L'ultimo affondo di Berlusconi

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di Gianni Ferrara

È duplice, oltre che devastante, l’assalto che la democrazia italiana deve respingere in questa precoce estate. A quello premeditato da due anni dal golpismo referendario che il 21 giugno vuole celebrare il suo trionfo, si è aggiunto l’attacco micidiale che Berlusconi ha scatenato in questi giorni per spostare l’attenzione del pubblico dall’affaire Noemi e dalla condanna di Mills a un tema a lui favorevole. Quello che, appagando un vizio congenito del reazionarismo italiota, l’antiparlamentarismo, gli offriva l’ulteriore vantaggio di corrispondere alla sua viscerale insofferenza per la democrazia rappresentativa, l’unica, peraltro, che ci è rimasta. Le due offensive si congiungono. Berlusconi – lo ha dimostrato cento volte – non tollera limiti giuridici, istituzionali, politici, sociali, morali al potere di cui dispone e a quello che vuole acquisire. Odia più di ogni altra cosa al mondo Montesquieu. Non ammette che si freni il suo potere e la sua pretesa a espanderlo.

Il freno, a suo parere, va imposto a chi dovesse giudicarlo, a chi osasse criticarlo, a chi, per remota ipotesi, potesse, sfiduciarlo. A tre istituzioni, dunque, alla Magistratura, al Parlamento, agli apparati che formano l’opinione pubblica. Se per influire, anzi per determinare quel che pensa il pubblico può bastare, per ora, il sistema delle emittenti di sua proprietà, del controllo assoluto di almeno altre due emittenti del servizio pubblico, delle testate proprie e di famiglia e della influenza su moltissime altre, se alla Magistratura si può provvedere rovesciando il significato della norma costituzionale in modo che possa essere la polizia giudiziaria, quindi il governo, a disporre del pubblico ministero, l’occasione del referendum elettorale, si offre magnificamente a ridimensionare in via definitiva il Parlamento, rendendolo organo servente del governo, del suo capo, Berlusconi.

In che modo? La riduzione del numero dei parlamentari è un pretesto. Su tale riforma c’è consenso unanime. Basterebbero pochi mesi per approvare una delle proposte di legge già presentate. Ma Berlusconi mira ad altro, ad una spoliazione e a una appropriazione. Dopo aver ridotto con la legge elettorale vigente, il porcellum, i deputati e i senatori a figuranti, sottoposti, perché non eletti dal corpo elettorale, ma sostanzialmente nominati dai capi-partito, li vuole delegittimare con una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare volta appunto alla riduzione del numero dei membri delle due Camere. Scontata l’approvazione della riforma, il merito sarebbe però attribuito ai cittadini proponenti la proposta di riforma e soprattutto a chi li ha sollecitati, quindi a Berlusconi. Perché ha promosso la rivolta degli elettori contro i propri rappresentanti, li ha guidati, li ha portati alla vittoria, spezzando, una volta per tutte, il loro rapporto con l’istituzione nata e destinata a collegarli stabilmente allo stato apparato.

Di quante e quali altre rotture diverrebbe foriera questa procedura modificatrice della composizione del Parlamento? Il risultato sarebbe disastroso. Lo sarebbe per l’istituzione parlamentare, facendola apparire come incapace di riformare e di riformarsi, senza l’impulso di Silvio Berlusconi, che si ergerebbe a interprete e rappresentante autentico e unico di tutto il popolo. Sarebbe disastroso soprattutto per la rappresentanza politica, l’istituto fondamentale della democrazia moderna, quindi per la democrazia stessa. Liquidata la rappresentanza parlamentare, comunque delegittimata come strumento di trasmissione e di accoglimento delle istanze sociali, chi mai potrà recepire queste istanze e soddisfarle? Ce lo dice il referendum previsto per il prossimo 21 giugno. Il «sì» ai due quesiti principali non lasciano dubbi: sarebbe affidato al governo, quindi al suo capo, il compito di soddisfare le domande sociali.

Ma quale tipo di governo? Non è la rappresentanza della società, nella sua conformazione, nella sua complessità, con i suoi divari, le sue contraddizioni, le sue disuguaglianze che interessa i promotori. A essi interessa il potere da sostenere, da tutelare, da rafforzare, da garantire (a chi lo ha). I quesiti sono chiari, non modificano la pessima legge elettorale che ha espropriato le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti, non eliminano il premio di maggioranza e non ne riducono l’entità. Anzi, aggravano la truffa di questo perverso marchingegno che trasforma una minoranza in maggioranza. Permettono che, anche una lista che ottenga il trenta per cento dei voti, o anche meno, purché uno solo in più di ciascuna delle altre, possa ottenere il 54 per cento dei seggi alla Camera dei deputati e analogo effetto al Senato. Che significa? Significa che Berlusconi potrebbe ottenere la maggioranza alla Camera e al Senato, da solo. Senza condizionamenti.

Senza remore, essendo a capo di un partito organizzato e retto secondo un modello ancora più assolutistico delle stesse monarchie assolute. Si può immaginare con quale spirito, con quale sensibilità accoglierebbe le domande sociali. Il senso del referendum Berlusconi lo ha capito perfettamente. Ci punta e ha raddoppiato la posta. Mira a fare il pieno. Possiamo impedirglielo e lo dobbiamo. Rifiutando di sottoscrivere la sua proposta di legge e, al referendum, astenendoci o ricusando la scheda.

[Fonte Il Manifesto]

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