15 dicembre 2018

L'utopia concreta anti-crisi: dall'Argentina il modello della "Fábrica Sin Patrones

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Argentina. Hanno raddoppiato la produzione, dimostrando che l’industria può essere gestita dai lavoratori. E ora, [/caption]

Scommessa industriale
Fasinpat, sta per Fábrica sin patrones, Fabbrica senza padroni. Settemila metri quadrati a pochi chilometri dalla città di Neuquén, nel nord della Patagonia argentina, che comprendono gli uffici e la fabbrica in cui si producono piastrelle in ceramica. Per l’esattezza, 350mila metri quadrati di piastrelle al mese. Dal marzo 2002 la fabbrica è gestita dagli operai: formalmente come cooperativa, in realtà sotto control obrero. Controllo operaio. Roba d’altri tempi? Non proprio, se si considera il successo dei risultati ottenuti. Da azienda modello. Vengono a visitarla da ogni parte del mondo, questa “fabbrica degli operai”. “Abbiamo fatto tutto da soli, e dimostrato al mondo che gli operai possono governare le imprese. Con profitto”. La Fasinpat non è il solo esempio di control obrero in Argentina, ma il più famoso, quello con la storia più sofferta. “Ma la nostra non è retorica”, spiega Francisco Morillas, 53 anni, presidente della cooperativa. “Abbiamo risultati e numeri da esibire, soprattutto la qualità dei nostri prodotti, apprezzati ovunque”.

C’era una volta Zanon
La storia, dunque. Fino al 2001 Fasinpat si chiama Zanon ed è la rinomata azienda di proprietà dell’omonima famiglia veneta che produce piastrelle. Poi però comincia a non pagare i dipendenti e a trascurare le regole di sicurezza, finché, nel mese di settembre, chiude. Improvvisamente. Effetto della crisi argentina, dicono. Paro patronal, si chiama. Dipendenti senza lavoro, fabbrica bloccata. Qualcuno cerca un altro impiego ma la maggior parte dei dipendenti – circa 260 operai – si accampano all’esterno della Zanon. “Chiedevamo che la fabbrica riaprisse, nient’altro. E che ci pagassero i nostri stipendi arretrati e i contributi per la pensione che non versavano da un anno”.
Nessuno diede loro retta. Così, dopo cinque mesi decidono di rompere i lucchetti e rientrare in fabbrica. Accendono le macchine e ricominciano a lavorare: tre turni di otto ore al giorno. Il primo mese producono 15mila metri quadrati di piastrelle. Un’inezia, se paragonati ai 700mila dei tempi Zanon. Però. Si organizzano e in pochi anni la produzione decolla. Formano squadre di venditori, amministrativi. E una che si occupa degli acquisti.

Acquirenti militanti
Non c’erano più le categorie di impiegati e operai: a turno tutti svolgevano le stesse mansioni. “Siamo tutti uguali”. Francisco Morillas ripete il mantra di Angel, il guardiano. “Ognuno deve lavorare in tutti i settori, in modo da conoscere l’intera struttura produttiva”. E in quasi otto anni di autogestione, i risultati sono evidenti. Quasi il doppio (450) di lavoratori, per uno stipendio mensile di 2.800 pesos (589 euro), ovviamente uguale per tutti. Ci sono anche tre medici (fanno parte della cooperativa), e consulenti esterni. Per esempio, un amministratore d’impresa e vari ingegneri legati all’Università Nazionale del Comahue, l’ateneo locale. Anche i clienti sono cambiati, con il tempo. All’inizio dell’occupazione erano soltanto acquirenti militanti, di sinistra, che compravano i prodotti Fasinpat per sostenere l’azienda e la lotta. Poi però quegli articoli hanno conquistato un po’ tutti, finanche i più conservatori.

Macchinari obsoleti e ceramiche moderne
Oggi le piastrelle Fasinpat pavimentano e decorano gli appartamenti popolari così come le sale riunioni di uffici importanti, stazioni di servizio e saloni di vendita: in tutto, una gamma di ottanta modelli, dai “porcellanati purissimi” (64 pesos, ovvero 12 euro al metro quadro) ai più modesti porfidi (15 pesos, meno di 3 euro). Hanno nomi evocativi, come obrero gris e obrero beige (operaio grigio e beige). Oppure mapuche, l’etnia che abitava originariamente questa zona e che in parte si mescolò con gli europei; furono loro ad aiutare gli operai della Fasinpat, nei primi mesi di autogestione, portando l’argilla che serviva per costruire le piastrelle. Quella stessa che, conservata in grandi mucchi, circonda la fabbrica insieme ai sacchi di sabbia e al materiale riciclato. Tutto serve per realizzare le piastrelle, spiegano i giovani operai, mostrandoci con orgoglio le varie tappe del processo di produzione. Che prevede una infinità di operazioni: dall’atomizzazione dell’argilla, che da liquida diventa secca, alla confezione delle ceramiche, attraverso gli stadi di colorazione e decorazione. Dentro la fabbrica, centinaia di macchinari producono un rumore infernale. “Macchinari italiani e di ottima qualità, anche se vecchi. Ma non abbiamo i soldi per comprarne di nuovi”, urla José Marihuan, segaligno operaio di origine mapuche. Eccolo, il punto debole della Fasinpat: macchinari obsoleti che consumano molta energia, incidendo sui costi di produzione.

Nuestra lucha radial
“A differenza delle altre aziende, la Fasinpat non riceve sussidi statali, e i nostri prodotti fanno fatica a reggere la concorrenza: la verità è che la produzione oggi è in calo e abbiamo difficoltà a fronteggiare la crisi”, ammette candidamente Cristian Mellado, che oggi lavora come responsabile stampa dopo essere stato per anni addetto alla classificazione delle casse. Magro, dimostra molto meno dei suoi 32 anni: tra i suoi compiti c’è quello di curare il programma radiofonico Nuestra lucha radial, notiziario settimanale lungo un’ora, a cura della Fasinpat, dedicato alle attività della fabbrica e a lotte analoghe. In Argentina e nel mondo. “Diffondere informazioni sull’azienda è importantissimo, perché ci aiuta a far capire le nostre ragioni e a mantenere il contatto con la comunità”. Ogni volta che gli operai decidono di manifestare vanno infatti a spiegare le ragioni dell’iniziativa tra la gente: è così che Fasinpat si è guadagnata credibilità. E ha conquistato le simpatie della popolazione con una frenetica attività culturale: concerti dei gruppi rock argentini più popolari, come Attacke 77 e La Renga, a prezzi stracciati. E poi, presentazioni di libri, mostre, poesie.

In attesa della legge
Fasinpat piace quasi a tutti. Anche perché “lì lavorano bene, e sono seri”, come ci ripetono tutte le persone che incontriamo fuori dalla fabbrica, che ogni mese regala 10mila metri quadrati di piastrelle per la realizzazione di case popolari. Gli operai sono anche scesi in piazza per chiedere la costruzione di 70mila appartamenti per i meno abbienti, costretti a vivere in costruzioni precarie. Ma l’oggetto principale delle proteste rimane l’approvazione di una legge di esproprio attesa da otto anni. In Argentina non esistono norme che sanciscono l’esproprio delle fabbriche occupate ai vecchi proprietari, e così vengono approvati provvedimenti ad hoc. L’occupazione è infatti ancora illegale. E a rischio sgombero: finora evitato grazie ad autorizzazioni provvisorie della magistratura.
“Ma questa volta ci siamo”, sostiene Francisco Morillas. “Il governo provinciale sta per discutere la legge in questione”. Se e quando succederà, la Fasinpat avrà finalmente risolto i suoi problemi. “Dopo otto anni, e tutta questa fatica, non si può dire che non ce lo siamo meritato”.

[Fonte D-Repubblica]

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