Liberi, sì, ma poi?

image_pdfimage_print

L’indulto, ovvero uno sconto di pena di tre anni, è stato approvato dal Parlamento a fine luglio ed è divenuto esecutivo immediatamente dal primo agosto. Tempestività o fretta?
È stato un passo dovuto anche al sovraffollamento delle carceri, che letteralmente scoppiavano e in cui mancava il personale. Sollicciano contava quasi 1000 detenuti a fine luglio contro una capienza di 471. Dopo l’indulto ne restano circa 550. In questo senso, il carcere è cambiato radicalmente: non c’è sovraffollamento ed il rapporto detenuti-educatori è più “umano”: sono 6 per 500 detenuti anziché per 1000.
Comincia ad affacciarsi la possibilità di un percorso educativo e riabilitativo, quale sarebbe il fine della detenzione, ed è il momento di sfruttarla. Le associazioni che operano dentro il carcere, quali Pantagruel (con il progetto lavorativo “La poesia delle bambole”) e la Fondazione Michelucci, chiedono di attivare progetti affinché il maggior numero possibile di detenuti riesca a fare qualcosa di positivo: al femminile, per esempio, sono rimaste solo 45 donne.
Giuliano Capecchi dell’associazione Pantagruel, volontario nel carcere, ipotizza che, se al mattino, come consueto, 20-23 donne lavorano e 10 vanno a scuola, le restanti potrebbero frequentare un laboratorio permanente quale potrebbe essere quello delle bambole e dei ricami: “la sezione sarebbe chiusa, e tutte sarebbero attive invece che restare in cella , impasticcate, a guardare la tv. L’ideale sarebbe che vi si tornasse solo per mangiare e dormire”.
Parallelamente si dovrebbe riorganizzare il sistema carcere: avere progetti di inserimento lavorativo per i dimessi, potenziare l’esecuzione delle misure alternative, intervenire affinché per gli stranieri sia più facile l’inserimento sia durante la detenzione che alla fine della stessa. Sicuramente 2 sezioni saranno riservate ai tossicodipendenti, e “anche se ciò è discutibile e ha un po’ il sapore del ghetto – aggiunge Giuliano – è utile per un contatto migliore con i Sert e una continuità della cura dopo la scarcerazione”.
Ma adesso che c’è la possibilità, tutto dipende da quale sarà la volontà politica, da come sarà gestita la situazione post indulto: la premessa, ovvero la gestione delle scarcerazioni, secondo le associazioni è stata disastrosa. Non c’è stata alcuna programmazione, e l’unica presenza era quella del volontariato.
Giuliano, che il primo agosto davanti a Sollicciano c’era, racconta: “Qui a Firenze sono uscite persone dal carcere per una ventina di giorni di fila. Il numero maggiore di scarcerazioni si sono avute il secondo giorno (più di 60). I detenuti uscivano con gli effetti personali nei sacchi neri dell’immondizia, o qualche volta senza niente, fino a mezzanotte, quando l’ultimo autobus per il centro era già passato. Pochissimi avevano parenti ad attenderli, si contano sulle dita quelli hanno espresso contentezza per la libertà recuperata. La maggior parte non sapeva che fare o dove andare, tanti hanno dormito alla stazione, per i primi giorni. Alcuni rilasciati avevano problemi psichiatrici, non riuscivano nemmeno a utilizzare i soldi”. A questa situazione di emergenza, hanno cercato di porre rimedio i volontari, che, pochi e mal organizzati, hanno fatto la spola con la stazione, hanno distribuito carte telefoniche, comprato biglietti ferroviari, e dal terzo giorno sono riusciti a distribuire borsoni, per rimpiazzare i sacchi neri.
Continua Capecchi: “Qualche parrocchia ha dato la disponibilità di posti letto. Né Regione né Provincia sono intervenute, mentre il Comune ha offerto biglietti Ataf e una guida con indirizzi per l’accoglienza dei residenti e non, disponibile solo in 50 copie che sono finite subito. A farne le spese sono stati i detenuti che beneficiavano di permessi, rimandati a data da destinarsi perché sature le strutture di accoglienza”.
Paradossali gli effetti sugli stranieri: “Quelli senza documenti (un centinaio) hanno ricevuto il foglio di espulsione, che dà diritto alla permanenza sul territorio per 5 giorni, ma nei dormitori sono stati rifiutati ugualmente. Almeno 12 sono stati trattenuti fino all’arrivo di una volante, gli sono state messe le manette (appena liberati), e portati via, probabilmente in un CPT. Chi stava scontando la semi-libertà o l’affidamento è stato posto in una situazione drammatica: buttato fuori all’improvviso da un posto letto e dal lavoro”.
Intanto, dopo il caos, pare che il Ministero abbia dei fondi da assegnare per l’indulto. I beneficiari, a patto che siano italiani, residenti, avranno tra 3-4 mesi 400-500 euro disponibili, se seguiranno un programma di formazione lavorativa. “Nel frattempo campano d’aria – conclude amaramente Giuliano Capecchi – Questo indulto ha dato la libertà dal carcere, però, fuori da questo, niente. Qualcuno è già tornato dentro: stranieri che, avendo violato il provvedimento di espulsione, grazie alla Bossi-Fini ancora in vigore, vengono condannati ad 8-10 mesi di carcere.”
Quindi, se l’indulto è stato giusto, le istituzioni non si sono minimamente preparate ai suoi effetti.
Sbagliando s’impara… anche a Firenze come già in altre città, “presto” sarà disponibile all’uscita di prigione un kit comprendente: borsone, scheda telefonica, ticket per la mensa della Caritas, biglietti autobus. Ma soprattutto ci auguriamo che il carcere cominci finalmente a perseguire un fine riabilitativo come secondo legge, piuttosto che la contenzione pura e semplice.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *