15 dicembre 2018

L’Italia torna al nucleare? I costi, i rischi, le bugie

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di David Chiappuella

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Il libro di Angelo Baracca

Interrogativi e riflessioni di bruciante attualità quelli emersi durante la presentazione del libro “L’Italia torna al nucleare? I costi, i rischi, le bugie” scritto da Angelo Baracca, docente di Fisica all’Università di Firenze ed esponente dell’organizzazione “Scienziati per la pace” (con contributi di Giorgio Ferrari), stampato a Milano nel 2008 dall’editore Jaca Book.

Nel corso dell’evento, organizzato a Carrara dall’associazione culturale locale “Punto rosso” il 22 marzo scorso per avversare la campagna di rilancio dei programmi nucleari annunciata dal governo italiano, Angelo Baracca ha esposto al pubblico le tematiche trattate nel suo volume: non solo le molte problematiche connesse alla realizzazione di impianti nucleari, ma anche i miti da sfatare riguardo al “miracolo francese e all’insufficienza energetica italiana“

Per il nucleare – ha affermato – c’è una opinione pubblica ancora informata in modo parziale e distorto ad opera di una potente lobby interessata solo al profitto. Occorre precisare anzitutto che i circa 440 reattori nucleari presenti al mondo sono in grado di fornire solo un 6% di contributo all’energia totale utilizzata. Le centrali nucleari, inoltre, vengono usate per produrre energia elettrica, che costituisce solo 1/5 del consumo energetico mondiale. Anche la convinzione che il nostro paese sia dipendente dalla Francia per l’importazione di elettricità è da smentire. In Italia, infatti, abbiamo una potenza elettrica installata che non solo è in grado di soddisfare tutte le nostre richieste, ma consente anche di disporre di un’eccedenza del 40% rispetto al picco della domanda. L’esigenza di comprare energia elettrica dalla Francia, dunque, non v’è affatto, anzi ne disponiamo oltre il bisogno. Il problema è che da noi la produzione di elettricità ha dei costi molto alti, perché gli  impianti sono troppo vecchi e poco efficienti.

Per il nostro paese, poi, una ripresa in tempi brevi del nucleare risulta assurda, poiché, essendo state in questi ultimi anni smantellate competenze e strutture, occorrerebbe ripartire da zero, con costi enormi. Anche la possibilità che il nucleare rappresenti per l’Italia un vantaggio economico nel breve-medio termine è semplicemente inesistente. Il costo maggiore dell’elettricità prodotta con il nucleare non è dovuto tanto all’uranio impiegato, ma alle centrali stesse, cioè ai soldi che bisogna spendere per costruire reattori, sistemi di sicurezza e sistemi di contenimento. Tutto denaro che lo Stato dovrà prendere in prestito e ripagare con i debiti interessi. Ovviamente, ancora, finché le ipotizzate centrali non inizieranno a produrre energia, non sarà possibile recuperare gradatamente l’investimento. E’ logico pensare che dal momento dell’attivazione del prestito all’entrata in funzione effettiva e ai ricavi energetici delle centrali passeranno come minimo 10 anni; che ci saranno, quindi, una decina d’anni di interessi passivi da ripagare, oltre alla restituzione del capitale iniziale. Considerando, altresì, che una volta concluso il suo ciclo di vita un reattore va fermato e smantellato, ci troviamo di fronte ad altre spese da capogiro, con la connessa problematica di ricollocare sul mercato del lavoro tecnici e maestranze una volta chiuso l’impianto.

Non va sottaciuto, inoltre, il problema del costo di collocazione finale dei rifiuti radioattivi, che resta ancor oggi insoluto dopo decenni di studi. Qualcuno – ha proseguito l’autore – continua a ritenere che sia risolutivo il conferire le scorie in depositi profondi e dotati di strutture geologiche ritenute stabili, come ad esempio nelle miniere di salgemma. Questo è ciò che hanno fatto negli Stati Uniti, nel deposito ubicato sotto il monte Yucca in Nevada, il quale sito però non si è dimostrato al sicuro dalle infiltrazioni d’acqua, come attestano diverse morti da cancro verificatesi all’interno di una riserva indiana Navajo vicina alla struttura.

La possibile e unica soluzione sembra quella di produrre meno scorie attraverso l’introduzione dei reattori di quarta generazione, che dovrebbero essere anche in grado di produrre più di ciò che bruciano. Il guaio è che reattori di questo tipo sono ancora di là da venire. Da almeno 30 anni si parla di questa famosa quarta generazione, che dovrebbe garantire una maggior sicurezza, ma ad oggi ne sono stati realizzati solo alcuni prototipi, caratterizzati fra l’altro da diversi inconvenienti.

Il Prof Baracca ha, infine, dimostrato quanto si ingannino coloro che ritengono che l’utilizzo dell’energia nucleare, non producendo anidride carbonica, sia preferibile all’uso dei combustibili fossili. Il ricorso all’energia nucleare non sviluppa CO2, ma la produzione di anidride carbonica è inevitabile durante l’estrazione e la purificazione dell’uranio, nella costruzione del reattore, per neutralizzare, trasportare e stoccare le scorie radioattive, nel corso dello smantellamento delle vecchie centrali e nella bonifica dei siti.

Baracca ha terminato la sua relazione sottolineando la necessità di un reale risparmio energetico. Ciò che ci occorre veramente non sono le centrali nucleari, ma delle soluzioni meno costose e più utili, quali la limitazione dei consumi d’energia e l’utilizzo di fonti che, oltre a non produrre scorie e radioattività, sono anche rinnovabili, come l’eolico, il solare e le biomasse.

Fonte Sezione Apuo-Lunense di Italia Nostra

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