la estendano ad altre classi sociali, i cui interessi possono essere efficacemente propugnati dalla ritrovata organizzazione politica di classe. Ricordiamo che, ogni volta che la piccola borghesia ha tentato di far da sé, ne sono seguiti epocali disastri per tutti.
    Le assemblee, sia pure con nomi stravaganti, non vadano fatte al caffè o per la strada, ma nei luoghi di lavoro e di studio, perché – se si vuol fare politica – ne deve derivare la volontà di un gruppo omogeneo per interessi e non la mediazione tra diverse sensibilità culturali.
    Occorre anche tener presente che gli strumenti che nascono come forme di lotta (dai comitati di quartiere al tempo pieno), non hanno la stessa riuscita come organi istituzionali.

    La critica ai partiti è calzante, ma la cura proposta è peggiore della malattia, a una struttura debolmente regolata, si vuole opporre una destrutturazione senza regole.
    Qui e altrove è adombrata la nascita di nuovi chierici, sia pure vaganti, che vadano a sostituire quelli in servizio nell’attuale sistema. Evidentemente si confida in una diversità antropologica, che ne garantisca una miglior riuscita. I frati minori ebbero una (debole) funzione progressiva in contrasto col clero secolare, ma furono (rapidamente) integrati e resi organici agli interessi del papa.

    Alla ricerca del nuovo, si torna infine a una forma di Idealismo, blandamente contaminata da Freud e dal parroco di campagna. Non è la realtà a ingenerare stati d’animo, ma è il mancato controllo degli stati d’animo a produrre la realtà. Parola di scout.

    Sicuramente sottoscritto da brave persone, il manifesto sembra un frettoloso tentativo di derivare una teoria sulla base di una pratica politica effimera. Non mancano i padri nobili (il Partito d’Azione, Adriano Olivetti, Aldo Capitini), da cui si è cercato di prendere il peggio.
    È la ricorrente proposta elitaria di borghesi illuminati che ben volentieri dal nome popolo vorrebbero derivasse unicamente l’aggettivo populista.

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