L’isola che c’è

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Le Piagge sono un quartiere difficile, è vero, eppure c’è qualcuno che lì ha trovato una speranza, un’occasione di reinserirsi nella società.
Per capirlo basta andare all’Isola del riciclaggio, il venerdì ci sono proprio tutti: ci sono le donne del rammendo che ricuciono giacche jeans e maglioni, c’è Alberto che aggiusta biciclette, c’è il barbiere che costa un euro a taglio, c’è Antonio l’elettricista, operaio in mobilità, che ripara vecchi elettrodomestici utilizzando materiale di recupero. Al mio arrivo ha sotto mano un giradischi a valigetta in stile anni ‘70, insieme diamo un’occhiata al magazzino: scaffali pieni di vecchie cose che lui pazientemente rimette a posto. “Gli oggetti ce li porta la gente – mi dice – oppure andiamo a prenderli nei giorni del ritiro, ma a volte sono veramente ridotti male, e allora li teniamo da parte. Alla Telecom si diceva ‘cannibalizzare’, si tratta di conservare apparecchi guasti per prenderne dei pezzi ancora buoni, nel momento in cui servono per altre riparazioni”.
Ognuno trova nelle attività dell’Isola una diversa prospettiva di vita, le casalinghe che escono finalmente da casa, i pensionati che si annoiano a non fare niente, ma anche i giovani che cercano un’alternativa sociale. “Per me è importante non tanto il lavoro che svolgo – mi dice Dino, il falegname dell’Isola – ma il fatto di venire qui: è un’occasione per socializzare. Come ex-tossicodipendente sono solo e questo lavoro mi sta dando la possibilità di rientrare nella società. La noia è pericolosa, può farti fare molti errori. La mattina non faccio niente, poi alle tre e mezzo vengo qui, e arrivare la sera alla chiusura e sentire di essere una persona importante per questo laboratorio, per me è una gran cosa.”
Lì dentro lo chiamano Geppetto, è l’ultimo arrivato e ha faticato un po’ ad inserirsi. “Non è stato facile per me venire a vivere alle Piagge. Prima abitavo a Campi, in una zona di villette. Qui è difficile, ma io ho voluto legarmi al territorio in cui vivo, anche se è faticoso. Anzi devo dire che stare qui in un certo senso mi è servito a migliorare. Il lavoro qui dentro non è solo un fatto economico, conta soprattutto l’aspetto umano. Qui vengono persone con molti problemi e dare una mano agli altri mi aiuta a uscire dalla mia situazione”.
Il mio arrivo all’Isola ha destato curiosità. Un ragazzino in bicicletta mi ha accolto all’entrata: “Chi sei? Che ci fai alle Piagge?”. Sono tutti molto disponibili, orgogliosi di mostrarmi i loro lavori, impazienti di raccontarmi la loro esperienza, di sapere chi sono io. Licia sta seguendo lezioni di grammatica e quando arrivo scrive il mio nome sul quaderno, insieme a quello dei suoi amici.
Le Piagge: un quartiere difficile, forse, ma proprio lì si è intrecciato negli anni un tessuto sociale resistente e colorato, dove le cose e le persone hanno sempre più di un’occasione.

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