Libia, a pagare la missione italiana siano i privati che hanno speculato sulle risorse del paese

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di Lucia Annunziata per La Stampa

Il governo italiano ha finalmente fatto un passo giusto nella crisi libica: l’invio di una missione umanitaria destinata a intervenire sulla vera emergenza profughi in corso, quella di migliaia di lavoratori stranieri poveri fuggiti dalla Libia verso la Tunisia e l’Egitto. La crisi è stata denunciata nei giorni scorsi in maniera pressante dalla Commissione rifugiati dell’Onu e da varie ong.

Va dunque lodata questa decisione romana come un gesto di sensibilità non puramente nazionalistica. Ma è giusto che questo intervento sia pagato dal contribuente italiano? E se invece lo facessimo pagare a Gheddafi e alla sua famiglia, attraverso i soldi che hanno investito nei nostri Paesi? Ad esempio chiedendo agli istituti che hanno beneficiato della presenza dei libici di fare un passo avanti – magari con una autotassa di scopo (linguaggio molto alla moda in questo momento) o anche solo con delle megadonazioni?

Lo so, dico una bestialità – mica il mercato funziona così, mica gli investimenti si possono muovere o valutare come i semplici stipendi familiari. È un problema di sistema e di non destabilizzarne gli equilibri complessivi.

Eppure, varrebbe la pena almeno, anche sostenendo bestialità, di porsi in momenti come questi domande diverse. Se è vero che quello che sta succedendo in Nord Africa e in Medio Oriente sta cambiando tutto, e richiede un «New Thinking», un nuovo modo di pensare, perché «nulla sarà come prima», come avvenne nell’89, allora forse potremmo anche ripartire con il rimettere in discussione le solite risposte economiche. La radiografia della Libia ci presenta un tale squilibrio che anche solo un gesto simbolico di restituzione in questo momento avrebbe un forte impatto.

Il petrolio rappresenta l’80% degli introiti governativi libici. Il forziere dell’oro nero vale 50 miliardi di dollari l’anno. Gli abitanti del Paese sono all’incirca (le cifre sono incerte) sei milioni, di cui il 30% è composto da giovani. L’età media della popolazione è di 24 anni e l’80% di questi giovani abita nelle città, che soprattutto nell’Est del Paese sono state gli epicentri della rivolta. Ci sono poi due milioni e mezzo di immigrati che vivono in Libia, per quasi la metà clandestini. Gli egiziani sono stimati fra i 500 ed i 700 mila. Il rapporto fra il valore del forziere, quei 50 miliardi annui, e il numero relativamente basso di popolazione (in Egitto ad esempio ci sono 80 milioni di abitanti) dovrebbe aver assicurato alla Libia negli anni scorsi un fantastico livello di vita – il Paese avrebbe dovuto avere un Welfare non lontano da quello che in alcuni dei Paesi del Golfo porta lo Stato a regalare alle giovani coppie la casa; i 1500 chilometri della costa dove la costruzione dell’autostrada ce la siamo dovuta accollare noi italiani, avrebbero dovuto essere un paradiso di sviluppo. Invece, se si ritorna ai magri dati statistici, il secondo Paese esportatore di petrolio dell’Africa garantisce un reddito medio pro capite di 13.800 dollari: non poco, ma certo non adeguato alle risorse in campo.

La gran parte della ricchezza libica è andata in questi anni a produrre altra ricchezza per pochi, e per la Famiglia.

Il Libyan Investment Authority (Lia), che è considerato il principale veicolo di investimenti di Gheddafi, vale 70 miliardi di dollari. Questi investimenti, come ben sappiamo, sono un po’ dappertutto, in Europa, in Usa, in Italia ma anche in Zimbabwe, Ciad, Sudan, Sierra Leone, Liberia. Alcuni si conoscono, come i maggiori fatti in Italia, altri invece non sono immediatamente tracciabili: il Tesoro inglese pochi giorni fa ha creato una task force per scoprire dove sono i soldi libici. Sappiamo che gli Stati Uniti hanno congelato investimenti del raiss e della sua famiglia per un valore di 30 miliardi di dollari; il Canada, l’Austria e il Regno Unito hanno proceduto poi al congelamento di asset del valore rispettivamente di 2,4 miliardi, 1,7 miliardi e 1 miliardo di dollari. Nelle banche e nelle società di private equity americane i libici sono molto presenti – Goldman Sachs, Citigroup, JP Morgan Chase e Carlyle Group – e in Italia il loro maggiore investimento è il 7,5 per cento in Unicredit.

Certo, questi fondi sono ora in maggioranza congelati. Ma è davvero questa la migliore misura da prendere? Perché, insomma, non trovare un qualche modo per far pagare oggi, da subito, a questi fondi l’emergenza umanitaria che la crisi libica ha scatenato e scatenerà? Come detto, sappiamo che ci daranno dell’ignorante per aver anche solo osato sollevare queste curiosità. Ma alla fine, a forza di respingere tutte queste osservazioni di buon senso come idiozie, finirà come è già successo in America nella crisi finanziaria del 2007, che le istituzioni di mercato vengono difese sempre (anche quando hanno colpe) e i cittadini continuano a pagare ogni tipo di salvataggio.

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