Ma è proprio vero che la COOP siamo noi?

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Di fronte ai recenti fatti riguardanti l’Unipol, le sue ardite scalate, il sostegno fornitole dal mondo della cooperazione (le cosiddette coop rosse), si possono fare due ordini di considerazioni, dato ovviamente per scontato che sui “furbetti furfantelli” – vedi Consorte e soci, “compagni di merende” dei Fiorani e dei Ricucci – sarà la magistratura ad accertare se siano colpevoli o meno anche sotto il profilo penale [rispetto all’etica cooperativistica mi sembra che il giudizio negativo possa essere già pronunciato].Un primo ambito di discussione risulta sicuramente quello del rapporto fra politica, economia, affari, finanza.
Un tempo si pensava che la prima dovesse avere un ruolo centrale, di indirizzo, o per lo meno di arbitrato – tramite, appunto, la redazione e l’applicazione delle regole-, in relazione alla realtà economica e finanziaria.
Era tanto forte, e non solo fra le forze di sinistra, questo senso del necessario primato delle esigenze della collettività, e quindi della politica, che i nostri “padri costituenti” introdussero nella Carta costituzionale dei limiti al diritto di proprietà.
Poi, con lo scorrere del tempo, in special modo nell’ultimo periodo del secolo scorso, le posizioni si sono invertite, con la centralità del mercato e la politica a rimorchio.
Anzi, in questo è sembrata condensarsi, anche per buona parte della sinistra, la quintessenza della modernità.
Le condizioni precarie del mondo, il crescente divario fra Nord e Sud, i rischi crescenti per la sopravvivenza stessa del pianeta – tutti temi riproposti con forza dal movimento alter/mondialista o no/global, com’è stato sbrigativamente definito – ci impongono di cambiare rotta.
Occorre, di conseguenza, tenere fuori la politica dagli affari per farle recuperare appieno quella capacità, perduta, di guida e di arbitro, in grado di indirizzare e di dettare norme, secondo gli interessi generali (e non in appoggio a questa od a quella cordata).
Un primo punto, di grande rilievo, consiste dunque nel riscoprire, con rigore e con passione, la centralità della politica. Come impegno diffuso e partecipato di donne ed uomini, ad ogni livello (senza delegarla ad una piccola schiera di tecnici o, peggio ancora, di affaristi).
Ma vi è un secondo livello di confronto, che sposta ancora più in avanti la discussione fra quanti ritengono che sia ancora possibile mettere in moto processi di trasformazione dell’esistente e che la parola socialismo abbia ancora un senso.
Occorre riflettere, alla luce delle motivazioni e dei principi che hanno ispirato la nascita dei diversi soggetti della cooperazione, sul ruolo che essi possono svolgere oggi e se il loro sviluppo debba necessariamente comportare una piena integrazione nella realtà economica che li circonda, con un conseguente adeguarsi in toto alle regole che il mercato ed i poteri economici forti impongono.
Indubbiamente, il loro modo di rapportarsi ai soci – mi riferisco in particolare alla Coop, di cui sono socio anch’io – ricorda più quello delle società per azioni che il modello delle origini, in cui gli associati contavano davvero. E, altrettanto indubbiamente, questo risulta un limite grosso,considerando, fra l’altro, che, in questi ultimi tempi, si sta parlando sempre di più, per quanto riguarda le istituzioni, di democrazia partecipativa, dell’attivazione cioè di strumenti che permettano di non ridurre la partecipazione democratica al momento elettorale, ogni 4 o 5 anni.
Ma cosa comporterebbe introdurre il concetto della democrazia partecipativa nell’ambito della Coop? Prima di tutto, a parer mio, sarebbe necessario:

* dare strumenti di conoscenza e costruire modalità di lavoro che mettano in grado l’insieme dei soci di pronunciarsi sulle grandi scelte che il movimento cooperativo si trova oggi di fronte (e non solo invitarli una volta l’anno ad un’assemblea sul bilancio solo formale e priva in effetti di sostanza);
* fare delle cosiddette Sezioni Soci non solo delle benemerite strutture che promuovono iniziative ricreative ma anche dei punti vitali, di informazione e di confronto, sull’attività della Coop stessa;
* promuovere ricerche ed elaborazioni, con il contributo di adeguate energie intellettuali, che prospettino scenari diversi, su cui avere davvero la possibilità di scelta.

Si aprirebbe così un confronto ampio, di massa:

* sul ruolo della cooperazione e sul suo collegarsi, o meno, alle realtà finanziarie esistenti (o sul suo fare da sponda, invece, a quella che viene definita la finanza etica);
* sullo spazio che si deve dare – stiamo parlando della cooperazione di consumo – al commercio equo e solidale, ai prodotti biologici, ai frutti di un’agricoltura ecologica ed alternativa;
* sull’idea di città e di società che sta dietro ai progetti di nuovi insediamenti commerciali (i grandi centri, templi del consumismo, oppure delle strutture più piccole, maggiormente diffuse sul territorio) ed ai rapporti fra piccola e grande distribuzione;
* sui rapporti con i lavoratori all’interno delle coop;
* sulla possibilità, o meno, della distribuzione coop di svolgere sempre di più una funzione calmieratrice dei prezzi.

A monte di tutto questo sta, in qualche modo, l’individuazione del campo in cui stare, se cioè avere come obiettivo centrale l’essere ammessi nel salotto buono dell’economia, condividendone anche le scelte più opinabili (come quando il mondo della cooperazione, recentemente, si schierò con il Governo Berlusconi contro il sindacato, per non rimanere isolato dagli altri soggetti forti tipo la Confindustria, la Confcommercio etc.), o se invece privilegiare un ruolo di frontiera, in grado di collegarsi con istanze ed esperienze che si muovono al di fuori della logica strettamente capitalistica e di mantenere quindi, pur misurandosi con le esigenze di mercato, quella carica utopica che stava al centro delle azioni del movimento cooperativistico delle origini (collocandosi a sinistra – nel dibattito della sinistra, nella ricerca di nuove vie per la sinistra -, ma senza collateralismi, o cordate,di alcun tipo con i partiti della sinistra, riformisti o radicali che siano – in quella posizione, cioè, di piena autonomia faticosamente acquisita, e non garantita per sempre [ogni tanto rispunta la storia del governo amico a cui praticare un trattamento di favore], dall’associazionismo e dal sindacato).
E’ necessario un notevole salto di qualità per imboccare la strada che ho qui sommariamente indicata.
Continuiamo a parlarne perché si tratta di un pezzo assai importante del mosaico da rimettere insieme se riteniamo davvero che un altro mondo sia possibile (e che si possa cominciare a costruirlo da subito).

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