11 dicembre 2018

Lo schiaffo di Hong Kong

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Si è concluso il round negoziale di Hong Kong del WTO (World Trade Organization- Organizzazione Mondiale per il Commercio). Un appuntamento importante per il movimento anti-liberista, dopo i precedenti di Seattle, Doha e Cancun, mai trascurato come questa volta, anche dalla stampa di sinistra. Ne discutiamo con Ugo Biggeri di TradeWatch, osservatorio sull’economia globale e sul commercio internazionale, che ha partecipato al summit e segue da tempo queste tematiche.
Un vertice mondiale passato sotto silenzio: perché? Sono temi passati di moda, non interessano più?
È vero, c’è stato un calo di tensione, anche dentro il movimento, ma non credo per mancanza d’interesse. Tra le cause bisogna considerare sicuramente il tecnicismo e l’estrema autoreferenzialità di questi appuntamenti, impostati su un’agenda quasi indecifrabile anche per gli stessi addetti ai lavori. Un’altra valutazione da fare riguarda lo spostamento dell’attenzione verso temi e lotte di carattere locale, come la vicenda della Val di Susa, oppure verso la costruzione di alternative economiche e sociali attraverso una ricerca più mirata agli stili di vita e alla pratica quotidiana.
E dov’è finita la vocazione ‘glocal’ del movimento, pensare globalmente e agire localmente, assumere i grandi temi per rendere più incisiva l’azione sul territorio?
Questa apparente “sparizione” ci preoccupa e ci amareggia molto, anche perché non l’abbiamo colta e arginata in tempo. L’assenza di una forte mobilitazione ha certamente agevolato l’offensiva sferrata a Hong Kong dalle grandi potenze economiche del pianeta e ha impedito di far pesare in pieno le esigenze dei paesi poveri, come era successo invece a Cancun.
A Cancun nel 2003 si erano registrati dei fatti nuovi e importanti: la nascita del G20 (alleanza di paesi in via di sviluppo), l’opposizione ai tentativi di liberalizzazione dei servizi, le premesse per una rinegoziazione globale nord-sud. A Hong Kong siamo andati avanti o indietro?
Purtroppo due paesi guida del sud del mondo, Brasile e India (protagonisti della nascita del G20 come soggetto forte in grado di contrattare con Usa e Ue), hanno convinto altri 110 paesi ad accettare un pessimo accordo che rappresenta una capitolazione di fronte ai diktat dei ‘grandi’. In cambio di una data certa per la fine dei sussidi all’agricoltura (2013) si è di fatto passati sopra a tutte le principali richieste per un’autentica emancipazione dei paesi poveri dalla pressione soffocante delle oligarchie economico-finanziarie internazionali.
Perché la questione sussidi è così centrale nei negoziati?
Per capire la portata del problema, basta pensare che l’agricoltura occupa in Occidente meno dell’1% della popolazione mentre nel resto del mondo gli addetti superano di gran lunga il 50%. In parole povere si sovvenziona una ristrettissima fascia a danno di miliardi di agricoltori poveri i cui prodotti sul mercato locale finiscono per costare di più rispetto a quelli importati dai paesi ricchi. In certi paesi del mondo – penso ai contadini coreani che si sono fatti portare via di peso dalla polizia – i sussidi ci vorrebbero davvero, per tutelare la sovranità alimentare e per impedire che i piccoli agricoltori finiscano sul lastrico. Non dimentichiamo poi che i veri destinatari dei sussidi occidentali non sono i piccoli produttori ma piuttosto i giganti del comparto agro-alimentare. A Hong Kong, tanto per capirci, c’era l’AssoZuccheri a fare ‘lobbing’ presso la delegazione italiana.
Un’altra partita di grande rilievo riguarda la liberalizzazione dei servizi, che permetterebbe alle multinazionali di mettere le mani su un business colossale, la gestione di risorse strategiche dei paesi poveri (acqua, gas, energia, istruzione ecc.). Dopo la pesante battuta d’arresto di Cancun, a Hong Kong com’è andata?
Purtroppo nell’accordo finale questa volta i ‘servizi’ sono stati inclusi e dunque la porta è stata in qualche modo aperta. Ora i paesi poveri hanno tempi ristretti per scegliere in quali settori vogliono essere ‘aiutati’ e questa fretta certo può indurre ad abbandonare qualsiasi tentativo di politica pubblica in settori vitali come la gestione dell’acqua.
Qual è allora la prossima tappa?
Nei prossimi mesi a Ginevra si tornerà a negoziare e noi dovremo tornare a far sentire la nostra voce, senza scoraggiarci e con la convinzione profonda che questo modello di governo dell’economia non può funzionare perché è destinato a produrre effetti devastanti per le società umane e per la salute stessa dell’intero pianeta.
(intervista raccolta nel corso della trasmissione L’Altracittà, in onda alle 12.30 ogni venerdì su Novaradio, 101.5 FM.)

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