Mafia, le mani in Toscana. Aziende, traffici, appalti: 19 arresti

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di Simone Innocenti

1993: la strage mafiosa dei Georgofili
1993: la strage mafiosa dei Georgofili

False fatturazioni per ottenere finanziamenti pubblici, ma anche maxi­truffe per un miliardo di dollari a banche estere sono le operazioni finite al centro dell’inchiesta antimafia, coordinata dalla Dda di Palermo, che ha portato a 19 arresti — tre domiciliari — e alla notifica di un divieto di dimora. Il pm Marcello Viola ipotizza per loro, a vario titolo, l’associazione mafiosa, la corruzione, la truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e il trasferimento fraudolento di valori.

I carabinieri del Ros hanno arrestato, in Brasile, Leonardo Badalamenti, figlio di Tano, e Gaspare Ofria, imprenditore edile della Versilia, nipote di primo grado del «padrino» siciliano morto in un carcere americano nel 2004. Aziende e appalti: Cosa Nostra gestiva i propri traffici da Viareggio, da Prato, ma anche da Siena, dove è finito in manette un altro imprenditore edile, Gandolfo Zafarana.

Una mole di bond venezuelani falsi da «piazzare» sul mercato grazie all’aiuto dei funzionari della Banca Centrale del Venezuela per un valore di centinaia di migliaia di dollari. Il ca­stello dei Cappuccini sul Trasimeno ristrutturato e venduto a Georg Luckas, il regista di Guerre Stellari. Le «messe a posto» sugli appalti pubblici che toccano la Sicilia. Un contributo pubblico, elargito dal Ministero delle Attività produttive, raggirato grazie alla «cartolarizzazione» di bilanci fasulli. Sembra un romanzo e un po’ lo è. Ma è un «romanzo criminale» ambientato in Toscana, in Sicilia, in America e in Brasile, dove l’altra notte — alle 1,30 — è stato arrestato Leonardo Badalamenti, figlio di Tano Badalamenti, il boss mai condannato per mafia, morto in una prigione americana che — secondo una sentenza della Cassa­zione del 2004 — ebbe rapporti con Giulio An­dreotti. Leonardo Badalementi dice di non essere lui, ma un certo Carlos Massetti, che vive e lavora in Brasile. Ma la verità è un’altra: ci sono sette anni di indagine a dimostrarlo.

I carabinieri del Ros di Firenze, hanno scoperto un’organizzazione mafiosa che si muoveva tra il Brasile e Viareggio, dove si organizzavano anche cene a base di pesce e nuotate salutari al Bagno Genova.

A coordinare l’inchiesta è il sostituto procuratore palermitano Marcello Viola. E in manette sono finiti personaggi di primo piano, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, corruzione, truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e trasferimento fraudolento di valori.

Dopo l’arresto di Badalementi, sollecitato grazie a una rogatoria internazionale, gli investigatori hanno impiegato poco meno di 4 ore per far scattare l’operazione 100 passi (omaggio a Peppino Impastato, il gio­vane ucciso dalla mafia a Cinisi nel 1978). I carabinieri del Ros di Firenze e quelli della Regione Toscana, diretti dal generale Riccardo Amato, hanno arresta­to 26 persone: alcune di loro vivono in Spagna e in Venezuela. Cinque, però, abitano (e opera­no) in Toscana: sono considerate persone di spicco di Cosa No­stra. Il più importante è sicuramente Gaspare Ofria, palermitano di 44 anni, residente in quella zona bellissima di Camaiore che è Montemagno.

Ofria, nel suo settore (quello delle costruzioni) vanta contatti insospettabili ed è il cugino di primo grado di Leonardo Ba­dalamenti. Per gli inquirenti, gestisce quattro ditte edili: tra cui la Edilnaf srl che ha sede a Firenze, in via delle Mantellate, e la livornese Gesfin srl, con sede in via Grande. Tutte aziende sequestrate preventivamente dal gip palermitano Roberto Conti, come si legge nelle ultime pagine di un’ordinanza lunga 438 pagine. In manette sono finiti anche Gandolfo Zafarana, 52 anni, imprenditore edile palermitano che vive a Sinalunga (Siena) e Antonino Vaccaro, pa­lermitano di 64 anni, imprenditore edile che vive a Prato, già coinvolto nell’inchiesta sulla «mafia del tessile» negli anni Novanta.

Secondo gli inquirenti i tre imprenditori edili formavano una sorta di cartello «per l’aggiudicazione di appalti» in Sicilia e «in Toscana dal 2001 sino a oggi». A leggere le carte, però, ci sono flebili tracce di appalti pubblici, perché — dopo una riunione con la Dna a Palermo — la magistratura siciliana ha stralciato, per competenza, questo filone alla Dda fiorentina. Non è un caso — annota il gip — che «Ofria sia un imprenditore operante nel centro Italia».

In compenso è descritto nei minimi particolari un sistema di potere e intimidazione che viene coltivato in Toscano, magari sotto l’ombrellone di un bagno in Versilia o in una tavola calda di Prato. C’è come si fa a convincere i funzionari venezuelani a sistemare i bond falsi, tramite le mail intercettate dal Ros, partite dal pc di Ofria. Oppure come nel maggio 2004, a San Giuliano Terme, Gaspare Ofria e sua sorella Giusy (per lei, 36 anni, residente a Viareg­gio, il gip ha disposto il divieto di dimora) siano in grado di «taroccare » un bilancio della Edilnaf srl per ottenere 156.515 euro dal Ministero come prima tranche di un finanziamento. Ci sono le foto di un incontro a Prato (con tanto di bacio mafioso) tra Antonino Vaccaro e Gaspare Ofria. Insomma, un’accolita di «uomini di panza», come nel caso di Giovanni Torregrossa, palermitano di 54 anni, residente a Empoli, tenuto sotto controllo dal Ros e dai carabinieri del Comando provinciale fiorentino diretto dal colonnello Emanuele Saltalamacchia. A lui il pm contesta il concorso in falso e la truffa: è un pluripregiudicato per rapina, omicidio e associazione mafiosa, sottoposto a sorveglianza speciale nel 2005. In pratica per 4 anni non deve lasciare Empoli. Peccato che gli investigatori lo intercettino mentre se ne va al mare, in Versilia, oppure a mangiare una cena di pesce dal suo amico Ofria. Nella rete dell’inchiesta è finito anche un imprenditore di tutto rispetto, come Fabrizio Michelucci, 55 anni, ingegnere pratese, che ora è ai domiciliari a differenza di Santo Pantina, 53 anni, residente sempre a Prato e finito in carcere.

Nuove leve e vecchi legami all’ombra di don Tano

A volte ritornano e non è mai un caso. Perché certi nomi sono ricorrenti, ormai da anni, in quel terreno oscuro che sta diventando per certi versi la Toscana, terra di conquista di Cosa Nostra da almeno 40 anni.

Esempio pratico: l’impresa «Icoza» — di proprietà di Gandolfo Rosario Zafarana, arrestato ieri dal Ros, già condannato nel 2002 per favoreggiamento nei confronti di Salvatore di Ganci, esponente della mafia di Sciacca — ha eseguito lavori edili in subappalto nell’ambito della ristrutturazione dello stadio di Siena. Altro esempio: per la costruzione della «Casa del Nocio», nel Senese, c’è stata una cordata di 16 imprese che ha favorito l’aggiudicazione dell’opera a Stefano Potestio consociato con la «Ices» di Gandolfo Agliata. Le offerte, hanno appurato gli uomini del Ros diretti dal generale Giampaolo Ganzer, sono state spedite tutte dallo stesso Ufficio Postale di Pieve di Sinalunga il 21.03.2001 con numeri di protocollo progressivi e con timbri in ceralacca particolari: sono impressi in, alcuni casi, con vecchie monete da 200 lire con lo stemma dell’Arma e della Guardia di Finanza.

Cosa Nostra, insomma. Coi suoi metodi, la sua filosofia. Cosa Nostra che viene descritta, storicamente in Toscana, anche nell’ordinanza firmata dal gip Roberto Conti quando si parla di Antonino Vaccaro, un altro degli arrestati nell’inchiesta del pm Marcello Viola. Il gip prende in esame i collaboratori di giustizia: «Emanuele Di Filippo ha riferito, per averlo appreso dal padre, che Vaccaro poteva costituire il punto di riferimento in Toscana per gli uomini di Cosa Nostra» dopo un incontro risolutivo avvenuto con alcuni boss a Rapolano Terme. Proprio quel Vaccaro, già coinvolto a Pra­to nell’inchiesta sulla «mafia del tessile» degli anni ’90, che «aveva stabilito in Toscana la sede principale dei suoi affari», persona che si ritiene «facesse parte del gruppo facente capo a Giacomo Riina». Figura poliedrica e di un certo peso, questo Vaccaro. Tanto che «negli anni Ottanta era utizzato quale strumento per rimuovere gli ostacoli».

Un pentito ricorda che fu il leggendario boss Luciano Leggio «ai primi del 1989 ad incaricarlo » di consegnarli un  pizzino  su cui era annotato «il nome di un grosso commercialista fiorentino, che operava anche nella zona di Sanremo». E in Toscana Vaccaro, sempre secondo il racconto del pentito, dopo che «aveva fissato la sua dimora a Montalto di Ca­stro, in Toscana aveva cercato punti di appoggio nelle persone che conosceva per essere a disposizione degli appartenenti alla mafia del gruppo palermitano ». Insomma, un personaggio di primo piano, in grado di fornire importanti appoggi in  Toscana. Di mafia e in particolar modo di Cosa Nostra sono sempre i carabinieri del Ros ad accorgersi.

La prova più concreta viene da un’informativa storica, che in codice viene chiamata 001. È indirizzata a un certo Giovanni Falcone, che all’epoca stava indagando sugli appalti che i palermitani stavano spartendosi in mezza Italia: spuntarono nomi e luoghi insospettabili, come ad esempio il lungomare di Livorno, dove gli inquirenti individuarono dei subappalti affidati a ditte legate a Cosa Nostra e nomi di persone legate alla vecchia Democrazia Cristiana. Ed è sempre Giovanni Falcone ad accorgersi degli interessi di Cosa Nostra, sta­volta in provincia di Arezzo. Con un personaggio, originario della Sicilia, legato ad alcuni esponenti della Banda della Magliana. Ricordi che sembrano sbiaditi, ma che sono vividi negli occhi degli investigatori. Come uno strano caso di suicidio, avvenuto alla fine degli anni Settanta a Firenze: un biscazziere, in odore di mafia, trovato morto in strada. Ma il caso fu archiviato, anche se a margine delle vecchie informative rimane un dubbio interrogativo. Che non sarà mai sciolto.

[Fonte Corriere Fiorentino]

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