17 dicembre 2018

L’orrore di quel voto sporco

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Dalla lontana Nairobi, apprendo con profondo orrore che anche l’Italia
ufficialmente entra in guerra. Con un voto scellerato del Parlamento, il
tanto decantato tricolore si renderà complice e autore di morti di migliaia
di civili, di assurde stragi, di bombardamenti su città, villaggi, su
popolazioni inermi, ridotte alla fame da condizioni di vita disperate. Un
voto di una gravità inaudita quello del nostro Parlamento, che colloca l’
Italia in una pagina nera della storia del mondo, una pagina listata a lutto
e datata mercoledì 7 novembre 2001. A lungo porteremo con noi le conseguenze
tragiche di quel voto, perché con quel sì alla guerra, non soltanto
avalliamo decisioni politiche partorite dall’Impero, ma perdiamo anche una
grande occasione: quella di dire no agli orrori, quella di dare finalmente a
questo Paese dignità e spessore in un momento così fondamentale per le
relazioni internazionali. La mia costernazione non sarà mai abbastanza
rispetto agli effetti che quel voto ‘sporco’ sarà capace di produrre. Dai
ghetti-discarica di Nairobi, dove milioni di persone vivono ammassate una
sull’altra, dove i liquami degli scarichi fognari penetrano nelle baracche

disegnando solchi di una puzza insopportabile, dall’Italia mi sarei
aspettato notizie più confortanti che non uno squallido e stupido
trionfalismo guerrafondaio. Tanto più squallido e tanto più stupido in
quanto sostenuto da quegli esponenti del centrosinistra che sembrano aver
dimenticato i valori dell’uomo, del vivere civile, del rispetto delle
culture altre. E scelgono di imbracciare il moschetto. Le parole di Rutelli
e degli altri guerrafondai della sinistra pesano come macigni sulla storia
del nostro Paese e io mi domando: ma che sinistra è mai quella che spedisce
i popoli all’inferno? Già prima del 13 maggio, avevo avvertito il pericolo
che poteva provenire da una maggioranza parlamentare di centro-destra
guidata da Silvio Berlusconi. Oggi quel pericolo è una realtà e i risultati
sono sotto gli occhi di tutti. Gli italiani dovrebbero riflettere sull’
affidabilità di un premier che scende in piazza a sostegno della guerra e su
una parte consistente del centro-sinistra che arriva ad ossequiarlo.
Mercoledì 7 novembre, l’Italia che ha detto sì alle bombe, nello stesso
tempo ha calpestato la propria Costituzione, quella che all’articolo 11 dice
testualmente: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli….». Possibile che la gravità di questa cosa
lasci indifferente il Presidente della Repubblica, che della Costituzione
deve farsi garante? Mi giungono notizie di appelli alle famiglie italiane
perché tengano un tricolore in casa: ma a queste famiglie, viene detto che
quel tricolore da oggi è macchiato di sangue? Ci vogliono far credere che
quella votata mercoledì sia una guerra necessaria, contro il terrorismo, uno
strumento indispensabile per ridare all’Italia quel ruolo che le
competerebbe a livello internazionale. Mai ascoltate tante falsità in una
sola volta. Guerra necessaria è un binomio creato ad arte da chi pensa
soltanto ai propri spudorati interessi, da chi non conosce le vie del

dialogo e della pace, da chi non ha nessuna considerazione della vita umana.
Ogni guerra fa stragi di civili e così sarà anche in questo caso. Lo sa il
presidente Ciampi? Guerra al terrorismo è concetto altrettanto falso, perché
altrimenti dovremmo combattere tutti i terrorismi, tutte le ingiustizie,
tutte le stragi. Ma così non è. Che cosa dovremmo pensare, allora, di chi
uccide 30-40 milioni di persone ogni anno? E’ il numero dei morti
‘dimenticati’, morti di fame, di malattie, morti in conflitti regionali dei
quali nessuno parla, bambini morti per sfruttamento sul lavoro, per
schavitù: il ricco occidente non può dirsi estraneo a queste tragedie. L’
appuntamento che si è dato oggi a Roma il popolo della pace è di quelli da
non perdere, perché far sentire alta la propria voce oggi contro questo
vergognoso interventismo diventa più di un dovere, diventa, questa sì, una
scelta necessaria per indicare le vie della non violenza, del dialogo, della

giustizia. Da questa lontana terra, anche io griderò «non sono d’accordo».
Tra qualche anno ci diranno che avevamo ragione. Speriamo che non sia troppo
tardi.

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